Il buon ladrone nella liturgia del tempo di Pasqua: un “precedente” che crea giurisprudenza.

Dobbiamo fidarci dei patrologi e degli esperti di filologia, nell’accettare le attribuzioni che stabiliscono. E’ indubbio però che vi sia una sorprendente affinità fra l’inno, attribuito ad Ambrogio, Hic est dies verus Dei, e alcuni passaggi di Sermoni oggi attribuiti a san Massimo di Torino. In passato vi era più confusione: alcuni mettevano in dubbio la paternità santambrosiana dell’inno che l’odierna Liturgia delle Ore assegna all’Ufficio delle Letture del tempo di Pasqua, altri – al contrario – attribuivano a sant’Ambrogio, finanche a Sant’Agostino, pure i Sermoni di cui vorremmo parlare qui, dopo aver già scritto qualcosa a proposito dell’inno (cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/11/23/un-ladrone-impunito-una-fede-breve-e-veloce-misericordia-questo-e-il-regno-di-dio/).
Più recenti studi hanno contribuito a precisare le questioni (1), e si è riusciti a contestualizzare alcuni testi nella predicazione liturgica (2) del Vescovo Massimo di Torino (†417/423). Non si può stabilire con certezza se i due si siano conosciuti personalmente, ma si può constatare agevolmente un’affinità fra i due, quanto all’esegesi e alla sensibilità teologica. In particolare, fra le fonti di Massimo vi è senza dubbio il commento a san Luca di sant’Ambrogio.
Comunque siano andate le cose, è fuori di dubbio che la figura del buon ladrone sia stato un personaggio assai attraente per la predicazione dei due Padri. Si tratta, decisamente, di un tema pasquale.

Il sermone più vicino all’Inno Hic est dies verus Dei è il Sermone 53, predicato nel giorno di Pasqua. L’abbrivio era il versetto 24 del Salmo 118(117) [Haec est dies quam fecit Dominus: exultemus et laetemur in ea], un testo evidentemente proclamato o cantato nella celebrazione pasquale. Si noteranno facilmente le somiglianze e gli echi del testo poetico di Sant’Ambrogio. Sottolineiamo una particolare espressione, resa da questa traduzione con “precedente”. Il termine “praerogativa”, almeno nel latino classico, apparteneva al linguaggio giuridico. Il santo vescovo Massimo avrà voluto intendere in tal senso l’episodio del buon ladrone graziato: una sentenza che ha creato giurisprudenza?

Fratelli, tutti in questo santo giorno dobbiamo esultare [Igitur, fratres, omnes in hac die sancta exultare debemus]. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la coscienza dei peccati, nessuno si lasci distogliere dalla preghiere pubbliche per il fardello delle colpe [Nullus se a communi laetitia peccatorum conscientia subtrahat, nullus a publicis votis delictorum sarcina revocetur!]. Per quanto peccatore, in questo giorno non deve disperare del perdono; c’è, infatti, un precedente non da poco [Quamvis enim peccator, in hac die de indulgentia non debet desperare; est enim praerogativa non parva]. Se il ladrone meritò il paradiso, perché non dovrebbe meritare il perdono il cristiano? E se il Signore ha misericordia di lui quand’è crocifisso, tanto più avrà misericordia di costui, quando risorge; e se l’umiliazione della passione tanto procurò a chi confessava, la gloria della risurrezione quanto recherà a chi supplica? [Si enim latro paradysum meruit, cur non mereatur veniam christianus? Et si illi Dominus cum crucifigitur miseretur, multo magis huic miserebitur cum resurgit; et si passionis humilitas tantum praestit confidenti, resurrectionis gloria quantum tribuet depraecanti?]

I due sermoni che seguono, secondo il parere degli studiosi, sono stati predicati in Quaresima: ma ciò non stupisca, la figura del buon ladrone è un ottimo spunto per predicare la conversione e il pentimento in vista delle festività pasquali. Del resto, anche sant’Ambrogio pensava che esso fosse uno splendido esempio del dovere di aspirare con tutte le forze alla conversione [pulcherrimum adfectandae conversionis exemplum].

