Che libertà, questi italiani! Sapevano quel che facevano? Constatazioni a partire da un semplice responsorio breve

Domenica scorsa, sul quotidiano Avvenire, vi era un articolo che rendeva conto di un dibattito fra un eminente studioso della lingua italiana e un liturgista, intorno al tema dell’italiano liturgico, nel contesto delle traduzione in volgare dei testi latini (cf. l’articolo qui: http://www.accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/page/2015/05/11/avvenire_20150510_messa_italiano.pdf ). Il titolo recitava: “Italiano a Messa. La lingua alla prova”, e riportava come esempi alcuni casi difficili.
Non era fra quelli commentati ma è sicuramente uno dei casi esemplari della non semplicità di una traduzione, la resa del latino “Agnus Dei, qui tollis…” con “Agnello di Dio, che togli…”. Senza entrare in questioni bibliche e filologiche su cui non siamo competenti, in questo breve post riportiamo solo alcuni dati, per sottolineare una curiosa e misteriosa incongruenza nei libri liturgici, segno – crediamo- di una più profonda questione irrisolta. Infatti, se già il termine “Agnello”, nei suoi simbolismi biblici, non è chiaro e univoco come sembra, anche la resa del verbo non è cosa immediata, nonostante l’assonanza fra il latino e l’italiano faccia parere semplice la traduzione (tollere – togliere). Quando Giovanni Battista vede Cristo ed esclama “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del monod” (Gv 1,29), cosa intendeva dire? Secondo alcuni esegeti, nell’aramaico sottostante al greco del vangelo vi è il termine talya, che significa contemporaneamente agnello e servo. “E una delle tante parole ‘a doppio significato’, di cui i semiti sono ghiotti” (1). Ma anche il verbo nasconde una ricchezza di significati, che emerge in modo del tutto inaspettato nella versione italiana del salterio. E non si tratta di una traduzione, quanto di un nuovo testo, il che rende il fenomeno ancora più curioso. Non si può dire se chi ha preparato il testo abbia ceduto ad analoga “ghiottoneria”, ma di certo si è complicato un poco. Ma vediamo appunto i testi.
Dobbbiamo fare un salto indietro, torniamo alla liturgia della Settimana Santa, precisamente al lunedì. Nella liturgia delle Ore, le lodi presentano come lettura breve un brano del profeta Geremia (11,19-20), cui segue un responsorio breve

Riportiamo dapprima il testo tipico latino, poi alcune versioni in diverse lingue.

Lettura breve: Ego quasi agnus mansuetus, qui portatur ad victima…

Resp. (edizione tipica latina): Redemisti nos, Domine, in sanguine tuo…Ex omni tribu et lingua et populo et natione, in sanguine tuo..

Resp. (ed. inglese): You have redeemed us, Lord, by your blood…Form every tribe and tongue and people and nation..

Resp. (ed. francese) : Souviens-toi de Jésus Christ ressuscité d’entre les morts: Il est notre salut, notre glorie éternelle. Si nous mourons avec lui, avec lui nous vivrons…Si nous souffrons avec lui, avec lui nous régnerons..

Resp. (ed. spagnola): Nos ha comprado, Señor, con tu sangre…De toda raza, lengua, pueblo y nación…

Resp. (ed. italiana) Agnello di Dio, che porti il peccato del mondo, abbi pietà di noi…Tu che verrai a giudicare, abbi pietà di noi.

Come si vede, i traduttori italiani si sono presi una certa libertà, come pure i colleghi francesi. Ma in questa libertà hanno creato un testo che pare discostarsi dall’assai più tradizionale e classico  “Agnello di Dio, che togli i peccati..”: oltre al cambio del verbo, viene modificato anche il numero dei peccati (togli i peccati  / porti il peccato).

Più che traduzione, quindi, si ha qui una nuova visione teologica. È pur sempre un responsorio breve, un testo di minore importanza, tuttavia si potrebbe parlare in questo caso di un “proprio” della settimana santa. Non siamo in grado ora di rispondere, ma sarebbe interessante porsi la domanda se questà particolarità è stata notata nei commenti alla liturgia delle Ore della settimana santa. Magari qualche nostro lettore potrebbe suggerirci qualcosa.

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(1) F. Manns, Simboli biblici, Napoli 2013, 176.

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