Un versetto “transitorio”, che mostra la “rifiorita” vitalità della tradizione che non passa.

Al numero 63 dei “Principi e norme per la liturgia delle Ore”, nella descrizione dell’Ufficio delle Letture, si fa riferimento ad un elemento marginale, rispetto alla salmodia e alle letture: “Tra la salmodia e le letture si dice, di solito, il versetto; con esso l’orazione passa dalla salmodia all’ascolto delle letture”.
Uno dei curatori della riforma del Breviario classifica questo tipo di versetti come “versetti transitori”: “Sono un tratto di unione fra la salmodia e la lettura nell’Ufficio di meditazione. Servono ad indicare l’orientamento psicologico particolare, che il recitante deve avere uscendo dalla prima zona ed entrando nella seconda. Segnano il passaggio dal lirismo dei salmi alla meditazione delle letture. […] Il versetto transitorio serve soprattutto ad intensificare la disposizione degli animi all’ascolto della Parola di Dio. Esso ha ora notevole importanza perché, soppressi il Pater noster, l’assoluzione e la benedizione fra salmi e lezione, resta l’unico ponte fra settori” (1).
Se da una parte, nella riforma del Breviario, si registra una soppressione di alcune componenti, dall’altra si nota una particolare cura anche nei dettagli, con una sapiente capacità di mantenere e riproporre nuovamente elementi tradizionali: il tutto forma una trama preziosa. E anche un singolo dettaglio può aprire orizzonti e intrecci sorprendenti.
Vediamo un esempio.
I versetti transitori si ripetono ciclicamente. Nel tempo pasquale, per l’Ufficio delle Letture della Domenica (cf. Domenica III, IV, V, VI, VII di Pasqua), è stato assegnato il versetto: E’ rifiorita la mia carne, alleluia: nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia [LH: Refloruit caro mea, alleluia. Et ex voluntate mea confitebor illi, alleluia].
La fonte di questo testo è il salmo 27 secondo la Vulgata: “Dominus adiutor meus et protector meus, in ipso speravit cor meum et adiutus sum et refloruit caro mea et ex voluntate mea confitebor ei”. L’odierna traduzione recita invece “Il Signore è mia forza e mio scudo, in lui ha confidato il mio cuore, con il mio canto voglio rendergli grazie” [Sal 28(27)7].
Sembrerebbe assai felice la scelta di mantenere l’antica lezione. Essa permette l’aggancio con un’antica tradizione interpretativa e liturgica.
Nella classificazione dei Tituli psalmorum curata da P. Salmon, secondo i più antichi manoscritti e salteri, al salmo 27, nella serie V, era associato il titolo “[vicesimus septimus psalmus ostendit] quod ipse adiuvatus a Patre, florescente de sepulchro carne resurrexit(2) [(il salmo ventisettesimo) mostra che (Cristo) stesso, aiutato dal Padre, è risorto dal sepolcro, con la (sua) carne “in fiore”).
Che questa interpretazione cristologica fosse del tutto evidente – e che forse, in qualche modo, la recita del salmo 27 dovesse essere presente nelle liturgie pasquali – lo mostra il fatto che san Massimo di Torino, in uno dei suoi sermoni pasquali, potè citarlo nella sua avvincente e commovente omelia, senza alcuna difficoltà, come se gli uditori lo avessero ben presente.
Ecco come Bibbia e Liturgia possono arricchire, in modo lussureggiante e rigoglioso, la spiritualità e la preghiera cristiana. In esse permane, come un fiore profumato, la perenne giovinezza e vitalità del Signore.  Ma, ora, la parola a s. Massimo:

L’uomo è riportato dalla grazia alla più giovane età e, pur essendo spossato dalla vecchiaia, di nuovo rinasce nei costumi quale bimbo innocente, così che, dopo aver ricevuto il Sacramento, da vecchi ci ritroviamo bambini. Il rinnovamento significa lasciare quel che eri e assumere quel che fosti all’inizio. A tale rinnovamento sono chiamati i neofiti, per cui abbandonate le colpe del passato per una vita nuova, ricevono la grazia della semplicità, come dice l’Apostolo: «Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio». Onde anche Davide dice: «Tu rinnovi come aquila la tua giovinezza»; in queste parole puoi intendere la grazia del battesimo, per cui può rinascere quanto nella nostra vita sta per morire, e rinnovarsi nella giovinezza ciò che è rovinato dalla vetustà dei peccati. E affinché sappia anche tu che il profeta parla della grazia del battesimo, ha paragonato il rinnovamento a quello dell’aquila, di cui si dice che cambia continuamente le penne: mentre perde le vecchie ringiovanisce con le nuove che le sostituiscono, così che dopo aver messe da parte le spoglie del passato, si riveste a nuovo. Anche i nostri neofiti recentemente battezzati, deponendo come l’aquila le spoglie del passato, hanno indossato la nuova veste della santità e, mentre i peccati passati sono venuti meno, essi vengono ornati con la grazia dell’immortalità. In essi sono invecchiati solo i caduchi peccati della vecchiaia, non la vita, e come l’aquila è trasformata in una rinnovata giovinezza, così essi rinascono nell’infanzia spirituale. Sanno come devono comportarsi nel mondo, ma manca loro la sicurezza nel cammino della ritrovata giustizia. Consideriamo perciò con maggior attenzione quel che dice il santo Davide; non dice: si rinnoverà come le aquile la tua giovinezza, ma come l’ aquila. Afferma dunque che la nostra giovinezza si deve rinnovare come un’unica aquila. Direi che questa sola e unica aquila è in realtà Cristo Signore, la cui giovinezza si è rinnovata quando è risorto dai morti. Deposte le spoglie del corpo corruttibile, è rifiorito assumendo la carne rediviva, come dice egli stesso per mezzo del profeta: «E’ rifiorita la mia carne e con il mio canto gli rendo grazie». Dice: «è rifiorita la mia carne». Guardate quale verbo ha usato. Non disse: è fiorita, ma è rifiorita. Infatti non può rifiorire ciò che prima non era fiorito. La carne del Signore era fiorita, quando per la prima volta è uscita dall’illibato seno della Vergine Maria, come dice Isaia: «Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». Invece è rifiorita allorché, reciso dai Giudei il fiore del suo corpo, è germogliata rediviva nella gloria della risurrezione; e come un fiore ha esalato su tutti gli uomini il profumo e lo splendore dell’immortalità, spargendo cioè il soave odore delle buone opere e mostrando lo splendore dell’incorruttibile eterna divinità.

San Massimo di Torino, Disc. 55,1-2

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(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 173.
(2) P. Salmon, Les “Tituli psalmorum” des manuscrits latins (Collectanea Biblica Latina 12), Città del Vaticano 1959, 139.

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2 pensieri su “Un versetto “transitorio”, che mostra la “rifiorita” vitalità della tradizione che non passa.

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