“La situazione del rinnovamento liturgico”: un sorprendente J. Ratzinger, annata 1966.

Come avevamo preannunciato, siamo ora in grado di mostrare il testo della conferenza dell’allora professore J. Ratzinger all’annuale convegno della Chiesa tedesca, nell’edizione del 1966, a Bamberga.
Offriamo in questo post e, per non appesantire oltremodo la lettura, nel successivo, una delle sezioni del contributo che, più ampiamente, aveva come tematica generale e titolo “Il Cattolicesimo dopo il Concilio”. Interessa qui in particolare la prima sezione: “1. La situazione del rinnovamento liturgico”. I lavori della riforma liturgica stavano entrando nella fase di studio dei concreti e più dettagliati ambiti della vita sacramentale e di preghiera della Chiesa, ma alcune grandi direttrici erano già chiarite, come la questione della lingua e di una maggiore partecipazione dei fedeli nelle celebrazioni. Per questo le considerazioni di Ratzinger, anche se generiche, risultano ancora oggi ficcanti. Per quanto si sia voluto ridurre il pensiero del futuro prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e, poi, Sommo Pontefice, in categorie schematiche e in valutazioni spesso viziate dal pregiudizio, l’argomentazione di Ratzinger sorprende sempre. Che si concordi o meno con le sue ragioni, non si può negare la profondità del suo pensiero, ogniqualvolta ci si liberi da considerazioni estranee all’argomentare stesso.
Anche in questo caso, la ricchezza e l’apertura della visione ci pare senza dubbio degna di essere considerata attentamente.

