“Adamo, dove sei?”: la prima chiamata di misericordia.

Già altre volte, partendo dal paradigmatico testo di Genesi 3,9, abbiamo approfondito alcuni aspetti della teologia liturgica della riconciliazione. Fra alcuni, fra più post pubblicati (1), ricordiamo i seguentI:

http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/07/la-domanda-del-signore-sulla-tomba-di-lazzaro-unantica-consuetudine/

http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/01/15/chi-chiama-sta-per-salvare/

Troviamo interessanti approfondimenti e somiglianze inaspettate in alcuni commentari rabbinici, raccolti e reinterpretati da D. Lifschitz nel suo studio su Genesi 3 (D. Lifschitz, L’inizio della storia. Il peccato orginale, prefazione di I. De la Potterie, Roma 1993). Da lì riprendiamo alcuni passaggi a commento di quel “Dove sei?” (cf. pp. 91-96, passim):

Ralbag: La conversazione di Dio ci insegna che prima che un giudice condanni qualcuno deve innanzitutto interrogare personalmente il colpevole per accertarsi se possiede degli argomenti in sua difesa. Dio, dunque, sebbene fosse pienamente a conoscenza dell’accaduto, non li punì prima di averli ascoltati, dando loro così la possibilità di difendersi.

Rashi: Sapeva dov’era, ma lo chiamò per cominciare con lui una conversazione, così che Adamo non dovesse rispondere all’improvviso e pieno di confusione, come sarebbe stato se avesse decretato la punizione tutta in solo volta.

Ralash: Aiekhah – dove sei, non è una semplice domanda, ma esprime la sorpresa di trovare Adamo là dove non dovrebbe trovarsi.

Qol HaTorah: la parola Aiekhah – dove sei? che ha anche il significato Ahimè! Come mai! esprime il sospiro e il lutto. Il fatto che Dio sia stato costretto a chiedere all’uomo “Dove sei? Perché ti nascondi? Che hai commesso?” Implica già un motivo di grande afflizione: “Come mai non sei più lo stesso di prima?” (2). Sebbene Dio non ignorava dove Adamo si trovasse, la sua domanda non era puramente retorica. Si tratta della domanda eterna, posta da Dio ad ogni uomo: “Dove sei tu oggi nella tua vita?”.

Hertz: “Dove sei?” è il grido che risuona dopo ogni peccato, nelle orecchie dell’uomo che cerca di ingannare se stesso e gli altri a proposito del suo peccato.

Yedi: Ogni peccatore si nasconde da Dio. Anche se non è cosciente di nascondersi fisicamente, si nasconde dietro la siepe dell’automistificazione e dell’autoinganno. Ogni uomo ha questa tendenza. Perciò la Parola di Dio, attraverso questo episodio, ci dà un rimedio. Dio chiama: “Dove sei?”, il che significa: “Apriti a me, abbatti le barricate di autogiustificazione e di inganno di te stesso, dietro le quali cerchi di nasconderti da me”. Per questo la confessione dei peccati è così importante (3).

