Un Natan da scoprire per un sacramento (ancora) da riscoprire

…se l’accusatore era mosso dall’amore nella sua azione, cioè dal desiderio del bene altrui e di una comunione nella reciproca verità, quando si trova di fronte alla dichiarazione che attesta questa verità e alla domanda di ristabilire la comunione, egli può rivelarsi, senza ambiguità, nella sua dimensione di perdono. Se egli perdonasse senza accusare, assomiglierebbe a colui che è connivente col male; se perdonasse senza confessione della colpa, promuoverebbe una relazione senza coscienza della verità; e se perdonasse senza richiesta, la comunione sarebbe imperfetta, perché non doluta da entrambe le parti.

P. Bovati, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (Analecta Biblica 110), Roma 1997, 113.

La pericope liturgica della prima lettura di domenica scorsa, XI domenica del tempo Ordinario, (2Sam 12,7-10.13) così come è stata delimitata e composta, potrebbe suscitare alcune perplessità. Infatti, nel testo selezionato per la proclamazione liturgica, la lunga e pesante requisitoria di Natan pare assai poco proporzionata alle cinque parole di pentimento del re Davide, a cui segue la sorprendente e inaspettata – con quelle premesse! – dichiarazione di perdono, che il profeta pronuncia a nome del Signore. La denuncia per l’ingratitudine, la poca considerazione dei benefici ricevuti e la stupida malvagità di Davide motivano le conseguenze annunciategli da Natan: l’abbandono da parte del Signore, che lo aveva invece eletto, e la minaccia della spada sempre incombente. Una condanna senza speranza; eppure il tono minaccioso e di condanna viene poi sfumato dall’umile confessione del re e dall’immediata assicurazione di perdono.

Parrebbe davvero facile la misericordia! Forse pure troppo superficiale e banale la questione. Una lettura più estesa della pagina biblica ci mostra che la serietà del pentimento di Davide è molto profonda e radicata e che le conseguenze del crimine del re si faranno sentire, storicamente ed esistenzialmente, ancora per molto: non si tratta dunque di un colpo di spugna. E, nemmeno, il profeta Natan non si reca da Davide per pronunciare un vuoto ed ipocrita fervorino moralista, che ben presto cede il passo ad una misericordia facile facile e ad un perdono scontato e, tutto sommato, banale. E’ invece tutto molto serio e storico. Aiuterebbe certo la comprensione la lettura integrale di tutta la vicenda narrata nel libro di Samuele, ma ancora di più sarebbe utile inserirla nello sfondo del rîb, quella particolare procedura che nella Scrittura è stata usata per articolare la questione problematica del ristabilimento della giustizia. Natan ci si rivelerebbe per quel profeta che é, inviato da Dio con una missione precisa, che usa parole non a caso e che, soprattutto, si muove per amore, anche quando deve correggere, rimproverare e minacciare: la prova è appunto l’immediata dichiarazione di perdono successiva alla confessione sincera di Davide.

La citazione iniziale, in questo senso, era doverosa: al biblista Bovati e ai suoi giovani discepoli (1) dobbiamo una rinnovata prospettiva, che si rivela davvero interessante e feconda a proposito del sacramento della confessione, o riconciliazione – come dir si voglia -; anche nelle odierne discussioni ecclesiali, non guasterebbe affatto un pochino di sapienza biblica, per evitare che in nome di una presunta pastoralità si rischi di uscire dai binari della Rivelazione.

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(1) Ne abbiamo già parlato qui e nei post segnalati in codesto.

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