“Ut nobis praestaret pagina quod illis gerebat historia”: pensieri sulla sacramentalità della Parola di Dio.

“La liturgia della Parola ha anch’essa una sacramentalità? Senza dubbio, anche se non identica a quella dell’Eucaristia. Quindi anch’essa in qualche modo verifica sul piano dell’efficacia salvifica quanto indica. Sarà opportuno in proposito ricordare un testo della Dei Verbum: Nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e prende della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: ‘Vivente ed efficace è la parola di Dio’ (Eb 4,12) ‘che ha a forza di edificare e dare l’eredità fra tutti i santificati’ (At 20,32; cf 1Ts 2,13). La parola esprime tutte le realtà dell’ordine salvifico e, quindi, in qualche modo le rinnova. Anche la parola ha carattere analettico in quanto ricorda i misteri della salvezza e li rende oggetto di esperienza vitale, dando loro una specie di ripresentazione sacramentale”: V. Raffa, “Parola ed Eucaristia”, in Mysterion. Nella celebrazione del Mistero di Cristo la vita della Chiesa. Miscellanea liturgica in occasione dei 70 anni dell’Abate Salvatore Marsili (Quaderni di Rivista Liturgica, Nuova Serie 5), Leumann (TO) 1981, 342-343.

In verità, ogni tempo, o carissimi, tiene viva negli animi dei cristiani l’attenzione sul sacramento della passione e della risurrezione del Signore, e altro dovere non ha la nostra religione se non quello di celebrare la riconciliazione del mondo e l’assunzione in Cristo della natura umana. Ma questo è il momento opportuno perché tutta la Chiesa sia istruita per una maggiore capacità di comprendere; perché sia accesa da una più fervida speranza, ora che proprio la grandezza di quelle realtà viene espressa dalla ricorrenza dei giorni sacri e dalle pagine autentiche del vangelo (quando ipsa rerum dignitas, ita sacramentorum dierum recursu et paginis evangelicae veritatis exprimitur), così che la Pasqua non sia ricordata come un evento passato, ma sia celebrata come una realtà presente (ut Pascha Domini non tam praeteritum recoli quam praesens debeat honorari). Che lo sguardo della nostra fede non vada cercando altro se non ciò che riguarda la croce di Gesù Cristo, e nessun dettaglio messo in luce dalla narrazione del vangelo sia accolto con orecchio indifferente. […] Noi, non allontanandoci in nulla dalle testimonianze dei vangeli e degli apostoli, facciamoci forti della conoscenza di coloro che ci hanno trasmesso l’insegnamento sicuro della loro esperienza, in modo da poter dire con venerazione e fermezza che in loro anche noi siamo stati istruiti, che quanto essi hanno veduto noi pure l’abbiamo visto, quanto essi hanno appreso, quanto hanno toccato con mano noi pure abbiamo toccato; e così non rimaniamo turbati nella passione del Signore dal momento che non ci siamo ingannati riguardo alla generazione. Sappiamo infatti, carissimi, e con tutto il cuore professiamo, che una è la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e che l’essenza consustanziale dell’eterna Trinità non ha in sé alcuna divisione né diversità, poiché è insieme temporale, immutabile, e non lascia di essere ciò che è. Ma pure in questa unità ineffabile della Trinità, le cui opere e giudizi sono sempre comuni, la restaurazione del genere umano l’ha assunta in proprio la persona del Figlio. E ciò perché Egli, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e nulla è stato fatto senza di lui, Egli che animò con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, potesse restituire alla dignità perduta la nostra natura precipitata dal baluardo sicuro dell’eternità e potesse essere anche il restauratore di ciò di cui era anche il creatore. Portò a compimento il suo disegno in modo tale che, per distruggere il dominio del demonio, si servì più della giustizia della ragione che del potere della forza. […] Il Figlio della beata Vergine è infatti l’unico ad essere nato senza colpa, non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato. In lui era perfetta l’innocenza e vera la natura dell’essere creato ad immagine e somiglianza di Dio, venendo all’esistenza dalla stirpe di Adamo come il solo in cui il demonio non trovò nulla da considerare suo. Anzi, dal momento che infierì su di lui, ma non poté sottometterlo alla legge del peccato, perse il diritto all’empia dominazione. L’effusione del sangue del giusto per gli ingiusti fu infatti così potente per ottenere il condono, fu così preziosa per il riscatto che se tutta la moltitudine di coloro che sono in schiavitù credesse nel suo Redentore, nessuno sarebbe più trattenuto dai vincoli del tiranno poiché, come dice l’Apostolo, dove abbondò il peccato, sovrabbondò anche la grazia. Leone Magno, Sermo 51 (De passione dominica 13): edizione: Leone Magno, I Sermoni sul mistero pasquale (Biblioteca Patristica 38), E. Montanari – E. Cavalcanti (edd.), Bologna 2001, 266 ss.

