Fango spalmato od unzione? Quisquiglie intorno ad una duplice traduzione o paradossi non del tutto astrusi?

A proposito delle letture della IV domenica di Quaresima, un autorevole commento liturgico riporta quanto segue:

La scelta della prima lettura indica che la Chiesa legge nella sua liturgia la pericope di Giovanni con un’insistenza particolare sul segno battesimale. In questa prima lettura (1Sam 16,1-13) non è facile trovare una connessione concreta con le altre due. Tuttavia essa è loro collegata da un rapporto molto lato ma consistente. La pericope sottolinea la scelta che Dio fa di coloro che egli vuol attirare a sé per consacrarli, e in questo è evidente il dono della fede. La scelta di Dio si manifesta in un modo molto personale; egli ha il suo modo di scegliere e di giudicare, e i suoi giudizi non hanno la superficialità dei giudizi degli uomini che giudicano su ciò che è esteriore. Chi è scelto per la fede non ne ha il merito, e spesso avviene che questo dono sconcerta coloro che ne sono testimoni e confonde il loro giudizio. Mi pare che non è tanto sulla scelta che si deve insistere. Non si può invece ignorare l’unzione degli occhi del cieco nato. Ma forse è un accostamento artificioso sul quale non è il caso di insistere…(1)

Proviamo, invece, ad insistere, facendo notare che la traduzione latina del testo giovanneo presenta dati interessanti.

La sequenza dei gesti e delle parole che descrivono il miracolo della guarigione del cieco nato è narrata in due versetti diversi: la prima volta sentiamo la voce dell’evangelista che racconta i fatti, la seconda è la voce dell’interessato che testimonia agli astanti come siano andate le cose: fra l’altro, Sant’Agostino commenta che quest’ultima è la voce della gratitudine (2). La traduzione latina dell’originale greco rende con due verbi differenti lo stesso verbo greco. Il motivo non lo sappiamo, possiamo immaginare, idealizzando un pochino, che il traduttore abbia voluto dare una sfumatura personale al racconto: il cieco ha avvertito, dopo, quel gesto di Cristo che ha messo del fango dei suoi occhi come un’unzione. Ma queste sono ipotesi, forse addirittura forzature, nostre. Ritorniamo ai testi come sono:

Gv 9,6: «Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò [ἐπέχρισεν αυτοῦ τὸν πηλὸν…linivit lutum super oculos eius] il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe…»

Gv 9,11: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi [ἐπέχρισέν μου τοὺς ὀφθαλμοῦς…unxit oculos meos] e mi detto: “Va’ a Siloe…”».

Che ci sia qualcosa di misteriosamente controverso intorno a queste due possibili traduzioni ne è prova anche un altro piccolo dettaglio. L’antifona di comunione propria prevista per questa domenica è di per sé particolare perché riporta in prima persona le parole del cieco di Gv 9,11; inoltre il testo liturgico cambia il verbo latino di questo versetto: non è più unxit, ma linivit: «Dominus linivit oculos meos: et abii, et lavi, et vidi, et credidi Deo» (3).

A parte queste noticine, se quella del cieco si può leggere come un’unzione, il legame con la prima lettura diventa più intrigante. Per di più, anche a Betlemme – dove si reca Samuele – si dà il caso di una certa cecità e di uno sguardo che deve essere curato: il profeta infatti non riesce a vedere quale sia il prescelto dal Signore, i suoi occhi rimangono colpiti dall’imponenza di Eliab, uno dei fratelli di Davide e non riescono perciò a mettere a fuoco l’eletto  di Dio.

A Gerusalemme un cieco nato guarirà grazie ad una misteriosa unzione e immediatamente comincerà a parlare con verità e coraggio degni di un profeta, a Betlemme un grande profeta con la missione di ungere il successore di Saul deve affinare il suo sguardo e tararlo secondo i parametri di Dio.

Sulla scia del paradosso che Cristo enuncia al termine del capitolo 9 di Giovanni – «E’ per un giudizio che sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi (9,39) – possiamo ritenere non del tutto fuori luogo il paradosso che pare risultare dall’accostamento delle due letture.


