“Parlava correttamente”. La “correttezza” secondo la liturgia.

“Parlava correttamente”: ecco l’effetto immediato del gesto terapeutico e della parola del Signore Gesù sull’uomo sordomuto di cui parla il brano dell’evangelista Marco, indicato per la celebrazione eucaristica di oggi, Venerdì della V settimana del Tempo Ordinario (Marco 7,31-37). Certamente gli esegeti potranno offrirci le loro considerazioni e i loro approfondimenti, ma di certo anche la liturgia ci offre un’ermeneutica assai particolare e concreta per leggere quell’avverbio ὀρθῶς, in latino recte (in alcune lingue versioni nazionali: clearly, sin difficultad, correctement, correctamente).  Senza entrare nei dettagli della storia e delle varianti dei testi e dei riti, senza dubbio possiamo affermare che la liturgia ha associato questo testo alla grazia della progressiva iniziazione ai misteri cristiani, e in particolare modo alla professione di fede pre-battesimale. Nelle testimonianze antiche questo dato non è così sottolineato: in Ambrogio, ad es., assume maggiore rilevanza il senso dell’apertio aurium, ossia la capacità di un ascolto di fede e di un’intuizione profonda dei misteri della fede – non a caso nella liturgia descritta dal santo Vescovo non si tocca la bocca del catecumeno, ma piuttosto le narici, perché possa percepire il buon odore di Cristo. Nel rituale del battesimo seguito alla riforma auspicata dal Vaticano II, invece, è evidente il legame fra il testo di Marco e la professione di fede. Che è solamente auspicata, nel caso del battesimo di un bambino: Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra del battezzato, dicendo: Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre (Rito del Battesimo di un bambino, 121). Nel caso, invece, di un adulto che sta per completare il cammino verso il battesimo, il rito dell’Effetà avviene il sabato santo, come preparazione immediata alla Veglia battesimale. Il contesto è quello della riconsegna del Simbolo, che era stato consegnato al catecumeno precedentemente. La formula è eloquente di per sé: Quindi il celebrante, toccando col pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: Effatà, cioè: Apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio (Rito dell’iniziazione cristiana di un adulto, 202). La professione di fede completa quindi il rito: dopo una preghiera presidenziale, gli eletti professano pubblicamente e solennemente la loro fede: “Concedi, Signore, che questi eletti, che hanno conosciuto il tuo disegno di amore e i misteri della vita del tuo Cristo, li professino con la bocca e li custodiscano con la fede e compiano sempre nelle opere la tua volontà”. Quindi gli eletti recitano il Simbolo: è questo professione di fede pubblica, personale ed esistenzialmente vissuta e testimoniata nella vita quello che nel Vangelo è detto: “parlava correttamente”. La vera fede, questa è la correttezza!
Per finire, riportiamo il testo di uno la cui parola era davvero “corretta”, imbevuta dalla tradizione perenne e allo stesso tempo sorprendentemente fresca e viva: nell’Angelus del 9 settembre 2012, Benedetto XVI così commentava il brano di Marco (da notare la ripresa del dettaglio del sospiro di Cristo, cui il tocco delle narici dell’antica liturgia faceva riferimento):

Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che – nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo. L’evangelista Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più viva. Questa parola è «effatà», che significa: «apriti». Vediamo il contesto in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta «Decapoli», tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là. Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: «Effatà», che significa appunto: «Apriti». E subito quell’uomo incominciò a udire e a parlare speditamente (cfr Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordomuto, grazie all’intervento di Gesù, «si aprì»; prima era chiuso, isolato, per lui era molto difficile comunicare; la guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare e quindi relazionarsi in modo nuovo.
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il «cuore». E’ questo che Gesù è venuto ad «aprire», a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, «effatà – apriti», riassume in sé tutta la missione di Cristo. Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri. Per questo motivo la parola e il gesto dell’«effatà» sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni che ne spiegano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a «respirare» lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto.”

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