Ciò che Cristo operò, non lo operò soltanto per quelli che aveva davanti a sé allora, ma anche per noi che saremmo venuti dopo, cosicché i nostri antenati, che pure ci precedevano nel tempo, non ci precedessero nella grazia dei segni. Quella potenza, che fu loro manifestata nei miracoli compiuti nel presente, quella stessa potenza ci fu conservata nel tesoro delle Scritture, affinché la pagina ci offrisse ciò che per loro la realtà storica produceva e, anzi, si verificasse per noi tutto quanto dallo specchio persuasivo delle Scritture veniva dettato (Christus enum quod operatus est non illis tantum operatus est, quos habebat tunc praesentes, sed et nobis posta secuturis, ut licet maiores nostri tempore nos pracederent, tamen signorum gratia non praeirent. Quae enim illusi exhibita est prasentiarum in mirabilibus virtus, eadem virtus nobis est litteram thesauro conservata, ut nobis prestare pagina quod illusi gerebat historia, immo nobis geretur quidquid nobis insinuante scripturarum speculo dictaretur; et potenti Domini, qua illi carnalibus oculis cernerent, nos spiritali lumine videremus): Massimo di Torino, Sermone 103:  edizione: Massimo di Torino, Sermoni liturgici (Letture cristiane del primo millennio 28), M. Mariani Puerari (ed.), Milano 1999, 351-352; cf. CCL 23, 409).

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Domenica Laetare: un’anticipazione del “Laetetur et mater Ecclesia” della notte pasquale?

Che la domenica Laetare avesse a che fare in certo qual modo con il catecumenato e il battesimo pasquale l’avevamo già accennato qui: https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/28/il-cieco-nato-e-la-domenica-laetare-suggestioni-e-associazioni/. Anche se le letture dell’anno B non sono riconducibili direttamente all’istituzione del catecumenato, rimane comunque l’Antifona di Ingresso a fare da porta di ingresso nella liturgia di questa domenica. Purtroppo il Messale odierno non riporta l’indicazione del Salmo che dovrebbe seguire all’antifona: nel messale tridentino invece risaltava già nel testo l’affinità dell’antifona (Isaia 66,10-11) Laetare, Ierusalem con il primo versetto del salmo 121 Laetatus sum in his, quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus. La menzione del Salmo probabilmente aiuterebbe a non rischiare di cadere in troppo generali considerazioni sulla “letizia” proposta dalla liturgia. Tuttavia, anche con il solo testo di Isaia ci si dovrebbe rendere conto che è tutta la Chiesa ad essere invitata alla letizia per la rinnovata fecondità che sarà compiuta nella “Pasqua ormai vicina”, grazie ai sacramenti pasquali dell’iniziazione cristiana e della riconciliazione.

