Sono davvero così moderni, i moderni liturgisti?

Quante volte abbiamo sentito commentare con malcelata ironia le scelte e i gusti liturgici di antiche testimonianze, in nome di una finalmente progredita scienza liturgica! Tuttavia è altrettanto frequente che una veloce e sbrigativa critica, risolta magari con qualche esempio scelto all’uopo,  nasconda un’analisi superficiale. La fretta e la superba saccenza sono cattive consigliere: capita così, senza neppure accorgersene, di fare brutte figure che facilmente si potevano evitare.

Facciamo un esempio concreto, per non rimanere troppo vaghi e generici.

L’uso liturgico dei Salmi è da sempre un ambito delicato e ricco di sfumature.

Sicuramente gli antichi liturgisti avevano un approccio alla Sacra Scrittura assai diverso da quello di un moderno esperto. Senza discuterne adesso la bontà o meno, vorremmo semplicemente ricostruire, con un esempio specifico, il processo che ha portato ad alcune scelte.

L’antica Ufficiatura del giorno di Pentecoste prevedeva, per il Mattutino, fra gli altri, il salmo 47. Tale salmo presenta la particolarità di avere un’antifona non estrapolata dallo stesso salmo – come capita invece per gli altri due salmi del Mattutino – ma composta da una citazione biblica di un brano relativo al mistero di quella particolare solennità: Factus est repente de caelo sonus advenientis spiritus vehementis, alleluia, alleluia (At 2,2a). E’ facile perciò ipotizzare che la scelta del salmo 47 per l’ufficiatura di Pentecoste sia stata motivata dal fatto che nel versetto 8 si parla di un vento particolarmente impetuoso: in spiritu vehementi conteres naves Tharsis (l’odierna traduzione italiana recita: …simile al vento orientale che squarcia le navi di Tarsis). Senza escludere altre immagini e contenuti del Salmo che potrebbero averne rafforzato l’accostamento con il Mistero della Pentecoste, è evidente l’assonanza dei termini.

Rimanendo neutrali e distaccati, si dovrebbe solamente registrare il fatto, o meglio la dinamica di simili scelte: l’uso liturgico di questo particolare salmo, in questo caso, poggia principalmente su di un riferimento letterale (naturalmente il fenomeno è più complesso e sottintende, fra l’altro, una chiarissima visione unitaria della Bibbia).

Se, piuttosto, ci sentissimo illuminati e progrediti, ritenendo rozzo e troppo elementare il sistema di lavoro di antichi colleghi, e ci riempissimo la bocca con generi letterari e simili conquiste della scienza biblico-liturgica, saremmo spiazzati e sorpresi nell’apprendere le motivazioni della collocazione del salmo 47 nella nuova distribuzione del salterio della Liturgia delle Ore di Paolo VI. Prima però di riportarla, dobbiamo fare alcune precisazioni.

Dobbiamo per onestà specificare che stiamo per confrontare due dati non del tutto omogenei: nel primo caso si tratta dell’ufficio proprio di una solennità, mentre il secondo riguarda la distribuzione del salterio nell’ufficiatura ordinaria. Dobbiamo ricordare inoltre che l’attuale salmodia delle Lodi ha una strutturazione specifica: il primo salmo ha a che fare in certo modo con l’ora dell’ufficio (salmi legati ai temi della luce, dell’alba, etc.) oppure perché è da tradizioni importanti collocato da tempo nell’ufficio delle Lodi; quindi vi è un cantico, infine un altro salmo dal carattere laudativo. Tornando dunque al nostro salmo 47, esso si trova nelle lodi del giovedì della prima settimana, come terzo salmo del gruppo salmodico. Come mai è stato collocato fra i salmi laudativi? Ce lo facciamo spiegare da uno dei testimoni più autorevoli della riforma della Liturgia delle Ore, padre Vincenzo Raffa, che in uno studio afferma: i salmi del terzo gruppo «hanno, all’inizio o nei primi versi, espressioni come queste: lodate, cantate, esultate, giubilate, date gloria, degno di ogni lode è il Signore, ti glorifichino le tue opere, i cieli narrano la gloria di Dio, come è ammirabile il tuo nome o Signore ecc.» (1). Quindi il salmo 47 avrebbe trovato la sua attuale collocazione a causa del versetto 2a: «Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio».

Dunque, in certo senso, la stessa dinamica di riferimento alla lettera del salmo unisce il liturgista tridentino all’esperto della riforma postconciliare dei nostri tempi. Chi volesse, al contrario, distinguersi e segnare oltremodo la differenza della propria metodologia, magari oltretutto irridendo la semplicità e l’immediatezza di antichi estensori, ci farebbe sorgere qualche dubbio intorno alle sue creazioni: sarebbe ancora liturgia cattolica?

Molto più cattolici , cioè capaci di raccogliere insieme di diversi libri della Scrittura, originali ed ammirevoli ci paiono gli antichi esperti che plasmarono l’antica ufficiatura della Pentecoste, ragguardevoli anche per il modo in cui la Parola di Dio era posseduta e ruminata: senza le moderne concordanze e analoghi strumenti ausiliari, due sole parole di un salmo accendevano le luci su altri testi,  Salmi e Atti degli Apostoli, lontanissimi, ma sorprendentemente ben presenti nello spirito e nella memoria di quanti trovarono tale corrispondenza.


(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 110.

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