Sermone 74
Il fortunato ladrone, infatti, mentre patisce il supplizio, ottiene il regno celeste [Beatus enim latro dum supplicium patitur, regnum caeleste consequitur]. Ecco un reo, come si dice, cui giovò in quel momento essere condannato [Ecce reus, sicut dicitur, cui damnari id temporis expediunt]. […]
Meraviglia! Confessa il ladrone colui che il discepolo rinnegò. Meraviglia, ripeto! Il ladrone rende onore, mentre lo vede patire, a Colui che Giuda tradì, mentre lo baciava [Mira res: confitetur latro quem discipulus abnegavit. Mira, inquam, res: latro honorificat patientem, quem Iudas prodidit osculantem].

Sermone 75
La Bontà vostra ricorda, fratelli, che ho spiegato il motivo per cui il ladrone, da tempo dedito a crimini tanto gravi e condannato dalla confessione dei propri delitti, potè meritare il paradiso proprio sul patibolo del supplizio e fu salvato con tale prontezza che la grazia raggiunse i suoi peccati prima della pena e dai propri mali egli ricevette gloria prima che punizione [et tanta fuerit celeritate salvatus, ut peccata eius gratia praevenerit antequam poena, et prius in malis suis gloriari coeperit quam puniri].
A Pietro Cristo dice: Non puoi seguirmi ora, mi seguirai dopo. A costui, invece, dice: Oggi sarai con me in paradiso. L’uno vien fatto aspettare come avesse troppa fretta e l’altro viene invitato come un compagno [tamquam praeproperus ille differtur, et hic tamquam socius invitatur]; l’uno è posto in attesa fino al momento del premio, l’altro è già amato fino alla condivisione della sorte [ille adhuc reservatur ad premium, et iam ad consortium iste diligitur]. Non puoi, dice, seguirmi ora. E’ impossibile per Pietro seguire il Signore e già è facile per il ladrone essere con il Signore [Impossibile est Petro sequi Dominum, et iam facile latroni esse cum Domino]. Oggi, dice, sarai con me in paradiso. Non è rimandato a un altro momento, non è posto in attesa per un altro giorno [Non in aliud differtur tempus, non in diem alteram reservatur]. Nella stessa ora in cui il paradiso accolse il Signore, accolse anche il ladrone [Ipsa hora, qua paradysus Dominum suscepit, suscepit et latronem]. Uno solo patì per la salvezza di tutti, ma per i due allo stesso modo la porta dell’immortalità si apre. […] Ma fu la fede a garantire al ladrone una tale gloria. E’ la fede, infatti, che copre i peccati, che vince i crimini, che trasforma dei ladroni in uomini innocenti. Per quanto grande sia la colpa di chi sbaglia, ancor più grande è la grazia della fede [Quamvis enim delinquentium grandis culpa sit, fidei tamen maior est gratia]. Vale di più l’aver creduto in Cristo che l’aver sbagliato in terra: conta di più l’aver sperato il perdono dal Signore che l’aver contratto la colpa dal mondo [Plus est enim credi disse in Christo quam in saeculo deliquisse; et plenioris est meriti veniam sperasse a Domino quam culpam contraxisse de mundo].
[…]
Grande, ripeto, fu la fede in quel ladrone e paragonabile a quella dei santi apostoli, se non che forse la anticipò addirittura [Magna, inquam, fides in illo latrone fuit et sanctis apostolis comparando, nisi quod et forte praecesserit]. Giunse prima, infatti, per devozione colui che giunse prima anche per il premio [Praecessit enim devotione, qui praecessit et praemio]. E il ladrone pervenne al paradiso prima degli apostoli [Prior enim latro ad paradysum quam apostoli pervenerunt].

_____
(1) Cf. l’introduzione all’«Hic est dies verus Dei» offerto nell’edizione degli Inni curata da A. Bonato: S. Ambrogio, Inni, Introduzione, traduzione e commento di Antonio Bonato (Letture cristiane del primo millennio, 12), Milano 1992, 222-225.

(2) Massimo di Torino, Sermoni liturgici, Introduzione, traduzione e note di Milena Mariani Puerari (Letture cristiane del primo millennio, 28), Milano 1999.

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