In un preziosissimo libretto di H. Rahner, troviamo un mirabile commento al capitolo 66 del profeta Isaia, che ci rimanda di nuovo al battesimo, e al fecondissimo ministero della santa Madre Chiesa, che nel tempo quaresimale si affatica invitando tutti alla conversione e ad immergersi di nuovo nella morte e risurrezione del suo Signore, sia mediante il sacramento della rigenerazione battesimale, offerto ai catecumeni, sia mediante la “seconda tavola di salvezza”, offerta ai cristiani caduti in peccato e bisognosi della penitenza e del perdono sacramentale.

Meriterebbe di essere riportato l’intero paragrafo, ma dobbiamo contenere la citazione in termini ragionevoli, sperando che sia sufficiente per rendersi conto della ricchezza soggiacente alla liturgia di questa domenica.

La Chiesa delle doglie sacramentali (1).

Giorno per giorno, dalla Pentecoste dello Spirito fino alla parusia del Signore trasfigurato, il corpo mistico di Cristo si edifica nel santo battesimo che la Chiesa dispensa…Ma ciò avviene in quelle doglie che Isaia previde nella profezia sulla nuova nascita del popolo di Dio e che si trasformano nel grido di giubilo: “Gioite con Gerusalemme, voi  tutti, che la amate. Bevete a sazietà alla sua mammella ricca di consolazioni!”. Ciò vale per la Chiesa, la madre che nutre tutti i popoli. Sulla miniatura semplice ma stupenda di un manoscritto del monastero di Engeleberg è rappresentata la madre Chiesa nell’atto di porgere la sua mammella ad un vescovo e ad un laico. La spiegazione ce la dà il commentario carolingio che si attribuisce ad Aimone di Halbertstadt: la parola profetica di Isaia si adempie con la Chiesa che è chiamata, al posto della Sinagoga divenuta infedele, a nutrire i popoli al suo seno e ad offrire agli uomini la fede filiale in Cristo. Questo però si verifica nel battesimo, nel momento in cui la liturgia prevede la domanda al battezzato: “Che cosa desideri dalla Chiesa? La fede!”

[…] Di tutto ciò risuona il canto di giubilo pasquale che la Chiesa intona quando nella santa notte dei battesimi può condurre alla sorgente di vita del sacramento i suoi figli che si è procurata nelle doglie. […] E’ caro a noi tutti il tripudio dell’Exsultet pasquale riguardo alla madre Chiesa. Nelle illustrazioni dei rotoli dell’Exultet essa avanza verso di noi come una donna sontuosa, sotto il portale della sua casa spirituale, avvolgendo con braccia protese tutti i popoli che accorrono a lei.

barber2Laetetur et Mater Ecclesia!

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(1) H. Rahner, Mater Ecclesia. Inni di lode alla Chiesa tratti dal primo millennio della letteratura cristiana, Milano 2011³, 29-32

Dall’impenitenza al cuore penitente: prodigi della liturgia!

Anche per il tempo quaresimale, il pregare e il “ruminare” l’innodia della Liturgia delle Ore ci rende sensibili a sfumature curiose e a dettagli pur minimi. Anche da queste piccole cose, tuttavia, può risaltare la vivacità della tradizione eucologica della Chiesa, la quale prende dalla Sacra Scrittura le parole per la preghiera, ridicendole tavolta in modo letterale, in altri e più frequenti passaggi con allusioni più libere, talora addirittura rovesciandole! Ci pare questo il caso dell’inno Iam, Christe sol iustitiae, mantenuto come testo latino facoltativo per le Lodi nei giorni feriali (1). Evidenziamo solamente la seconda strofa, offrendo una nostra traduzione italiana:

Dans tempus acceptabile, et paenitens cor tribue, convertat ut benignitas quos longa suffert pietas [Tu che ci offri un tempo favorevole concedici anche un cuore penitente, affinché la bontà converta quelli che la lunga misericordia sopporta] (2).

