Intorno alla V Domenica di Quaresima: “Iudica me, Deus..”, et alia.

Uno sguardo completo ai testi della liturgia della V domenica di Quaresima quest’anno (C) permette di apprezzare richiami incrociati, che si compongono in un mirabile quadro. Si tratta di arricchire la meditazione con dati che lungo la tradizione si sono sedimentati in modo frammentario – per questo da essi non si può far discendere un’argomentazione rigorosa e sistematica -, ma che tuttavia sono oggettivi: sarebbe un peccato non cogliere i suggerimenti che paiono emergere.

La pericope evangelica di quest’anno – l’adultera perdonata (Gv 8,1-11) è appropriatamente introdotta dall’antifona d’ingresso: «Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa contro gente senza pietà; salvami dall’uomo ingiusto e malvagio, perché tu sei il mio Dio e la mia difesa» (Sal 42,1-2). L’antico testo, scelto per accompagnare l’inizio del Tempo di Passione – la nostra V domenica di quaresima era infatti la I domenica di Passione (1) – risulta sorprendentemente armonico con il nostro Lezionario.

L’interpretazione prevalentemente cristologica del contesto antico – in esso l’antifona introduceva il tema della Passione dell’Unico Innocente, giudicato ingiustamente – sembra allargarsi: il cristiano penitente invoca il Dio misericordioso, perché lo sottragga dalle accuse spietate del Nemico. Ma pure l’adultera evangelica potrebbe di certo fare sue le parole della nostra antifona!

Potrebbe essere utile gettare uno sguardo anche al lezionario del giorno successivo, il lunedì della V settimana di Quaresima: il Vangelo è l’immediata prosecuzione del testo domenicale, mentre è assai interessante la prima lettura, per la coincidenza tematica, seppur in certi aspetti rovesciata: si tratta dell’episodio di Susanna. A differenza dell’adultera colta in flagrante peccato, la “casta Susanna” viene condannata ingiustamente da due anziani giudici perversi; entrambe, però, sono infine salvate dalla lapidazione. Nell’episodio dell’Antico Testamento, grazie all’ispirato intervento del giovane Daniele «il quale si mise a gridare: “Io sono innocente del sangue di lei!”» (Dan 13,46). Alla luce della pagina evangelica e della crescente ostilità nei confronti di Gesù, che la lettura progressiva di Giovanni testimonierà nei prossimi giorni, impressiona rileggere la reazione degli astanti di Daniele: «Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: “Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha concesso le prerogative dell’anzianità”. […] Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo» (Dan 13,50.64). «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53), testimonia l’evangelista, dopo l’episodio della risurrezione di Lazzaro, testo legato anch’esso a questa V Domenica, nel ciclo A.

Ma torniamo a Daniele e alla sorta di tipo rovesciato che si crea fra Daniele, che sventa la meschina vendetta di due pervertiti contro una nobile ragazza e che per questo acquista autorità e rispetto, e Gesù Cristo, che svela la malizia degli scribi e dei farisei, chiusi nelle loro macchinazioni e nelle assurde pretese di fare giustizia, offre la grazia di un futuro nuovo alla donna peccatrice («va’ e d’ora in poi non peccare più») e che per questo, fra l’altro, si pregiudicherà il proprio, di futuro: sarà Lui ad essere condannato a morte.

Quest’insieme di rimandi e di connessioni, che la Liturgia ricama sull’ordito già finissimo della Sacra Scrittura è davvero assai ricco.

Possiamo aggiungere altri dettagli. La versione liturgica dell’Antifona ritocca leggermente il testo del Salmo nella Vulgata, la cui lezione sarebbe: «Iudica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo, et doloso erue me. Quia tu es, Deus, fortitudo mea». Abbiamo evidenziato quel verbo – che nell’Antifona era reso con eripe -, perché esso torna anche nella Liturgia delle Ore. Ecco, infatti, la seconda antifona delle Lodi: «Erue nos in mirabílibus tuis, et salvos nos fac de manu mortis (Salvaci, rinnova i prodigi per noi, strappaci dal potere della morte)». Si tratta di un testo composito, la cui prima parte è tratta dal libro di Daniele (eccolo di nuovo!, ma d’altronde la seconda antifona accompagna il Cantico dei tre giovani nella fornace) mentre la seconda parte è ispirata dal libro del profeta Osea. Vediamo meglio.

Appunto pochi versetti prima del Cantico dei tre giovani, il libro di Daniele riporta la lunga preghiera di Azaria, in parte ripresa poi dalla Liturgia delle Ore come cantico alle lodi del martedì della IV settimana; l’ultima parte recita:

Fa’ con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi (erue nos in mirabilibus tuis), da’ gloria al tuo nome, Signore. Siano invece confusi quanti mostrano il male ai tuoi servi, siano coperti di vergogna, privati della loro potenza e del loro dominio, sia infranta la loro forza! Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3,42-45).

Anche qui impressiona una confronto in controluce con Giovanni 8, con gli scribi e i farisei costretti a ripiegare, confusi e «coperti di vergogna» dalla geniale risposta di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Inoltre, la traduzione italiana dell’antifona sembra riecheggiare pure la prima lettura: quel «rinnova i tuoi prodigi per noi» che l’assemblea orante rivolge a Dio, si appoggia davvero bene con quanto Dio stesso aveva detto: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco io faccio una cosa nuova» (Is 43,18-19).

La seconda parte dell’antifona è ispirata da un testo biblico dalla difficile interpretazione – direbbero i biblisti rigorosi (2)-, ma che la liturgia, seguendo del resto san Paolo, interpreta liberamente:

Li strapperò di mano agli inferi (de manu mortis liberabo eos), li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio? La compassione è nascosta ai miei occhi (Os 13,14).

La liturgia non teme di trasformare in supplica fiduciosa quanto nella Scrittura sembra – almeno secondo la lettera stretta – tutt’altro che un’espressione favorevole: ma non si tratta di un’arbitraria operazione testuale, quanto di una corrispondenza ad un reale e profondo compimento della Scrittura nella Persona di Cristo, che concede al suo Corpo – la Chiesa orante e il singolo fedele – di appropriarsi delle sue stesse parole.

Ma per questa domenica, possiamo fermarci qui.


 

(1) Nell’odierno Messale, ne è rimasta traccia nell’uso, previsto dal lunedì successivo alla V domenica, del prefazio I della Passione.

(2) Così la nota della Bibbia di Gerusalemme: «Il contesto esige di interpretare  questo v. 14 come una minaccia. Le due prime domande richiedono una risposta negativa e le due successive sono un richiamo che invita la morte e gli inferi a inviare flagelli sul popolo ribelle. San Paolo cita questo testo per annunciare che la morte è vinta (1Cor 15,55); ma egli l’interpreta secondo l’uso del suo tempo, quando non si temeva di isolare una frase dal suo contesto». Il curatore della nota dimentica, oltre alla tradizione interpretativa della Vulgata, l’ancora più importante tradizione interpretativa della Liturgia.

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