“Generoso impegno”: e’ la liturgia il luogo della morale? Alcune letture utili.

Il tema della traduzione dei testi liturgici è certamente troppo complesso e articolato per poter essere anche solamente accennato in un post. Nonostante questo doveroso senso del limite, la versione italiana della Colletta della IV Domenica di Quaresima ci suggeriva alcune riflessioni e letture.

Il sintagma latino “prompta devotione” viene reso in italiano con “generoso impegno” (1). Ci si creda quando affermiamo che non rivendichiamo alcuna pretesa di serietà scientifica, tuttavia non possiamo non percepire qualcosa di dissonante nel termine scelto per tradurre “devotio”: è pur vero che la parola italiana “devozione” pare oggi non comprensibile ai più, e che il significato di dedizione, ardore non è escluso dal termine impegno. Comunque, anche quest’ultimo sostantivo richiama, nella lingua corrente, un ambito semantico che pare fuorviante dal senso profondo della preghiera.

Più che proporre soluzioni, ci pare utile rileggere un testo di R. Guardini, che allargandosi in considerazioni più generali, storiche e filosofiche, ci aiuta a considerare con attenzione quello che potrebbe soggiacere ad una non precisa traduzione (2).

Il primato del Logos sull’Ethos

La liturgia mostra un’altra caratteristica che la rende estranea ai temperamenti attivistici dalle disposizioni particolari alla gravità morale: la sua posizione particolare rispetto all’ordine morale. Anzitutto, codesti temperamenti sentono nella liturgia questa mancanza: che la sua etica non ha rapporti molto immediati con la vita reale di ogni giorno. Essa non offre allo sforzo e alla lotta quotidiana alcun impulso traducibile immediatamente in azione e neppure pensieri immediatamente valorizzabili. Le è proprio un certo riserbo, un certo distacco dalla vita concreta; essa si compie nell’ambito del santuario, solenne e alquanto appartato dal mondo. […] Alla liturgia spetta invece, prima di tutto, di suscitare i fondamentali sentimenti cristiani. Essa vuole condurre l’uomo a inserirsi nell’ordine esatto ed essenziale che s’accentra in Dio, a divenire intimamente “giusto” nell’adorare Dio e nel rendergli i dovuti omaggi, nella fede e nell’amore, nello spirito di penitenza e di sacrificio. Quando verrà posto nella condizione di agire, egli farà certamente ciò ch’è giusto, in conformità a quello stesso orientamento. La questione, però, conduce oltre. Che atteggiamento tiene in genere la liturgia di fronte all’ordine morale? In quale rapporto sta in essa il volere rispetto alla conoscenza, il valore di verità rispetto al valore di bontà? In che relazione, per formulare in due parole il problema, stanno in essa Logos ed Ethos? […] In tal modo la religione prese un orientamento sempre più mondano (weltfreudig). Essa divenne sempre più la consacrazione dell’esistenza umana temporale nei suoi aspetti più vari, una santificazione dell’attività terrena: del lavoro professionale, della vita sociale, della famiglia e simili. Ma chiunque abbia considerato per un certo tempo queste cose, rileva quanto sia inadeguata questa spiritualità, quanto contraddica alle leggi supreme dell’esistenza e dell’anima. Essa è falsa e perciò innaturale nel più profondo significato di questa parola. Qui sta la fonte specifica dell’angustia dell’età nostra. Goethe ha realmente toccato l’intimo nucleo della situazione quando fece scrivere al suo Faust, preso dal dubbio, le parole: “In principio era l’azione” al posto della frase: “In principio era il Verbo”. Passando il centro di gravità della vita dalla conoscenza al volere, dal Logos all’Ethos, la vita si fece sempre più instabile. […] Su questa mentalità ricade la colpa del fatto che l’uomo di oggidì assomiglia tanto spesso a un cieco che brancola nel buio; giacché la forza fondamentale su cui egli ha poggiato la sua vita, vale a dire il volere, è cieca. La volontà può volere, agire e creare, non, però, vedere. Di qui procede anche tutta quella irrequietudine che non trova riposo in nessun luogo. Nulla perdura, nulla rimane saldo, tutto si muta, e la vita è un perenne divenire, un anelare, un ricercare, un pellegrinare senza posa. La religione cattolica si oppone con tutta la sua forza a questa mentalità. La Chiesa perdona ogni altra mancanza più facilmente che un attentato alla verità. Essa sa bene che, se uno manca ma non intacca la verità, egli può ritrovarsi e riprendersi. Ma s’egli intacca il principio, in tal caso è lo stesso santo ordine della vita che è levato dai cardini. La Chiesa ha pure guardato sempre con profonda diffidenza a ogni concezione moralistica della verità, del dogma. Ogni tentativo infatti di fondare il valore di verità del dogma sul suo valore per la vita, è nel suo intimo, anticattolico. La Chiesa pone la verità, il dogma come un dato assoluto, riposante su se stesso, che non abbisogna di nessuna fondazione sulla base dell’ambito morale o pratico. La verità è verità, perché è la verità. […] Il volere non crea la verità, ma la trova; deve riconoscersi cieco e perciò bisognoso di luce, della guida, della potenza ordinatrice e formatrice della verità. Il volere deve fondamentalmente riconoscere il primato della conoscenza sulla volontà, del Logos sull’Ethos. […] E il valore definitivo non sta nella visione del mondo moralistica, ma in quella metafisica, non nel giudizio sul valore, ma in quello sull’essere, non nello sforzo, ma nell’adorazione. […] Non appena questo primato venga ristabilito, si offre anche il fondamento della sanità spirituale. L’anima infatti abbisogna di un terreno assolutamente saldo su cui reggersi. Essa abbisogna di un appoggio da cui possa spingersi oltre se stessa, di un punto sicuro fuori di essa, e questo punto non può essere che la verità. Il riconoscimento della verità oggettiva è il fatto fondamentale della liberazione spirituale: “la verità vi farà liberi”. L’anima abbisogna di quella liberazione interiore in cui la concitazione del volere si placa, l’irrequietudine dell’anelito si calma, il grido della brama tace; e questo si verifica fondamentalmente e in prima linea nell’atto intenzionale in cui il pensiero riconosce la verità, lo spirito ammutolisce dinanzi alla maestà sovrana della verità. […] Questo atteggiamento spirituale è veramente cattolico. E se è pur vero che, per qualche riguardo, il cattolicesimo è arretrato rispetto alle altre confessioni, transeat! Esso non poteva partecipare alla furiosa caccia a cui si è abbandonata la volontà sciolta da ogni pastoia dopo aver spezzato le leggi eterne. Esso ha, però, conservato qualcosa di insostituibilmente prezioso: il primato del Logos sull’Ethos, e in tal modo l’accordo con le leggi immutabili di ogni vita. Quantunque in tutto questo discorso non si sia ancora parlato di liturgia, tuttavia tutto fu detto per essa. Nella liturgia il Logos ha la preminenza che gli spetta, sulla volontà. Di qui la sua mirabile placidità, la sua calma profonda. Di qui s’intende com’essa sembri totalmente risolversi in contemplazione, adorazione, esaltazione della verità divina. Di qui la sua apparente indifferenza alle piccole miserie quotidiane. Di qui la sua scarsa preoccupazione di “educare” immediatamente e di insegnare la virtù. La liturgia ha in sé qualcosa che fa pensare alle stelle, al loro corso eternamente uguale, alle loro leggi inviolabili, al loro fondo silenzi, all’ampiezza infinita in cui si trovano. Sembra, però, soltanto che la liturgia si preoccupi così poco delle azioni e delle aspirazioni, e della condizione morale degli uomini. Poiché in realtà essa sa assai bene provvedervi: chi infatti vive realmente in essa, si assicura la verità, la sanità e la pace nell’intimo dell’essere.