Vi sono qui allusioni a diversi passaggi della Scrittura: il primo e più chiaro riferimento è senza dubbio 2 Cor 6,2 (ecce nunc tempus acceptabile); meno evidente risulta il riferimento a 1 Cor 13,7, dove nell’inno alla carità si dice che essa “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” [il latino della Vulgata: omnia suffert omnia credit omnia sperat omnia sustinet]: interessante come la riformulazione liturgica esprime in categorie temporali e spaziali – longa pietas -,  il senso dell’testo paolino “ogni cosa, tutto” (3).
Ancora più sorprendente il terzo riferimento: da Rm 2,5-6 l’inno prende alcune parole, ma usandole in senso rovesciato. Vediamo:

O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio (Rm 2, 5-6) [an divitias bonitatis eius et patientiae et longanimitatis contemnis ignorans quoniam benignitas Dei ad paenitentiam te adducit, secundum duritiam autem tuam et inpaenitens cor thesaurizas tibi iram in die irae et revelationis iusti iudicii Dei]

Ciò che Paolo scrive per ammonire chi presume di poter giudicare gli altri, non accorgendosi di quanto la stessa paziente misericordia divina sia di fatto un invito serio e pressante alla conversione, diventa nell’inno il fondamento della preghiera: la bontà di Dio infine converta quanti fanno esperienza della sua prolungata e grande misericordia, così che nel tempo favorevole della conversione si riesca ad evitare la collera nel giorno del giudizio. La constatazione dell’indurimento insensibile – inpenitens cor – di quanti giudicano in modo temerario, e che Paolo stigmatizza, diventa qui una preghiera perché il cuore sia invece penitente!

Non si potrebbe capire come sia permesso alla liturgia godere di tale licenza se non si concepisse la Liturgia in profonda continuità teologica con la Sacra Scrittura. Ma di questo non possiamo occuparci ora: sia sufficiente il piccolo esempio offerto.

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(1) L’innario quaresimale della Liturgia delle Ore in italiano presenta alcune particolarità, che contiamo di poter approfondire. Non è facile reperire l’appropriata bibliografia per studiare meglio il lavoro di L. Gherardi, che curò la traduzione (!?) e le scelte della versione italiana degli Inni tipici: di fatto l’inno Iam Christe non è stato conservato.

(2) La versione ritoccata nel 1632 dalla riforma di Urbano VIII recitava: Dans tempus acceptabile,/ da lacrimarum rivulis/ lavare cordis victimam,/ quam laeta adurat caritas. Nell’ultimo stico era più facilmente riconoscibile il riferimento a 1 Cor 13. Qui si può trovare una versione inglese: http://www.preces-latinae.org/thesaurus/Hymni/IamChriste.html. Qui, invece, la melodia: http://liberhymnarius.org/index.php/Iam,_Christe,_sol. Nella sezione dei commenti (sotto) si può trovare una versione spagnola.

(3) Assai interessante questo attributo della pietas! Avevamo già approfondito la “velocità” della misericordia (cf.  https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/11/23/un-ladrone-impunito-una-fede-breve-e-veloce-misericordia-questo-e-il-regno-di-dio/), ma dovremo in altro momento approfondire questa “longitudem pietatis“!

Lo “zelo”: per meglio entrare nella pericope evangelica domenicale, due contributi dei “padri” del blog

Dai testi di alcuni nostri “maestri” di riferimento per questo blog, offriamo alcuni spunti interessanti per capire meglio lo “zelo” di cui parla il brano evangelico di questa domenica (Giovanni 2,13-25).

Il primo testo è tratto da J. Daniélou, Saggio sul mistero della storia, Brescia 2012³, 342-358 passim: a partire dal commento di alcuni brani biblici, ci viene offerta una meditazione assai interessante su aspetti che difficilmente sono comprensibili se non si legge la Scrittura come un tutto (il tema della “violenza” di Dio, ad es…); il discorso sullo zelo divino passa poi ad essere applicato allo “zelo apostolico”, nel senso più profondo. Non riportiamo per intero le citazioni bibliche, presenti invece per esteso nell’orginale.

