Avvento. Cose inaudite, o quasi. (I)

Solo uno spirito libero ed originale quale Luis Bouyer poteva scrivere le osservazioni che riportiamo da un testo di cui possediamo solo la versione inglese. Si tratta di un testo datato (1956), che conserva tuttavia il suo valore. Se non altro, perché vi si trovano delle posizioni chiare. In manuali più recenti e più aggiornati, invece, fra le ridda di ipotesi e dati, manca il coraggio di una sintesi. C’è da dire, è vero, che la sintesi nella scienza liturgica non può essere la quadratura del cerchio: è un’organismo troppo complesso, la liturgia, perché per esso funzionino alla perfezione schemi e teorie troppo rigide. Ma fra il compilatore enciclopedico, che non si espone mai e appesantisce il testo con notazioni e note senza arrivare nemmeno ad un tentativo di soluzione, e lo studioso che, rischiando di venir contraddetto dall’ultimissima scoperta,  prova comunque ad offrire un’interpretazione dei dati, preferiamo quest’ultimo. Preferiamo Louis Bouyer.

From these facts, one conclusion must be drawn which at first sight may seem, perhaps, bewildering, but is nonetheless inevitable. This conclusion is that Advent, together with Christmas and Epiphany, far from being the first or introductory part of the liturgical year, is properly its end. Since the late Middle Ages, it has become generally customary to consider the First Sunday of Advent as the beginning of the Temporal cycle of the year. The custom of putting first in liturgical books the liturgy for this Sunday may have grown up more or less as a result of that faulty interpretation of Christmas which we have been endeavoring to dispel. […] Far from making a new beginning, Advent still comes in direct continuity with the last Sundays after Pentecost… [L. Bouyer, Life and Liturgy, London 1956, 207]

Non possiamo riportare tutti i passaggi del capitolo in questione, che sostanzialmente ricentra l’Avvento e il Natale nell’attesa escatologica, compimento del mistero della salvezza. Compimento dunque, non inizio.

Poco prima aveva scritto, azzardando una spiegazione dell’introduzione del ciclo natalizio nell’anno liturgico:

..the celebration of Christmas and Epiphany (the two feasts are so closely connected as to form but one celebration) reveals a significance, the majestic grandeur of which has been often overlooked, but the actuality of which cannot be questioned. This celebration is that of eschatological expectation: of the hope, the ardent prayer, for Parousia. “Come, Lord Jesus. Come quickly!” This is the last word in the celebration of the Mystery: it nourishes in us the divine discontent, the holy impatience, should we call it, which must remain in our hearts when we have celebrated the Mystery as we should. From this point of view, it is easy to understand how it was that the Christmas-Epiphany cycle was introduced into the liturgical year at the end of the fourth century, when the Church of Constantine had become well installed in this world and was in danger of losing the fervor of its hope for the world to come. The purpose of Advent, Christmas and Epiphany is ceaselessly to reanimate in us that hope, that expectation. But how can they do so if we reduce their significance to a sentimental commemoration of the childhood of Jesus, especially when in it we see only what touches our hearts about all childhood, transmuted only by some aura of divinity. [204]

Comunque, è dai tempi Sant’Agostino che ci si interroga sul valore e sul senso della celebrazione liturgica del Natale: memoria o sacramento? Anche la questione della data, ossia la scelta della Chiesa di assumere un giorno fisso e non invece legato al ciclo mobile delle feste determinate dal calendario lunare, segnala la particolarità di tale festa. Ad essa, poi, si aggiunge il fatto che per la liturgia del Natale non vi è un evidente retroterra ebraico di feste o consuetudini, che Cristo abbia assunto e compiuto e che poi entrano in qualche modo anche nella liturgia cristiana.

A questo punto ci viene in mente che Danielou, nel suo studio sulle feste, nota la singolarità della biblica festa delle Capanne, unica che non ha trovato una corrispondenza nella liturgia cristiana (1).  L’ora tarda in cui scriviamo e la stanchezza che vince ormai il raziocinio ci fanno balenare un’associazione folle fra le capanne dei Tabernacoli e la «capanna» del presepe. Ma questo sarebbe troppo, troppo inaudito.


(1) «Il Nuovo Testamento non annulla, ma porta a compimento il Vecchio. Non esiste dimostrazione più chiara della validità di questa affermazione che quella delle feste liturgiche: le grandi solennità del giudaismo, Pasqua e Pentecoste, sono state recepite dal Cristianesimo ed arricchite soltanto di un nuovo contenuto. C’è tuttavia un’eccezione a questa regola: la terza grande festa del giudaismo, quella dei Tabernacoli… […] … la Festa dei Tabernacoli non è interamente legata con alcun mistero della vita di Cristo. E’ forse per il fatto che, più di ogni altra festa, essa è legata a quello che tra i Suoi misteri non è ancora compiuto: quello dell’ultima Parusia»: J. Danielou, Bibbia e Liturgia. La teologia biblica dei Sacramenti e delle feste secondo i Padri della Chiesa, Roma 1998, 293.

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