Antico Testamento ai nostri giorni? Ebbene sì!

Mettiamo insieme due citazioni assai diverse, nella categoria tematica del nostro blog “Storia”. Si tratta di testi differenti per argomento, stile ed autore, ma che convergono nel metterci in guardia da un rischio che corriamo: l’evaporazione del contenuto della nostra fede in modo così grave da non capire più né l’agire di Dio nella storia né la Sua opera nella storia.

La prima citazione è tratta da un libro di agiografia. Ma di agiografia seria e bene scritta, con aperture e sottolineature indovinate e stimolanti, quella del carmelitano Antonio Maria Sicari, autore dei riuscitissimi Ritratti di Santi. La santa in questione è Santa Giovanna d’Arco

Il secondo testo è un saggio magistrale di J. Ratzinger, «Cristo e la Chiesa. Problemi attuali di teologia e conseguenze per la catechesi», pubblicato nel volume Cantare al Signore un canto nuovo. Saggi di cristologia e liturgia, Milano 2005², 39-47.

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Una ragazza non ancora ventenne è stata elevata all’onore degli altari per aver svolto con fedeltà, fino alla morte più terribile, una missione che lei sosteneva di aver ricevuto da Dio: liberare una delle nostre nazione europee da eserciti stranieri, impedendo così che tale nazione scomparisse dalla carta geopolitica: ciò che sarebbe stato altrimenti inevitabile.
Sembrerebbe questo un avvenimento comprensibile solo a patto di essere ancora ai tempi dell’Antico Testamento, quando il popolo eletto combatteva le sue battaglie guidato da eroi (a volte anche da “eroine”) inviati da Dio. Si era invece ormai nella metà del secolo XV. Un cronista francese del tempo scrisse: “Con questa giovinetta pura e senza macchia Dio ha salvato la parte più bella della cristianità: questo è il fatto più solenne che sia accaduto da cinque secoli”.
A parte il riconoscibile orgoglio di un figlio della Francia, l’avvenimento a cui egli si riferisce ha esattamente il senso che gli è attribuito.
Messa in questione, ne esce proprio un’idea che si è data troppo per scontata: che il Nuovo Testamento si distingua dall’Antico per una sorta di spiritualizzazione, che con la venuta di Gesù le promesse di “salvezza” siano state ben ripulite d qualsiasi carattere “mondano”, che l’interesse “cristiano” riguardi esclusivamente l’anima o, al massimo, la “persona” umana.
Si dice che il Nuovo Testamento abbia fatto saltare i confini delle nazioni e dei popoli, a favore di un universalismo nel quale avrebbe in fondo poca importanza essere italiano o francese o qualsiasi altra cosa. Si dice che gli interventi dei profeti e degli inviati di Dio, nel campo delle scelte politiche, economiche e sociali appartengono a una fase superata della storia della salvezza e molte altre cose ancora.
In tutte queste affermazioni c’è indubbiamente anche qualcosa di vero, ma resta tuttavia un nucleo dimenticato eppure bruciante: non è proprio con Nuovo Testamento che Dio entra nella nostra storia, assume la nostra carne, si fa partecipe delle vicende umane?
C’è qualcosa che, in linea di principio, gli debba essere impedita, se veramente Egli si è incarnato? Anzi, non dovremmo attenderci piuttosto il contrario, cioè una maggiore e più abituale compromissione di Dio con i fatti della storia?
E’ possibile affermare che Dio con la storia fatta dai cristiani c’entri assai meno di quanto c’entrasse con la storia fatta dal suo antico popolo eletto? Anche perché, a ben guardare, questi fatti continuano indisturbati a prodursi e a determinare la nostra vita.

M. Sicari, Il grande libro dei Ritratti di Santi Dall’antichità ai giorni nostri, Milano 1997, 108-109.

Ecco ora Ratzinger:

