La colpa di Adamo (e la nostra): felice o infelice? La parola, definitiva e autorevole, a Sant’Ambrogio.

Il sabato santo si apre, nell’Ufficio divino, con uno dei testi insieme assai lirico e di una profondità spirituale, un brano tratto da un’Antica Omelia sul sabato santo (cf. http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010414_omelia-sabato-santo_it.html). Ma non è l’unico testo eccezionale di questo giorno: la notte delle notti, nella madre di tutte le veglie, ci farà ascoltare un’altra inarrivabile composizione, l’Exultet. Come non stupirsi, grati e commossi, di fronte all’annuncio audace della così straordinaria vittoria di Cristo risorto, che cambia la sorte e la qualità della colpa di Adamo? Ma pure questo testo ebbe i suoi censori.
L’eccellente saggio di R. AMIET, purtroppo non ancora tradotto in italiano, La veillée pascale dans l’Église latine, I, Le rite romain, Paris 1999, dà notizia dei maldestri tentativi di elidere dal Preconio Pasquale l’eccezionale espressione lirica “O certe necessarium Adae peccatum, quod Christi morte deletum est. O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem”. Provvidenzialmente il Messale della Curia Romana del XIII secolo conserva quel passaggio “litigieux”, e da lì poi il Messale romano del 1570 lo assumerà, mettendolo definitivamente al riparo da improbabili censori e oltremodo zelanti teologi improvvisati che, ritenendosi illuminati, elidevano questa strofa dai manoscritti. Addirittura vi fu chi ritenne doveroso correggere quello che forse consideravano un eccesso imperdonabile: “Dans Saint-Brieuc 1543, ces deux phrases ont été biffe par un gros trait à l’encre noire et remplacées, dans la marge inférieure de la page, par les deux suivantes: O nimis abominationis Adae peccatum, quod Christi morte deleri necesse fuit. O infelix culpa, quae tale opus habuit. On aimerait connaître par son nom l’excellent ecclésiastique de ce diocèse, auteur de cet extraordinaire transformation de texte!” (209)
Se un tale correttore ci è ignoto, dell’idea originale, nel suo contenuto teologico, abbiamo un nome certo, e non è un nome da tenere poco in conto: il santo Vescovo di Milano, Ambrogio.
Ecco alcuni, fra svariati, passaggi che echeggiano quel versetto del Preconio:

– “Ti ho sempre invocato, chiedendo che non abbiano mai a vantarsi i miei nemici, perché anche se ho peccato, il peccato tu me lo rimetti; anche se sono caduto, tu mi rialzi, perché non esultino quelli che godono dei peccati altrui. Infatti noi, che abbiamo peccato di più, abbiamo guadagnato di più, perché la tua grazia ci rende più beati della nostra assenza di colpa (Plus enim adquisivimus qui plus peccavimus, quia beatiores facit tua gratia quam nostra innocentia). […] Non è fatale la caduta di una debolezza (non est gravis infirmitatis ruina), se non l’accompagna la deliberata volontà di rialzarti (si non sit etiam voluntatis studium ab ea non surgendi). Abbi dunque questa volontà di rialzarti: è vicino a te chi ti fa rialzare (Habe voluntatem surgendi: praesens est qui faciat ut resurgas). (Commento al Salmo 37,47)
– “Il Signore non aveva detto ad Adamo: ‘Sarai con me’ (come fece con il buon ladrone, ndr), perché sapeva che sarebbe caduto, per essere poi redento da Cristo. Felice caduta, che trova una rinascita più bella! (Felix ruina, quae reparatur in melius). (Commento al Salmo 39,20).

A proposito dell’episodio del buon ladrone, ecco cosa Ambrogio poteva dire poco prima:

“Egli ha confessato il suo peccato, che poteva perdonarlo, perché sulla croce ha contemplato con gli occhi dello spirito quel regno di Dio che Giuda non è riuscito a vedere nella cena di Cristo. Perciò l’invocazione del ladrone è stata seguita da questa parola celeste: In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso. Esultavi, drago infernale, perché avevi sottratto a Cristo un suo apostolo: ma hai perso più di quanto hai guadagnato, perché ti tocca vedere un ladrone trasportato in paradiso. Allora vuol dire che nessuno può esserne escluso, dal momento che un ladrone, un tuo seguace, ne è stato ammesso ed è tornato nel luogo donde tu sei stato cacciato”. (Commento al Salmo 39,17)

Per finire tornando all’inizio, se si vuole, una bellissima meditazione di Benedetto XVI, davanti alla Sindone (o2/05/2010), che riprende, anche, l’antica Omelia sul sabato:

Cari amici,
questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.
Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.
Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.
Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.
In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità.

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