“Mangiare la Pasqua”

Lungi dal contrapporre i contenuti delle due antiche linee catechetico-liturgiche (e teologiche) riassunte nelle due espressioni Pasqua-Passione (Pasqua perché Cristo patì) e Pasqua-Passaggio (Pasqua perché Cristo passò da morte e vita), c’è una ricchezza da cogliere in entrambe le sottolineature, senza eccedere nelle distinzioni e tenendo insieme, cattolicamente, tutte le sfumature. Per di più, odierni studi hanno dimostrato come queste due visioni non fossero affatto unilaterali o mutuamente esclusive (1) . Per questo non abbiamo timore di offrire, a commento dell’antifona al Benedictus delle lodi di questo giovedì santo, un brano dell’antica omelia dell’Anonimo quatordecimano. Il mangiare la Pasqua e il soffrire la Passione da parte di Cristo non è un fatto “statico”, e la nostra contemplazione di tale mistero non ci fa meri spettatori. C’è un dinamismo interiore da cogliere anche in questa concezione. Lo stesso Anonimo dirà: “Dalla (sua) passione la (nostra) impassibilità, dalla sua morte la nostra immortalità, dalla sua piaga la nostra guarigione, dalla sua caduta la nostra risurrezione, dalla sua discesa la nostra risalita”. La morte di Cristo ottiene come effetto il passaggio dell’uomo dalla morte alla vita. Si percepisce l’eco del grande tema paolino di Cristo, nuovo Adamo, che ripristina l’uomo in grazia, riscattando con la sua obbedienza la disobbedienza del primo Adamo (Rom 5,12ss). Alcuni accenni espliciti di questa lettura tipologica (il legno dell’albero del paradiso e il legno della croce, la mano di Adamo che si protende verso il frutto proibito e la mano di Cristo che si lascia inchiodare sulla croce) ci fanno ricordare un altro prezioso testo della liturgia latina (2) .

Ant. al Ben. “Quanto ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima di patire”.
Desiderio desideravit hoc Pascha manducare vobiscum, antequam patiar.
(cf. Luca 22,15-16: Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio)

Questa era la Pasqua che Gesù desiderava patire per noi. Con la Passione ci ha liberati dalla passione; con la morte ha vinto la morte e per mezzo del cibo visibile ci ha elargito la sua vita immortale. Questo era il desiderio salvifico di Gesù, questo il suo amore tutto spirituale: mostrare le figure per figure e dare invece, al loro posto, ai discepoli il suo sacro Corpo: “Prendete, mangiate: questo è il mio Corpo. Prendete, bevete: questo è il mio Sangue, la nuova Alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati”. Per questo non è tanto mangiare la Pasqua che desiderava, quanto piuttosto patirla, onde liberare noi dalla passione incorsa mangiando.
Per questo egli soppianta il legno con il legno e in luogo della mano perversa protesasi empiamente all’origine egli lascia inchiodare piamente la sua mano immacolata e mostra su di esso tutta la vera Vita appesa. Tu, Israele, non ne hai potuto mangiare; noi però, forniti di una gnosi spirituale indistruttibile, ne mangiamo e mangiando non moriamo.

Anonimo quatordecimano, Omelia sulla Pasqua, in R. Cantalamessa, I più antichi testi pasquali della Chiesa, CLV – Edizioni liturgiche, Roma 2009.

(1) Cf. R. CANTALAMESSA, La Pasqua della nostra salvezza. Le tradizioni pasquali della Bibbia e della primitiva Chiesa, Genova 2000.

(2) https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/09/18/ipse-lignum-tunc-notavit-ancora-sulla-teologia-della-storia-a-partire-dal-legno-della-croce/

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