“Adamo, dove sei?” – La prima chiamata di misericordia

Chiamare qualcuno con il proprio nome è un evidente segno d’amore. La chiamata è una parola, il cui contenuto è destinato in modo particolare ad una persona che si sceglie e con cui si instaura una relazione personale ed unica, prima di tutto perché la si ama e la si stima, e in secondo luogo, perché si spera che accetterà la chiamata che le si vuole affidare. Si tratta qui della prima chiamata di misericordia che troviamo nella Scrittura. E non a caso. Si potrebbe pensare che il peccato abbia allontanato l’uomo da Dio. Questo è vero per l’uomo e le sue relazioni con Dio. Paura, nascondimento e accusa sono segni evidenti. Non è così per Dio. Paradossalmente il peccato arricchisce l’amore che Dio ha per l’uomo di una connotazione nuova che prima non aveva: la tenerezza della misericordia. Infatti, è solo dopo il peccato che avviene la chiamata personale: “Adamo, dove sei?” […] Non si tratta certamente di andare in cerca del peccato, per attirare l’attenzione di Dio, perché il peccato è già presente in ogni uomo, anche se il moralismo, la buona educazione e la religiosità naturale, che dall’infanzia insegnano all’uomo come mascherarsi, lo hanno coperto….Dio al contrario instaura con ogni uomo un rapporto d’amore proprio partendo dal suo peccato. Quello che invece impedisce questo rapporto con Dio non è il peccato di per sé, ma il ‘superpeccato’. Cioè il sentirsi giusto e buono, o senz’altro migliore degli altri, ‘perché io non ho mai fatto male a nessuno’. L’unica medicina per guarire da questa cecità profonda è il Vangelo, la predicazione di Cristo. Essa mette davanti all’uomo, in primo piano, non un valore morale da imitare, non delle azioni buone da compiere o presunte purezze da conservare, ma il liberatore e salvatore Gesù Cristo, crocifisso e risorto. Bisogna annunciare un uomo nuovo, non un rattoppo. Solo così, guardando all’amore per il nemico, totale e gratuito, che unicamente Cristo ha e può donare, gli uomini possono riconoscersi peccatori. Solo in lui la colpa diventa felice colpa. Non a caso l’ultimo uomo con cui Cristo ha parlato fu un assassino e fu il primo ad entrare nel regno: Oggi sarai con me nel Paradiso. La Scrittura è paradigmatica.

Ahimè! Dove sei?

Il termine Eikhah – Ahimè! Come mai! è la prima parola delle Lamentazioni di Geremia. Davanti alla distruzione del tempio, la devastazione di Gerusalemme, la Giudea occupata, il profeta si chiede come mai questa catastrofe nazionale e religiosa sia potuta accadere. Come mai si è potuto ridurre così la città santa? Esiste un’analogia tra l’esilio di Adamo dal paradiso e l’esilio d’Israele da Gerusalemme. In ebraico le parole dove sei – aiekah? e come mai! – eikah! si scrivono con le stesse lettere. Dio interpella Adamo, l’uomo, esclamando: “Come mai! Tu che eri destinato alla felicità sei diventato così? …Questo aiekah è tragico e allo stesso tempo pieno di speranza. Simultaneamente con l’esilio e le sofferenze si sviluppa nell’uomo un grido, un desiderio e nel cuore, attraverso il pentimento, nasce la gioia della conversione.

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(2) Agostino: La prima morte fu per Adamo l’allontanamento di Dio. Quando Dio gli disse: “Adamo, dove sei?”, queste parole gli diedero la consapevolezza di trovarsi là dove Dio non c’era più. Reperto di Deutz: e’ giusto che si dica così ad Adamo, poiché in realtà si è mosso, e non è al suo posto: il posto dell’uomo è Dio. […] E a ciò tendeva la benignità di Colui che lo cercava: che chi era cercato trovasse se stesso, e si rendesse conto di che cosa aveva perduto.

(3) La confessione dei peccati, che nell’ebraismo non è sacramentale, è però un elemento essenziale della liturgia sinagoga e della preghiera individuale. Abecassis: Dove sei? E’ una delle domande importanti alla quale risponde l’istituzione rabbica delle tre preghiere quotidiane: la preghiera del mattino…, la preghiera del mezzogiorno…, e la preghiera della sera. E’ attraverso questo rito che l’uomo è aiutato a situarsi continuamente nel mondo e a ridimensionarsi. Pregare non è solo chiedere, ma è diventare cosciente, lasciarsi giudicare e scrutare (come indica l’etimologia della parola Tefilah – preghiera), è situarsi davanti a un modello. La preghiera è la risposta dell’uomo alla domanda fondamentale di Dio: “Dove sei?”. Eisemberg: Effettivamente, l’originalità della preghiera ebraica è che non è una semplice preghiera. Certo, alcuni elementi della liturgia quotidiana appartengono all’ordine delle preghiere o delle richieste… Ma il termine generale usato per la preghiera – Tefilah, ha una radice totalmente diversa che significa giudizio e confrontazione. Tre volte al giorno il credente viene giudicato confrontandosi con un tribunale di accoglienza, che è l’edificio spirituale dell’Ufficio…Pregare significa chiedere a se stesso: “Dove sono?”.

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(1) cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/23/la-parola-della-riconciliazione-2/ ; https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/24/la-parola-della-riconciliazione-3/.

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