..ecclesiarum aulis saepe quasi desertis…

Con le navate delle chiese sovente quasi deserte… Il latino dà un tono di tragica solennità a queste poche parole, che sembrerebbero descrivere l’attuale situazione di crisi di frequenza alla celebrazioni liturgiche.

Si tratta, tuttavia, di una citazione di un documento risalente al 1955, quindi ben prima del Concilio Vaticano II, che secondo alcuni avrebbe aperto una falla irreparabile al processo di secolarizzazione nel popolo cristiano.

La registrazione di quella difficoltà sarà uno dei motivi che spinsero Pio XII a riformare i riti della settimana santa. Non manca chi insinua che la riforma liturgica (è più frequente che sia messa in discussione quella successiva al Concilio, ma anche Pio XII non è risparmiato da accuse di aver stravolto la tradizione) sia la causa della crisi, mentre qui abbiamo una certa testimonianza del principio contrario: proprio perché si constata la difficoltà di vivere la liturgia, nel momento dell’anno liturgico più solenne – la settimana santa -,  si decide di provvedere riformando alcuni aspetti delle celebrazioni. La riforma non è la causa della crisi, ma una delle risposte alla crisi.

Purtroppo non si è trovata disponibile una versione italiana del documento Maxima redemptionis nostra mysterium, il decreto della Sacra Congregazione dei Riti (16/11/1955) con cui viene riformato l’Ordo della Settimana santa. Il testo latino si può vedere qui: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_19551116_maxima-redemptoris_lt.html. Del paragrafo da cui abbiamo estratto la citazione del titolo offriamo una nostra traduzione. Appena prima di questo paragrafo il documento fa riferimento alla Costituzione apostolica di Urbano VIII Universa per orbem (24/10/1642), con il quale il Papa dovette registrare l’impossibilità di considerare come giorni festivi i giorni del triduo. Si comprende così l’avverbio temporale che dà l’avvio al paragrafo:

Exinde vero fidelium ad sacros hos ritus frequentia necessario decrevit, ea praesertim de causa, quod eorum celebratio iam diu ad horas matutinas anteposita fuerat, quando scilicet scholae, opificia et publica cuiusque generis negotia, ubique terrarum, diebus ferialibus peragi solent et peraguntur. Communis reapse et quasi universalis experientia docet, solemnes gravesque has sacri tridui liturgicas actiones a clericis peragi solere, ecclesiarum aulis saepe quasi desertis.

Da allora, perdipiù, la frequenza dei fedeli a questi sacri riti necessariamente diminuì, specialmente perchè la loro celebrazione già da tempo era stata anticipata alle ore del mattino, quando, dappertutto, nei giorni feriali i fedeli erano e sono tuttora occupati a scuola, al lavoro e in ogni genere di attività pubbliche. In sostanza, l’esperienza comune e pressoché universale insegna che queste solenni ed importanti celebrazioni liturgiche del sacro triduo vengono svolte dal clero con le navate delle chiese sovente quasi deserte.

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