Cf. 2Cor 11,1-2; Ez 16

In queste espressioni si sente tutta la violenza dell’amore di Dio, tutta quella violenza del Dio biblico che scandalizza i farisei, i razionalisti i quali vi vedono dell’antropomorfismo, e preferiscono un Dio del tutto astratto, che non li disturba, e se ne sta nel suo cielo. Ma il Dio della Scrittura non è così! E’ un Dio che ama, e quando si ama non si ammettono le infedeltà di colui che si ama…e qui precisamente si manifesta quella violenza dell’amore di Dio, che non ammette il tradimento delle anime ch’egli ama, e che non si rassegna al peccato. Se noi infatti ci adattiamo così facilmente ad offendere Dio, Lui non si adatta, Lui non accetta i nostri peccati. […]

cf. Os 2,9

Ma se Dio castiga il suo popolo, non lo fa mai in modo definitivo, perché, in realtà, egli non cerca il piacere della vendetta: per Lui la vendetta non ha sapore alcuno. La sola cosa ch’egli desidera è di guadagnare i cuori e di convertirli. Perciò il castigo, nelle sue mani, è sempre soltanto lo strumento per cercar di ricondurre l’infedele a prendere coscienza della sua infedeltà attraverso quella sofferenza che già è nel rimorso o nelle prove che possono seguire. Come abbiamo visto nel passo appena citato, nell’infedele si risveglia questo pensiero: ‘Andrò e ritornerò verso il mio primo marito, perché ero più felice allora di adesso’. Il castigo consiste dunqe nel far provare all’infedele l’amarezza della sua infedeltà per tentare di ricondurlo. Sono queste le astuzie dell’amore di Dio, attraverso le quali, all’agguato in ogni anima, egli tenta ora con le prove ed ora con le gioie, di conquistarla e di guadagnarla. Uno degli aspetti più misteriosi di queste astuzie divine è il modo in cui Dio eccita la gelosia…[…] Ma bisogna che qualcuno sia fedele ad essa (l’anima) contro lei stessa, rappresenti la testimonianza di quel ch’essa è veramente contro ciò ch’essa mostra d’essere divenuta. Questo è, in senso preciso, lo selo apostolico, quella forma dell’amore che consiste nell’essere esigenti verso l’altro, e che è il vero modo di amarlo. Fare del bene non significa sempre far piacere, dobbiamo ricordarcelo incessantemente; al contrario far piacere è l’opposto di fare del bene. Non confondiamo dunque la carità con quei compromessi cui ci pieghiamo così spesso. E infine lo zelo è attivo, ossia, come la gelosia divina è una forza vivente perpetuamente operante e non una disposizione platonica; come il Dio geloso manifesta la sua gelosia con l’intromettersi nell’esistenza degli altri, intervenendo in qualche modo a turbarne il piacere fallace per infonder loro il rimpianto di qualche cosa d’altro, e suscitare tutto ciò che v’è di buono in loro, così il vero zelo apostolico è uno zelo attivo, divorante. Il che non significa zelo indiscreto, ma uno zelo reale: zelo perfettamente rispettoso dunque, ma nello stesso tempo ben attento.

Il secondo brano è l’ultima parte di un testo più ampio (tutto da leggere! qui:  http://vangelodelgiorno.blogspot.it/2011/11/j-ratzinger-benedetto-xvi-la.html), tratto da Gesù di Nazaret di J. Ratzinger – Benedetto XVI:

