Cipriano Vagaggini, sullo spirito della Costituzione sulla Liturgia

Le recentissime parole di Papa Francesco, a conclusione dei lavori del Sinodo, sull’identità dei veri difensori della dottrina, che secondo lui non sono quelli che difendono la lettera, ma quelli che difendono lo spirito, rischiano di rispolverare vecchie polemiche sull’interpretazione del Concilio Vaticano II. Giusto la saggezza equilibrata di Benedetto XVI riuscì ad individuare nell’ermeneutica della continuità della riforma un modo di raccordare spirito e lettera, mantenendoli entrambi, senza opposizioni o superamenti eccessivi, alla fine arbitrari (2). Tuttavia, qui, rispolveriamo non polemiche, ma alcuni paragrafi di un’articolo certamente datato, ma ancora validissimo, appunto sullo “spirito” della Costituzione, inteso nella fedeltà alla lettera: anche perché di quella lettera conciliare, l’autore della lunga citazione che riportiamo ne è stato uno degli estensori. Da essa ricaviamo un’interessante idea sulla natura della liturgia e di come essa debba essere studiata.

Viene poi la questione cruciale del modo di insegnare la liturgia (art. 16). Non si tratta tanto di sapere se nei programmi si considererà la liturgia materia principale o non principale (come stabilisce la Costituzione) quanto dello spirito con cui verrà studiata e insegnata. Fare consistere tutto, o quasi, l’insegnamento della liturgia nella spiegazione delle rubriche o, comunque, dell’aspetto giuridico che esso comporta, è un anacronismo di cui si può sperare che nessun professore osi orami rendersi colpevole. Ma anche il suo aspetto storico non basta. Bisogna avere della liturgia un concetto integrale e insegnarla in conseguenza, dandole, perciò, anche un debito inquadramento teologico, spirituale e pastorale, come fa appunto, egregiamente, la Costituzione. [….] …come è compresa in questi articoli la liturgia se non come una certa attualizzazione concreta, sotto il velo dei segni sacri, della storia della salvezza incentrata sul mistero di Cristo, presente ed operante tra noi? Cioè, di quel mistero che la Bibbia annunzia, che la dogmatica approfondisce sistematicamente e sinteticamente, la teologia spirituale insegna a vivere e la pastorale a trasmettere agli uomini. Se ciò è vero, la liturgia non è altro che il dogma vissuto nei momenti più sacri, la Bibbia pregata, la spiritualità della Chiesa in atto più caratteristico, il culmine e la fonte della attività pastorale. […] Il concilio indica così la via per ritrovare la tanto desiderata più profonda unità tra scienza dogmatica, biblica, spirituale, pastorale e vita pratica della Chiesa. E in tutto questo si vede l’importanza capitale della liturgia. Non sono deduzioni, ma affermazioni esplicite del concilio. Dice, infatti, nel testo già citato dell’articolo 35, n. 2 a proposito della predicazione: ‘che deve rifarsi sempre, come alla sua sorgente, alla Sacra Scrittura e alla liturgia, in quanto annunzio delle meraviglie da Dio operate nella storia sacra, vale a dire nel mistero di Cristo, che è sempre presente e operante tra noi, ma soprattutto nelle celebrazioni liturgiche’. Panliturgismo nella stessa teologia oltrechè nella vita della Chiesa? No; ma chiara ordinazione di tutto il sapere teologico all’approfondimento d’un fatto capitale d’ordine esistenziale: il mistero di Cristo, presente ed operante anzitutto nei sacri riti, e come centro e dinamismo della storia della salvezza. C’è forse chi dirà: ma l’oggetto della teologia non è Dio stesso? Certo; ma Dio stesso come si manifesta a noi nella rivelazione. Ora, nella rivelazione Egli si manifesta a noi, anzitutto e primo luogo, non sotto una luce puramente astratta e temporale, ma come concretamente impegnato nel fatto storico esistenziale della salvezza dell’umanità in Christo Jesu; la quale, come spesso detto, oggi si catalizza anzitutto nei sacri riti. Dio come si manifesta a noi nella rivelazione-storia della salvezza: Cristo-Chiesa-liturgia, sono sul piano storico, realtà inscindibili. […] Fatto caratteristico: proprio questo modo di prospettare la natura della liturgia nel suo inquadramento trinitario, storico, concreto, disorienta più d’un Padre conciliare, come apparì quando si discusse il primo capitolo. Più d’uno chiese che si abbandonasse questo modo “nebuloso” di dire e che il primo capitolo cominciasse invece con una netta definizione in forma della liturgia – come si fa on ogni buon manuale – e che da questa si deducesse poi ordinatamente tutto quanto sarebbe necessario per la riforma liturgica. Due mentalità? In fondo, sì. Non si nega, naturalmente, la necessità della chiarezza nelle nozioni delle cose. Si dice solo che una cosa presentata solo nella sua nozione astratta, senza tener conto del suo aspetto storico concreto, è una cosa presentata sotto una luce che non ne fa percepire tutti gli aspetti e tutte le ricchezze che di fatto possiede. Comunque, è evidente, il concilio, già nella Costituzione sulla liturgia, ha optato per una visione delle cose rivelate – e della stessa liturgia – prospettate nel quadro della historia salutis.

C. Vagaggini, «Lo spirito della Costituzione sulla Liturgia», Rivista Liturgica 51 (1964) 5-49, qui 22-28.

(1) http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151024_sinodo-conclusione-lavori.htm

(2) Cf. Benedetto XVI, Discorso ai membri della Curia per la presentazione degli auguri natalizi (22/12/2005): «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito»:  http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

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