 1. La situazione del rinnovamento liturgico
Il risultato del concilio di maggiore evidenza è il rinnovamento liturgico. Ma proprio questo rinnovamento liturgico, tanto desiderato ed accolto con tanta gioia, è divenuto per molti versi il segno di contraddizione. Certo: chi si occupa seriamente della realtà della liturgia cristiana, non può dubitare che è avvenuto qui qualcosa di grande e di importante. Respingerà perciò come superficiali ed inadeguate le due obiezioni, che ritornano di continuo contro i due elementi fondamentali del rinnovamento liturgico. Contro l’uso della lingua volgare viene obiettato che sarebbe adeguato al mistero un certo nascondimento in un linguaggio suo proprio, come avviene in tutte le religioni, nelle quali il santo si nasconde così continuamente sotto il velo del mistero; inoltre, proprio questa lingua, come l’unica lingua di tutta la chiesa, è il legame che unisce i continenti e ci rende consapevoli attraverso tutta la terra di essere membri visibilmente dell’unità cattolica, trasformando questa stessa unità nella esperienza diretta del linguaggio comune: una lingua che è anche il filo, che ci riallaccia all’indietro con la preghiera cristiana di tutti i tempi e ci intesse nella moltitudine sconfinata di coloro che prima di noi e con noi hanno lodato e lodano Dio nello stesso modo con un’unica voce. La seconda obiezione si rivolge contro la preminenza assunta dalla comunità, ricordando il sacro silenzio, come più adeguato al mistero che non il tanto parlare; il silenzio, in cui Dio può parlare con più incisività e che permette al singolo di incontrare realmente il suo Signore, mentre la continua regolamentazione di una messa comunitaria con canti e preghiere, stare in piedi, sedersi ed inginocchiarsi, non lascia più tempo per entrare in un tale incontro: la liturgia comincia ad esaurirsi in un affaccendarsi fine a se stesso, e l’esecuzione esterna prende il posto di ciò che è autentico, dell’incontro con il Signore. E, ai margini di riflessioni propriamente teologiche, si aggiunge poi un terzo aspetto: la regolamentazione della celebrazione liturgica comunitaria significa al tempo stesso una specie di attacco iconoclasta alla ricchezza artistica, in cui il passato diede alla lode di Dio nella messa forme di bellezza eterne, sostituite ora da declamazioni, la cui indecorosità estetica non è proporzionata alla grandezza di quanto viene celebrato, né serve all’uomo per trovarvi un accesso migliore, anzi, contribuisce a rendergli impossibile la strada.
Chiunque non sia legato ad un programma irrivedibile, ma sia disposto a ricercare come stiano realmente le cose, vedrà molto in fretta che nelle suddette obiezioni si mescolano argomenti di vario rango e che proprio in questo intreccio si esprime il dilemma della nostra situazione presente. Per prima cosa, non è difficile mostrare che l’argomento del mistero non ha peso, che anzi, tanto quanto il richiamo al silenzio di una pietà individuale che non vuol essere disturbata dalla comunità, si fonda su un fondamentale misconoscimento di ciò che è realmente per sua essenza la celebrazione liturgica cristiana. Volerla misurare con le categorie della storia delle religioni e pretendere di ritrovare e documentare qui in modo analogo i sentimenti relativi, significa esattamente ignorarne la sua realtà vera e propria. La celebrazione liturgica cristiana è per sua essenza annuncio del lieto messaggio di Dio alla comunità presente, l’accettazione di risposta di questa comunità, il comune parlare della chiesa a Dio, un parlare che si intreccia appunto con l’annuncio: l’annuncio di ciò che Cristo ha fatto per noi nella sala dell’ultima cena è al tempo stesso lode di Dio, che attraverso Cristo ha voluto agire in questo modo nei nostri confronti; esso è memoria delle azioni salvifiche di Dio, attraverso la quale ci situiamo cosi nei fatti avvenuti, ma come memoria che celebriamo, come appello a Dio perché a compimento ciò che allora ebbe inizio: professione della fede e della speranza, ringraziamento ed invocazione, annuncio e preghiera insieme. Per questo la liturgia, semplicemente alla luce della struttura del suo linguaggio, è costruita sul rapporto reciproco di io e voi, che si va sciogliendo continuamente nel comune noi della chiesa intera, la quale si presenta attraverso Cristo di fronte al volto di Dio. In una liturgia cosi configurata, il linguaggio non ha il senso di voler nascondere, ma di rivelare, non il senso di un tacere nel silenzio della singola preghiera isolata, ma del convergere verso l’unico noi dei figli di Dio, i quali dicono insieme: Padre nostro. Fu quindi un passo di importanza decisiva il fatto che la riforma liturgica abbia di nuovo deritualizzato la parola e le abbia ridato il suo significato di parola. Comprendiamo solo oggi poco per volta quale vuoto di significato sia stato quel pregare del sacerdote prima del vangelo, l’invocazione che Dio gli mondi il cuore e le labbra così come aveva purificato le labbra del profeta Isaia con carboni ardenti, affinché sia in grado di annunciare degnamente ed in modo adeguato la parola di Dio, questo benché ben sapesse che avrebbe subito dopo bisbigliato la parola di Dio, come la stessa preghiera preliminare, e benché non pensasse affatto ad annunciare questa parola. O pensiamo al sacerdote che diceva Dominus vobiscum, ben sapendo che questo ‘voi’, al quale si rivolgeva il saluto, non esisteva per niente. La parola era stata svuotata in rito, e la riforma liturgica non ha fatto qui nient’altro che ridare valore ai diritti della parola e perciò anche ai diritti della celebrazione liturgica della chiesa ivi compresa. Se Friedrich Heer ha potuto dire recentemente che si dovrebbe conservare la liturgia latina e che il cattolico la dovrebbe trovare dovunque vada – fosse anche su Marte o sulla luna -, così come vuol trovare dovunque il suo Seneca e il suo Omero, allora questo significa allineare la liturgia nel museo del passato, soffocarla nella neutralizzazione estetica e presupporre a priori di non poterla oggi più intendere nel suo significato di accezione originaria. In questo senso, il fatto scandaloso della riforma liturgica consisterebbe nel suo essere così abbastanza ingenua, da intendere ancora la liturgia così come propriamente fu intesa: nel prenderla cioè seriamente per quello che è. Si potrà quindi concludere che nessuno dimostra oggi con altrettanta efficacia, quanto i suoi oppositori, la necessità e il buon diritto della riforma liturgica, poiché ciò che essi difendono e un malinteso della liturgia e ciò che essi dimostrano e perciò il fatto che la forma precedente di liturgia correva il pericolo di far passare il malinteso come la realtà autentica. Chi intuisce queste cose, dovrà al tempo stesso concedere che fa parte della riforma liturgica, fino ad un certo grado, lo scandalo e il malinteso, il disagio. Egli vedrà che non si può giudicare la riforma liturgica dall’aumento o meno di coloro che frequentano la chiesa, ma solo ed unicamente sulla base del suo rispondere alla natura fondamentale della celebrazione liturgica cristiana come tale.

J. Ratzinger, “Il cattolicesimo dopo il Concilio”, Conferenza al “Katholikentag” di Bamberga del 1966, in Id., Il nuovo popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche (Biblioteca di teologica contemporanea 7), Brescia 1992, 330-333.

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