I “talenti” evangelici: di cosa si tratta in realtà? Una pista liturgica…

L’interpretazione della pericope evangelica di domenica prossima (Matteo 25,14-30) potrà variare in relazione al significato che, fra altre cose, si attribuirà al termine “talento”. La parola greca è passata nella nostra lingua corrente certamente anche a motivo dell’uso evangelico, ma probabilmente l’uso corrente, ora, condiziona e forse impedisce una comprensione più profonda del testo di Matteo.
Vediamo prima una descrizione del termine trovata su un sito web:

ta-lèn-to
Abilità naturale, inclinazione; desiderio; nell’antica Grecia, unità di peso
dal greco: tàlanton, che significava piatto della bilancia, peso, somma di denaro – acquisendo prima il senso di inclinazione (nell’immagine dell’inclinazione della bilancia), e poi diffuso col pieno significato attuale attraverso la parabola evangelica dei talenti. Il talento è dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c’è non si può imparare – inclinazione troppo più profonda di una capacità, troppo più radicata di una passione, troppo più caratterizzante di un volto o di una maniera, per poter essere riprodotta o finta. È un taglio del sé. L’antico significato di unità di peso e di somma di denaro ci mette in luce dei connotati importanti di questa parola. Il talento era unità di peso e somma di denaro poiché la moneta stessa era metallo prezioso pesato: un talento, ad Atene, corrispondeva a più di venti chili d’argento. Una ricchezza grave, quindi, massiccia, che nel moderno talento appesantisce di responsabilità chi la possieda. Infatti, ovviamente, la ricchezza materiale e quella del talento, in sé, non hanno valore: abbandonate a sé non si mangiano né realizzano. È l’investimento, l’impiego nello svolgimento della vita che ne sprigiona il valore, che trasforma il peso di sé in potere e libertà.

In effetti, non sarà difficile ascoltare, associate alla parabola evangelica e a suo commento, generiche esortazioni a riscoprire i propri talenti naturali quali l’intelligenza, il carattere, le qualità, la stessa vita, vivendoli come doni e mettendoli a servizio dei fratelli. Non è sbagliato, certamente; eppure ci sono particolari che nel testo di Matteo non possono essere trascurati: i talenti che vengono affidati ai servi costituiscono i beni del padrone: “consegnò loro i suoi beni” . Che si tratti di beni del padrone, e non dei servi, è ribadito, in modo piuttosto imbarazzato, dall’ultimo servo, quello infingardo: “..sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Ad una rapida ricerca sui testi liturgici, pare risultare assai raro l’uso del lemma “talentum” nei testi eucologici.
Si trova una occorrenza nel Sacramentarium Veronense, nella serie di formulari per le messe votive nell’anniversario di ordinazione episcopale. Si tratta di un prefazio, il formulario Ve 968:

Vere dignum: maiestatem tuam cunctis sensibus depraecari, ne propriis iucunditatibus occupati, aut familiam dissimulare commissam, aut nitamur vexare subiectam; sed evangelii tenore monstrante, conservis civaria ministrantes tempore competenti dominico repperiamur adventu; famulosque tuos cum dilectione corripere et cum necessaria studeamus amare censura; totumque servitium delegatum rationabiliter exsequentes, non reatum de neglecto domini subeamus aumento, sed divinorum nobis multiplicata proveniat dispensatio talentorum
E’ veramente giusto supplicare la tua maestà con tutti quanti i sensi, perché, occupati ai nostri propri piaceri, non ci adagiamo a trascurare la famiglia che ci è affidata e a maltrattare quella che ci è sottomessa; ma, mostrando un tenore di vita evangelica, possiamo essere trovati, al ritorno del Signore, mentre procuriamo ai fratelli i cibi nel tempo opportuno; e studiamo di correggere con amore i tuoi servi e di amarli con la necessaria severità; ed eseguendo in modo ragionevole l’intero servizio affidato(ci), non esponiamo al Signore la colpa del trascurato aumento, ma piuttosto ci giovi l’accresciuta amministrazione dei divini talenti.

Al di là della traduzione, certamente da migliorare, pare assai interessante notare, nel testo, l’esplicito riferimento ad un altro passo del vangelo di Matteo: “Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”; e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo verrà nel giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti” (Mt 24,45-50).
I talenti, almeno per il vescovo del Veronense, non sono speciali qualità o attitudini naturali, ma sono i fedeli stessi, affidati al suo ministero, sono le grazie e i carismi che deve amministrare, sono il cibo spirituale (Parola e Sacramenti) con cui nutrire la porzione di popolo a cui è preposto. Sono beni del padrone, e al servo sono consegnati, con fiducia e generosità.

Anche la colletta alternativa che il Messale italiano presenta in appendice, questa volta pare meno riduttiva del solito: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza;…”
Infine, ci possono essere utili alcun3 riflessioni di Origene, tratte dal suo Commento su Matteo:

Questo timore è buono e non ci libera da quelle tenebre esteriori, ove saremo condannati come servi malvagi e indolenti. Malvagi per non aver usato la preziosa moneta delle parole del Signore, con le quali avremmo potuto diffondere la dottrina del cristianesimo e penetrare nei profondi misteri della bontà di Dio. Pigri per non aver trafficato la parola di Dio per la salvezza nostra e degli altri. Avremmo dovuto invece mettere alla banca le ricchezze di nostro Signore, cioè le sue parole, presso uditori che, come banchieri, mettono alla prova ed esaminano ogni cosa per poter ritenere soltanto la dottrina buona e vera e respingere quella cattiva e falsa. Di modo che, venendo il Signore, potesse raccogliere con i frutti e gli interessi, le parole da noi sparse negli altri. Infatti ogni ricchezza, cioè ogni parola che porta l’impronta regale di Dio e l’immagine del suo Verbo, è un autentico tesoro.

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