Gesù a colloquio con Elia, molto tempo prima della Trasfigurazione

I Padri e gli Scrittori delle Chiese d’Oriente amano drammatizzare il racconto biblico, arricchendoli con immagini e particolari talvolta assai liberi. Ci pensa la liturgia, poi, ad attingere con prudenza e discrezione a tale repertorio (1), che si dimostra comunque  fedele allo spirito delle Sacre Scritture, pur andando oltre alla lettera del testo; più sotto citeremo un testo di Benedetto XVI in cui si afferma che: «La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza». Ma torniamo al testo che vorremmo presentare.

Romano il Melode, fecondissimo compositore (2), partendo dalla vicenda biografica del profeta Elia, accentua alcuni tratti caratteristici del Tisbita: il suo zelo, eccessivo fino a rendergli impossibile sopportare la malizia degli uomini. Sarà la bontà del Signore a mettere fine allo struggimento del profeta, annunziandogli un «prodigioso scambio»: Elia sarà rapito in cielo, mentre la seconda Persona della Trinità incarnandosi si farà carico dell’uomo peccatore e con longanime pazienza e compassione saprà riportare  all’ovile la pecora smarrita.

Molto tempo era già trascorso, quando Elia conobbe la cattiveria degli uomini e meditò di dare un castigo ancora più duro. A tale vista, il Misericordioso rispose al profeta: «Conosco lo zelo che pratichi nel bene e so la tua buona volontà. Ma io compatisco i peccatori, quando vengono puniti oltre misura. Tu, al contrario, provi irritazione, ti senti immune da rimprovero e non riesci a rassegnarti. Io non posso rassegnarmi anche se soltanto uno sia perduto, perché sono l’unico Amico degli uomini».

In seguito, quando rilevò l’umore acre di lui nei confronti degli uomini, il Signore fece propria la sorte di quelli e allontanò Elia dalla terra che essi abitavano, dicendo: «”Allontanati, amico, dalla terra degli uomini; io stesso, incarnandomi, scenderò presso di loro nella mia misericordia. Tu lascia la terra e sali quassù, dal momento che non riesci a tollerare gli errori degli uomini. Ma io, che sono del cielo, vivrò tra i peccatori e li salverò dai loro errori, io, l’unico Amico degli uomini. Se, come ho detto, profeta, non ti è possibile la convivenza con gli erranti, vieni qui, abita nel regno dei miei amici, dove non vi è posto per il peccato. Sarò io a scendere, perché posso prendere sulle mie spalle e riportare all’ovile la pecora smarrita, e gridare a quanti inciampano: “Accorrete tutti, peccatori, venite a me e quietatevi, io non sono venuto per punire quanti ho creato, ma per strappare il peccatore all’empietà, io, unico Amico degli uomini”».

Romano il Melode, Inni, VII, Il profeta Elia, 30-32, (Letture Cristiane delle origini 13), Roma 1981, 137-138.

 Le 33 strofe dell’Inno, di cui ne abbiamo riportato solamente 3, si concludono tutte con  la stessa espressione, a mo’ di ritornello: «unico Amico degli uomini». Amico degli uomini, nella tradizione orientale, è un vero e proprio titolo cristologico; qui è enfatizzato da quell’aggettivo unico, e nella vicenda di Elia il contrasto è reso in modo mirabile: da una parte lo zelo eccessivo e dall’altra l’infinito amore di Dio per gli uomini.

Sembrerebbe un argomento fatto a posta per le odierne disquisizioni intraecclesiali fra presunti rigoristi rispetto ad altrettanto presunti aperturisti misericordiosi. Quell’aggettivo unico ci aiuta a comprendere quanto la misericordia debba essere intesa in senso assolutamente cristologico, per non farla scadere in una sterile, inefficace e vuota filantropia. Solo la Persona di Cristo si può far carico, fino in fondo, del peccato degli uomini, solo il Nuovo Adamo può «trattare», «maneggiare» la debolezza dell’Adamo invecchiato, perché è l’unico Figlio di Dio, l’unico a portare sulla sua Croce l’abisso della disobbedienza, redimendola con la sua obbedienza.

Tutta la retorica dello «sporcarsi le mani» ha senso solamente se rimane fermo il principio: solo Cristo può recare rimedio al male insito nell’uomo. Ci si permetta, poi , un’ulteriore e ultima considerazione: è solo una svista linguistica, o c’è dell’altro nella nuova terminologia in voga: «somministrare la misericordia» (3)?


(1) Dell’Inno di cui parleremo, ad esempio, l’ufficiatura bizantina attuale conserva solo il proemio e la prima strofa.

(2) Qui la presentazione della vita e dell’opera di Romano il Melode, offerta da Benedetto XVI in una delle sue Udienze generali del mercoledì (per inciso, a causa del maltempo, i partecipanti all’Udienza dalla prevista Piazza san Pietro furono fatti confluire in parte nell’Aula Paolo VI e in parte nella Basilica di san Pietro, una duplice ricollocazione a causa della grandissima affluenza all’Udienza!).

(3) Cf. qui e qui.

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