(1) A. Nocent, Celebrare Gesù Cristo, l’anno liturgico, 3. Quaresima, Assisi (PG) 1999³, 161-162. In effetti, l’Ordinamento generale delle Letture della Messa, al n. 97, ci avverte che la prima lettura delle domeniche quaresimali non è scelta in concordanza tematica con il vangelo; eppure per il ciclo A, nonostante sia sfumata e labile, un peculiare accostamento non pare da escludersi.

(2) «Perciò i vicini e quelli che prima erano soliti vederlo, giacché era un mendicante, dicevano: Ma costui non è quello che era seduto e mendicava? Altri dicevano: E’ lui; altri: No, ma gli assomiglia. Con gli occhi aperti aveva cambiato fisionomia. Egli diceva: Sono proprio io. E’ la voce della gratitudine, dove il silenzio sarebbe colpevole. Gli dissero allora: In che modo si sono aperti i tuoi occhi? Egli rispose: Quell’uomo chiamato Gesù, fece del fango e mi spalmò gli occhi e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati! Ci sono andato, mi son lavato e ci vedo (Gv 9, 8-10). Eccolo diventato annunciatore della grazia; ecco che, diventato veggente, proclama il Vangelo, fa la sua professione di fede. La coraggiosa confessione del cieco spezza il cuore degli empi, i quali non avevano nel cuore ciò che egli ormai possedeva sul volto. E gli dissero: Dov’è colui che ti ha aperto gli occhi? Ed egli: Non lo so. Queste parole dimostrano che la sua anima è ancora simile a uno che ha ricevuto l’unzione e ancora non ci vede. E’ come se avesse avuto quell’unzione nell’anima. Predica il Cristo, che ancora egli non conosce»: Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 44,8.

(3) Rispetto alla versione contenuta nel Messale di Pio V, il Messale di Paolo VI apporta alcune modifiche alla nostra antifona, ma nel dettaglio che stiamo descrivendo si dimostra tradizionale conservando il «linivit». Per gustare la melodia gregoriana dell’antifona, cf. qui.

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Un pensiero su “Fango spalmato od unzione? Quisquiglie intorno ad una duplice traduzione o paradossi non del tutto astrusi?

  1. Caro Marco,

    el hecho de que no te escriba no quiere decir que no te lea.

    Te leo siempre y te leo ​ *apprime * ​ *attente​.*

    Todas tus intervenciones me parecen sugestivas. No he encontrado ninguna aburrida. Eres un liturgista -como decimos los españoles- “de raza”. Con esto quiero ​expresar que “sientes” la liturgia “desde dentro”.

    Sólo quiero animarte a que prosigas en tu buena labor.

    Estoy pensando en recoger todo lo que has escrito sobre el *Liber hymnarius *de la LH. Sabes que he escrito alguna cosa sobre este himnario, pero t ​ú​ me superas.

    Te adjunto un pequeño comentario sobre el *Iam caeca vis* de ​ hoy,​ 25.03:

    ​Cf. I. Rodríguez, *Mariología en Prudencio,* Estudios Marianos 5 (1946) 349. La ternura de este himno XI del *Cathemerinon* fue muy apreciada por Erasmo de Rotterdam (†1536). Cuando nació Juan, el primogénito de Margarita, hija de su amigo Tomás Moro, en cuya residencia pasó algún verano, le envió como regalo un comentario a este poema y al himno XII de Epifanía, es decir, los dos *carmina* que Prudencio dedica a Jesús Niño. Pasados los años, Juan sería ordenado presbítero.​

    Sobre la* lux aurea *de la sexta estrofa:

    1. *O quanta rerum gaudia* 2. *alvus pudica continet,* 3. *ex qua novellum sæculum* 4. *procedit et lux aurea!*

    ​Muchos piensan ―comenta Erasmo de Rotterdam (†1536)― que la Sibila de Cumas vaticinó de Cristo lo que Virgilio en la égloga IV aplica a otro, es decir, a ese niño del que se dice que va a nacer. Por las fábulas de los poetas hemos sabido que, bajo Saturno, hubo una edad de oro, porque las conductas de los hombres eran incorruptas; a esa edad sucedió una edad de plata, porque las conductas se deterioraron, y finalmente vino una edad de hierro pues apenas quedaban rastros de la antigua honestidad. Pero Cristo, al nacer, renovó todas las cosas con su misterio pascual y nos devolvió a la edad de oro.

    *Tui tuorumque memor, *Félix María Arocena.

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