Ma interroghiamoci circa i motivi di questa presa di posizione nel presente. Ce ne sono ovviamente molti. Un primo, non molto appariscente, ma assai efficace, sta nella costruzione di un «Gesù storico» dietro al Gesù dei Vangeli. Esso viene distillato secondo i parametri della cosiddetta visione del mondo contemporanea, e della forma di storiografia ispirata dall’illuminismo, la quale parte dalle fonti e si rivolta poi contro le fonti stesse. C’è il presupposto secondo cui nella storia può accadere solo ciò che fondamentalmente è sempre accaduto. Il presupposto secondo cui il contesto causale normale non viene mai interrotto, e che perciò non è sto­rico ciò che va a urtare contro queste leggi a noi note.
Così il Gesù dei Vangeli non può essere il Gesù reale. Bisogna trovarne uno nuovo, dal quale deve venir tolto tutto ciò che è comprensibile solo a partire da Dio. Il principio di costruzione in base a cui questo Gesù deve venir edificato esclude perciò da Lui il divino, alla maniera illuministica: questo Gesù storico può essere solo un non-Cristo, un non-Figlio. Così all’uomo d’oggi, che nella sua lettura della Bibbia si affida alla guida di questo tipo di interpretazione, parla non più il Gesù dei Vangeli, ma quello degli illuministi, un Gesù «illuminato».
Con ciò crolla da sé anche la Chiesa. Essa può essere soltanto un’organizzazione fatta da uomini, che con maggiore o minore destrezza, con maggiore o minore cordialità nei confronti degli uomini cerca di servirsi di questo Gesù.
Naturalmente crollano poi anche i sacramenti. Come potrebbe esserci una presenza reale di questo «Gesù storico» nella Eucaristia? Ciò che resta sono segni della edificazione della comunità, rituali che tengono assieme la comunità e la stimolano all’azione nel mondo.
È divenuto chiaro che dietro questo depotenziamento di Gesù, rappresentato nella parola-chiave «Gesù storico», ci sta una decisione di fondo filosofica, che si può riassumere nella parola-chiave «moderna immagine del mondo». Dovremmo ritornarci sopra più avanti.
[….]
Tutto questo, la riduzione del mondo a ciò che è dimostrabile e la riduzione della nostra esistenza a ciò che è sperimentabile, riposa ultimamente su una terza causa, su di un terzo decisivo evento: lo sbiadirsi dell’immagine di Dio, che progredisce costantemente a partire dall’illuminismo.
Il deismo si è praticamente imposto nella coscienza comune. Non ci si può più raffigurare un Dio che si preoccupa del singolo uomo e che è in grado di intervenire nel mondo. Dio può aver dato avvio al big bang, se c’è stato, ma di più non gli rimane nel mondo illuminista. Sembra quasi ridicolo immaginarsi che lo interessino i nostri fatti e misfatti, noi che siamo così piccoli nei confronti del grande universo. Appare mitologico attribuirgli delle azioni nel mondo. Di cose inspiegabili possono certo essercene, ma per queste si cercano altre cause. La superstizione sembra più fondata che la fede, gli dèi – cioè le potenze non illuminate nel corso della nostra vita, con le quali ci si deve incontrare marginalmente – più credibili di Dio.
Ma se Dio ultimamente non ha nulla a che fare con noi, allora crolla anche l’idea di peccato. Che un’azione umana possa offendere Dio è divenuta per molti un’idea del tutto insostenibile. Così per la redenzione nel senso classico della fede cristiana non sussiste più alcun appiglio, poiché quasi a nessuno viene in mente di cercare nel peccato la causa della miseria del mondo e della propria esistenza.
Perciò naturalmente non ci può essere neppure nessun Figlio di Dio che venga nel mondo per redimerci dal peccato, e che per questo muoia in croce.
A partire di qui si spiega ancora una volta la fondamentale mutazione nella comprensione di culto e liturgia verificatasi negli ultimi tempi (da lungo preparati): il loro soggetto primo non è Dio, e nemmeno Cristo, ma il «noi» dei celebranti. E la liturgia non può nemmeno avere l’adorazione come senso primario; per essa anzi non c’è alcuna motivazione, in una concezione deistica di Dio.
Così pure non si può parlare di espiazione, di sacrificio, di remissione dei peccati. Si tratta piuttosto di questo, che i celebranti si assicurino della loro comunione fraterna e così escano dall’isolamento in cui l’esistenza moderna rinchiude il singolo. Si tratta di trasmettere esperienze di liberazione, di gioia, di riconciliazione, di denunciare ciò che è dannoso e di dare impulsi per l’azione.
Per questo è la comunità che deve costruire da sé la sua liturgia, e non riceverla da tradizioni divenute incomprensibili. Essa presenta se stessa e celebra se stessa.
A dire il vero non si può trascurare nemmeno un movimento in direzione opposta, che proprio nelle giovani generazioni diviene sempre più evidente: la banalità e il razionalismo infantile della liturgia fatta da sé, con la sua teatralità artificiosa, vengono evidenziati sempre più nella loro ingenuità; la loro nullità diventa manifesta. La piena autorità del mistero è scomparsa, e le piccole auto conferme, con cui ci si vuol sbarazzare di questa perdita, alla lunga non possono soddisfare nemmeno i funzionari, e tanto meno coloro che si dovrebbero sentire interpellati da simili celebrazioni.
Così cresce la ricerca di reale presenza di redenzione. Essa conduce certamente in direzioni completamente opposte. I grandi festival rock sono scatenamenti dell’esistenza, selvagge antiliturgie, in cui l’uomo viene strappato da sé e può dimenticare la mancanza di splendore e l’abitudinarietà della vita quotidiana. Anche la droga sta su questa direzione. Dall’altra parte il magico e l’esoterico attirano sempre più, come luogo in cui apparentemente il mistero afferra l’uomo.
In fin dei conti si può dire che là dove la liturgia è rischiarata dal mistero sorgono nuovamente nuovi luoghi di fede.

cf. la bolla di canonizzazione di Giovanna d’Arco: http://www.w2.vatican.va/content/benedict-xv/it/bulls/documents/hf_ben-xv_bulls_19200516_divina-disponente.html

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