Come stanno allora le cose circa lo «zelos» di Gesù? Riguardo a questa domanda, Giovanni – proprio nel contesto della purificazione del tempio – ci ha donato una parola preziosa che costituisce una risposta precisa ed approfondita alla domanda stessa. Egli ci dice che, in occasione della purificazione del tempio, i discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà» (2,17). È questa una parola tratta dal grande Salmo 69 riguardante la passione. A causa della sua vita conforme alla parola di Dio, l’orante è spinto nell’isolamento; la parola diventa per lui una fonte di sofferenza recatagli da quelli che lo circondano e lo odiano. «Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola… Per te io sopporto l’insulto… mi divora lo zelo per la tua casa …» {Sai 69,2.8.10). Nel giusto sofferente il ricordo dei discepoli ha riconosciuto Gesù: lo zelo per la casa di Dio lo porta alla passione, alla croce. È questa la svolta fondamentale che Gesù ha dato al tema dello zelo. Ha trasformato nello zelo della croce lo «zelo» che voleva servire Dio mediante la violenza. Così Egli ha eretto definitivamente il criterio per il vero zelo – lo zelo dell’amore che si dona. Secondo questo zelo il cristiano deve orientarsi; in ciò sta la risposta autentica alla questione circa lo «zelotismo » di Gesù. Questa interpretazione trova la sua conferma nuovamente nei due piccoli episodi con cui Matteo conclude il racconto della purificazione del tempio. «Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì» (21,14). Al commercio di animali e agli affari col denaro Gesù contrappone la sua bontà risanatrice. Essa è la vera purificazione del tempio. Gesù non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti ai margini della propria vita ed ai margini della società. Egli mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell’amore. In piena armonia con tutto ciò sta poi anche il comportamento dei fanciulli i quali ripetono l’acclamazione dell’osanna che i grandi gli rifiutano (cfr Mt 21,15). Da questi « piccoli » Gli verrà sempre la lode (cfr Sal 8,3) – da coloro che sono in grado di vedere con un cuore puro e semplice e che sono aperti alla sua bontà. Così in queste due piccole vicende si preannunzia il nuovo tempio che Egli è venuto a costruire.

Amore e/o accusa? Dalla Bibbia nuova luce sul perdono, e sulla sua celebrazione sacramentale.

Si è mostrato in molti esempi quanto importante sia per la liturgia una lettura integrale della Sacra Scrittura, una sua interpretazione secondo il tutto – una lettura cattolica, potremmo dire -, capace di spaziare dall’Uno all’Altro Testamento, aperta alle realtà naturali e alle intuizioni dei Padri.

In questo breve post si vorrebbe presentare un contributo assai interessante di alcuni giovani biblisiti, discepoli del prof. Bovati (Pontificio Istituto Biblico), che mostra la fecondità di un’intuizione globale, pur nell’analisi minuziosa di aspetti particolari. La chiave ermeneutica proposta è un procedimento giuridico bilaterale, una struttura che emerge da parecchie pagine della Sacra Scrittura, dagli esegeti denominata rîb. Nella nostra ricerca sul sacramento della Penitenza abbiamo scoperto sorprendenti relazioni fra questa struttura biblica e le indicazioni del rituale odierno (cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/24/la-parola-della-riconciliazione-3/ ).

Avendo trovato, in formato pdf, un estratto dell’interessante libro, lo riproponiamo qui, assai volentieri.

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I trucchi della madre di Giacobbe e i guanti del vescovo: che tipo, quel Guglielmo Durand!

La Liturgia ci permette di compiere viaggi inaspettati e di cogliere relazioni fra l’Uno e l’Altro Testamento, e di ritrovarne attualizzazioni nelle celebrazioni. Talvolta, tuttavia, si esagera, cadendo in un’interpretazione che pare forzata, o comunque non riconducibile alla grande Tradizione. Generalmente, si deve essere abbastanza prudenti nel valutare dati che comunque la Chiesa ha assunto, almeno per alcuni periodi, eppure si può notare la differenza fra le intuizioni dei grandi Padri e le formule di qualità e contenuto meno rilevante.

