Cronache un poco sfasate. La difficile vita di uno storico della riforma liturgica

Questo post non ha granché di interessante riguardo al contenuto. Vuole essere piuttosto un’esemplificazione metodologica, diciamo così, intorno alla complessità e alla difficoltà dello scrivere sulla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. Si tratta di un ambito ancora troppo soggetto a valutazioni di parte; la ricerca può essere influenzata da opinioni e considerazioni personali (intendendo qui sia la personalità dei ricercatori sia la personalità degli stessi attori della riforma); soprattutto, la difficile reperibilità delle fonti e della documentazione connessa rimane un problema ad oggi assai considerevole. Ultima delle rogne, il carico di lavoro aggiuntivo per una corretta e critica pubblicazione delle fonti stesse, quando – ed è già un lusso – esse possano essere editate, perché libere da ogni impedimento archivistico o di opportunità.

Quando questi fattori si intrecciano, saltano fuori imprecisioni e pagine non proprio ineccepibili, che rischiano di inficiare lavori per moltissimi altri aspetti meritori e imprescindibili.

Ecco un brano estratto dal lavoro di Nicola Giampietro, frutto dello studio delle carte del Cardinale Ferdinando Antonelli, Segretario della Commissione liturgica conciliare (1). Fra molti altri dati (2), l’autore offre, commentandole, le annotazioni che l’Antonelli registrava nell’occasione delle Adunanze plenarie del Consilium. Dopo aver riportato quanto Antonelli osservava sui lavori della II Adunanza, Giampietro chiosa:

Nello sfogliare la cronaca, è interessante rilevare le impressioni che l’Antonelli provava e che rivelano il clima nel quale si lavorava. Si viene inoltre a sapere che non c’erano solo discussioni su determinati problemi, ma che si facevano anche degli esperimenti liturgici veri e propri. Il 19 giugno 1964 alle ore 08.30 l’Antonelli scrive: ….(3)

E’ assolutamente certo che le impressioni di un testimone diretto di un evento passato siano fondamentali per il lavoro di una ricostruzione storica seria, critica e documentata. E’ tuttavia altrettanto vero che le informazioni che si acquisiscono dalle note personali di un solo testimone vadano poi confrontate con altre; inoltre, il lavoro di critica in vista della pubblicazione delle stesse impone un ordine e una disciplina ferra. Conosciamo bene l’entusiasmo che scaturisce dalla scoperta di manoscritti e di documentazione inedita: quando si ha l’occasione di avere fra le mani testi personali di chi fu tra i protagonisti di un evento così importante quale la riforma liturgica conciliare, si rischia di eccedere e di perdere la necessaria obiettività.

Non lo si scopre dalle note dell’Antonelli che durante i lavori del Consilium furono approvati dei testi e dei riti per azioni liturgiche ad exeperimentum. Inoltre, a proposito del «clima nel quale si lavorava», non fu l’Antonelli a rivelare chissà quali segreti o misteri. Certamente, dalle sue carte abbiamo la sua impressione e il suo punto di vista, ma per riportare il tutto nell’ambito più oggettivo, basta leggere la comunicazione dell’ordine del giorno dei lavori, comunicato ai membri, con lettera protocollata, qualche giorno prima dell’Adunanza (cf. terza-adunanza). E’ curioso e singolare quanto scrive Giampietro: «Il 19 giugno 1964 alle ore 8.30 l’Antonelli scrive:… ». Se la sintassi italiana vale ancora, l’autore starebbe affermando che dalle sue fonti può attestare che Antonelli abbia scritto quelle note proprio alle 08.30 del 19 giugno. In realtà, sappiamo che per le 8.30 era previsto (e fu probabilmente così) l’inizio dell’adunanza della Plenaria presso l’Abbazia di Sant’Anselmo. In effetti, le osservazioni di Antonelli riguardano lo svolgimento e la valutazione di quella celebrazione, che fu sì un esperimento, ma non di un «nuovo sacramento» o di una del tutto nuova invenzione liturgica, ma del tentativo di restaurare l’antica prassi della concelebrazione eucaristica. Per di più nel testo di Giampietro notiamo un’ulteriore imprecisione, di cui  però riteniamo più responsabili quanti lo aiutarono nella revisione del testo: può capitare che nell’organizzazione dell’imponente materiale documentario qualcosa sfugga, mentre chi impaginò e rilesse la bozza per l’edizione del testo avrebbe dovuto accorgersi che un paragrafo con la data 19 giugno 1964 non avrebbe dovuto essere compreso nel sottotitolo «Adunanza II (17-20 aprile 1964)» quanto in quello seguente «Adunanza III (18-20 giugno 1964)».

In un altro studio del Giampietro, specificatamente dedicato alla concelebrazione eucaristica, abbiamo a disposizione una versione più completa delle note in questione. Le poche righe in più sono interessanti perché registrano, parrebbe, una distensione nei rapporti, talvolta burrascosi, fra Bugnini e Antonelli: i lettori assidui del nostro blog potranno ricordare numerosi post al riguardo. Se davvero gli animi si siano rasserenati non possiamo assicurarlo con certezza, ma sarebbe stato senz’altro un beneficio per la riforma liturgica:

Assistono al rito: Card. Lercaro, Card. Bea, Card. Ritter; poi circa 15 vescovi, P. Bevilacqua, io. Padre Bugnini è molto contento della mia presenza (4).

Registriamo dunque la buona notizia, che Giampietro ci riporta, 13 anni dopo la prima edizione delle carte dell’Antonelli, anche se la domanda sulla motivazione dell’omissione nella sua opera prima rimane senza comprensibile risposta.

Ben vengano tuttavia studi e lavori come quelli del Giampietro. Nella storia, ancora molto incompleta, della riforma liturgica, per ricostruire l’insieme, ogni tassello è prezioso ed utilissimo!


(1) N. Giampietro, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970 (Studia Anselmiana 121), Roma 1998.

(2) La parte più corposa del suo studio riguarda piuttosto il periodo in cui Antonelli ebbe maggiore responsabilità: i lavori della Commissione pontificia per la riforma liturgica – la cosiddetta Comm

(3) Ibid., 229.

(4) N. Giampietro, La concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie nella storia della liturgia, Verona 2011, 85.

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