Adamo ed Eva alla grotta di Betlemme: ancora intrecci di alberi.

Nel precedente post (1) terminavamo evidenziando come la versione italiana dell’Inno della Liturgia delle Ore Radix Iesse floruit abbia introdotto un elemento di evocazione simbolica, arricchendo il richiamo alla profezia di Isaia, della radice di Iesse che porterà un nuovo frutto, con un allusione all’albero della vita, presumibilmente quindi con le prime pagine del libro della Genesi.

Di questa sovrapposizione non possiamo certo affermare di averne trovato la fonte diretta, ma di sicuro possiamo indicarne un lontanissimo precedente. Si tratta del secondo Inno della Natività di Romano il Melode (2). In esso, l’autore mette in scena Adamo ed Eva che, alla nascita di Gesù, vengono verso la grotta e chiedono a Maria di difendere la loro causa e di intercedere presso il Figlio. Il tema patristico del Nuovo Adamo e della Nuova Eva è illustrato da Romano il Melode in modo davvero originale e curioso, si potrebbe dire pure simpatico: Eva ode il canto di Maria, che culla il frutto del suo seno piena di stupore. La prima donna intuisce che è giunta la salvezza, e chiede ad Adamo di andare insieme alla grotta di Betlemme. Il Progenitore teme che si ripeta l’inganno primordiale, e diffida della donna. Ma come al principio, Adamo alla fine cede ad Eva, questa volta con un esito ben più felice; giunti al cospetto della Vergine Maria,  ad essa chiedono di farsi avvocata presso il Figlio: la Madre ottiene la promessa di grazia e di perdono, e Adamo ed Eva felici della buona notizia si dispongono ad attendere la Pasqua.

In questo intreccio di tematiche, era forse inevitabile che si intrecciassero pure i germogli, i rami e i frutti della storia della salvezza, attraversando senza troppa difficoltà i libri della Sacra Scrittura, che soggiaciono in filigrana nella poetica liturgica del Melode.

 

Colui che, il Padre, prima dell’aurora senza intervento di madre generò, si è incarnato oggi sulla terra da te, senza intervento di padre. Perciò un astro istruisce i Magi, gli angeli con i pastori inneggiano al tuo inverosimile concepimento, o Piena di grazia.

La vigna che aveva prodotto il grappolo senza coltura, lo portava sulle braccia come sul tralcio e diceva: “Tu sei il mio frutto, tu sei la mai vita.. […] O voi della terra, mettete fine alle vostre tristezze, contemplando la gioia sbocciata nel mio immacolato seno, quando mi sono sentita chiamare Piena di grazia”. Mentre Maria era intenta a cantare colui che aveva messo al mondo ed accarezzava il bambino dato alla luce da sola, la donna che aveva invece partorito nei dolori, udendola disse con gioia ad Adamo: “Chi ha colpito le mie orecchie con l’annuncio sperato, di una Vergine che mette al mondo il riscatto dalla maledizione, la sola voce della quale può mettere fine alle mie miserie ed il cui parto ferisce colui che mi aveva ferita? E’ colei che il figlio di Amos ha prefigurata come il ramo di Iesse dal quale nasce il virgulto di cui mangerò il frutto senza pericolo di morire, colei che è Piena di grazia. O Adamo, al sentire il grido della rondine che annuncia l’aurora, scuoti il tuo sonno di morte e alzati. Ascoltami, sono la tua sposa: io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, mira l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga col frutto del suo parto. Il Serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma la vedere ora la mia discendenza, fuggirà strisciando”. […] Ai discorsi della Sposa, Adamo scacciò di colpo l’oppressione che gli appesantiva le palpebre, alzò il capo come chi esce dal sonno e, aprendo le orecchie rese sorde dalla disubbidienza, così parlò: “Sento un dolce gridare, un canto incantevole; ma la voce del modulatore non mi adescherà questa volta: è la voce di una donna, per questo ne ho paura. Ho esperienza e diffido di ogni femmina. La voce mi piace, perché è tenera, ma il mezzo mi allarma: sta forse cercando di ingannarmi un’altra volta portandomi il disonore la Piena di grazia? […] Riconosco la primavera, o donna, e aspiro alle delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso: la Vergine che porta in grembo il legno della vita, lo stesso legno sacro che custodivano i Cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile legno, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla Piena di grazia.


(1) Cf. qui.

(2) Cf. l’edizione curata da G. Gharib: Romano il Melode, Inni (Letture cristiane delle origini 13), Roma 1981, 178-184. Cf. anche qui e qui.

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Un pensiero su “Adamo ed Eva alla grotta di Betlemme: ancora intrecci di alberi.

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