La sera del mondo

Nelle sue meditazioni sull’anno liturgico, l’abate Guéranger accenna, di passaggio, ad uno stico del famoso Inno Conditor alme siderum (1), introducendo le Antifone “O” delle feire maggiori dell’Avvento: “Tutti i giorni, ai Vespri, si canta una grande Antifona che è un grido verso il Messia e nella quale gli si dà ogni giorno qualcuno dei titoli che gli sono attribuiti nella Scrittura. […] Il momento scelto per far ascoltare questo sublime appello alla carità del Figlio di Dio è l’ora dei Vespri, perché è alla sera del mondo, vergente mundi vespere, che è venuto il Messia”. [http://www.unavoce-ve.it/pg-antifone.htm].
Vergente mundi vespere, mentre scendeva la sera del mondo: in questo versetto la liturgia riunisce, come in un diamante, sfumature poliedriche e diverse. L’indicazione oraria della preghiera è solamente un aspetto di una ricchezza di significati, che passando dall’astronomia – siamo nei giorni in cui, nell’emisfero boreale, più durature sono le ore delle tenebre – e dalla cosmologia, tocca la morale e l’essere più profondo. Si traduce in poesia e in invocazione di preghiera un’idea diffusa nei padri latini, quella della “vecchiezza” del mondo, indebolito e stanco. In questo concetto non mancano gli influssi derivati dallo stoicismo, come bene ha dimostrato J. Danielou (2), ma l’esaurimento delle energie e delle risorse e il decadimento delle virtù segnala la radicale debolezza dell’uomo, bisognoso di salvezza. A questa debolezza invincibile corrisponde un’altrettanto indefettibile offerta di salvezza. Ecco perché le considerazioni sulla malvagità dei tempi non sono solamente sterili lamenti, ma si possono sviluppare in una fiduciosa preghiera. Alcune letture patristiche dell’Ufficio del tempo di Avvento ci hanno aiutato in questo senso: riconoscere la nostra debolezza è un ottima preparazione all’incontro con il Dio divenuto debole bambino, per sanarci ed offrirci il rimedio. Così, la storia della salvezza ha progressivamente mostrato non solo il volto di Dio, ma anche la nostra necessità di essere salvati: per questo Dio ha atteso a mandarci suo Figlio. Che in queste feste accogliamo di nuovo, come nuova luce nella sera del mondo.

– Questa è la tua Parola per noi, Signore, questo il tuo Verbo onnipotente, che mentre un profondo silenzio, cioè un’aberrazione profonda, avvolgeva tutte le cose, dal trono regale si lanciò, inflessibile oppugnatore degli errori, dolce fautore dell’amore. [dal Trattato “La contemplazione di Dio” di Guglielmo, abate di Saint-Thierry, Lunedì terza settimana]

– ..neppure poteva approvare quel tempo d’iniquità, ma preparava l’era attuale di giustizia, perché riconoscendoci in quel tempo chiaramente indegni della vita a motivo delle nostre opere, ne diventassimo degni in forza della sua misericordia, e perché, dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza. Quando poi giunse al colmo la nostra ingiustizia e fu ormai chiaro che le sovrastava, come mercede, solo la punizione e la morte…. [dalla “Lettera a Diogneto”, 18 dicembre]

– Per questo Dio stesso ci ha dato come “segno” della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l’Emmanuele: poiché lo stesso Signore era colui che salvava coloro che di per se stessi non avevano nessuna possibilità di salvezza. Per questo Paolo, indicando la radicale debolezza dell’uomo, dice: “So che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene” (Rm 7,18), poiché il bene della salvezza non viene da noi, ma da Dio. [dal Trattato “Contro le eresie” di Sant’Ireneo, 19 dicembre].

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(1) https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/12/linno-conditor-alme-siderum-uno-strano-caso-di-riforma-della-riforma/.
(2) J. Danielou, “Cipriano e l’invecchiamento del mondo”, in Id., Le origini del cristianesimo latino. Storia delle dottrine cristiane prima di Nicea, Bologna 2010 (ristampa), 241-248.

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