R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Brescia 1996, 99-110.

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(1) Cf. alcune altre traduzioni della preghiera latina Deus, qui per Verbum tuum humani generis reconciliationem mirabiliter operaris, praesta, quaesumus, ut populus christianus prompta devotione et alacri fide ad ventura sollemnia valeat festinare:
O God, who through your Word reconcile the human race to yourself in a wonderful way, grant, we pray, that with prompt devotion and eager faith the Christian people may hasten toward the solemn celebrations to come.
Señor, que reconcilias contigo a los hombres por tu Palabra hecha carne, haz que el pueblo cristiano se apresure, con fe viva y entrega generosa, a celebrar las próximas fiesta pascuales.
Dies qui as réconcilié avec toi toute l’humanité en lui donnant ton propre Fils, augmente la foi de peuple chrétien, pour qu’il se hâte avec amour au devant des fêtes pascales qui approchent.
Herr, unser Gott, du hast in deinem Sohn die Menschheit auf wunderbare Weise mit dir versöhnt. Gib deinem Volk einen hochherzigen Glauben, damit es mit froher Hingabe dem Osterfest entgegeneilt.
(2) E’ impressionante l’assonanza di questo testo con il pensiero di J. Ratzinger – Benedetto XVI. Alla figura di R. Guardini è stato, da alcuni, affiancato anche J. Bergoglio: nello specifico dei paragrafi citati non se ne vede proprio il fondamento (cf.http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/10/21/guardini-un-maestro-che-bergoglio-non-ha-mai-avuto/).

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