Ci è capitato di prestare attenzione alla preghiera che accompagnava, nel segmento rituale della cosiddetta “traditio delle insegne”, l’imposizione dei guanti al neo-consacrato nel rito di ordinazione episcopale: si tratta di un testo che compare la prima volta nel Pontificale di Guglielmo Durand (fine del XIII secolo), e arriva fino al Vaticano II.

Ecco il testo, con una nostra traduzione italiana:

Circumda, Domine, manus huis ministri tui munditia novi hominis qui de coelo descendit, ut, quemadmodum Iacob dilectus tuus, pelliculis edorum opertis manibus, paternam benedictionem, oblato patri cibo potuque gratissimo, impetravit, sic et iste, oblata per manus suas hostia salutari, gratiae tuae benedictionem impetrare mereatur. Per Dominum” (PGD I, XIV,60)

Circonda, o Signore, le mani di questo tuo ministro, con la purezza dell’uomo nuovo che discende dal cielo, e come il tuo diletto Giacobbe, rivestite le mani di pelli di capretti ottenne la benedizione paterna, dopo aver offerto cibo e bevanda assai gradito, così anche codesto, quando offrirà con le sue mani la vittima di salvezza, meriti di ottenere la benedizione della tua grazia.

Davvero sorprendente l’accostamento fra i guanti del neo-vescovo e gli accorgimenti suggeriti a Giacobbe dalla madre. Rivediamo il testo della Genesi: Rebecca disse al figlio Giacobbe: “Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: “Portami della selvaggina e preparami un piatto, lo mangerò e poi ti benedirò alla presenza del Signore prima di morire”. Ora, figlio mio, da’ retta a quel che ti ordino. Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io preparerò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre, che ne mangerà, perché ti benedica prima di morire”. Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: “Sai bene che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione”. Ma sua madre gli disse: “Ricada pure su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu dammi retta e va’ a prendermi i capretti”. Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo (pelliculasque hedorum circumdedit manibus…). Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Così egli venne dal padre e disse: “Padre mio”. Rispose: “Eccomi; chi sei tu, figlio mio?”. Giacobbe rispose al padre: “Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Àlzati, dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica”. Isacco disse al figlio: “Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!”. Rispose: “Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti”. Ma Isacco gli disse: “Avvicìnati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no”. Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: “La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù”. Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse. Gli disse ancora: “Tu sei proprio il mio figlio Esaù?”. Rispose: “Lo sono”. Allora disse: “Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica”. Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: “Avvicìnati e baciami, figlio mio!”. Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse (Gen 27,6-27).

Il tema principale della preghiera è quindi tratto dall’episodio curioso della vicenda familiare dei patriarchi, composto però insieme ad altri riferimenti biblici, legati apparentemente dall’idea del “rivestire”. Si tratta del passaggio della lettera agli Efesini: “..abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità…” (4,22-24). Potrebbe essere inteso anche un riferimento a 1Cor 15,47 (“il secondo uomo viene dal cielo”).

La preghiera accosta quindi temi diversi, associando le pelli di capretti e i guanti del vescovo. Risulta difficile trovarne una traccia nella tradizione anteriore: pare invece che si tratti di una ricerca di qualche passaggio scritturale a sostegno di un gesto che, anch’esso, rappresenta una novità. Non possiamo adesso entrare in una questione più complessa quanto quello del progressivo arricchimento cerimoniale della liturgia di ordinazione (1). Si voleva solamente evidenziare l’ardita interpretazione suggerita dalla preghiera liturgica, che tuttavia non convince più di tanto e che, soprattutto, non appare fondata in una tradizione consolidata, nè all’interno della Scrittura stessa nè, a quanto ne sappiamo, nelle pagine dei Padri. Non sembrerebbe quindi che si possa parlare, in questo caso, di tipologia.

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(1) Cf., a proposito, lo studio di A. Lameri, La Traditio Instrumentorum e delle insegne nei riti di ordinazione (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 96), Roma 1998.