“Dove l’avete posto?” (Gv 11,34). Ancora su Lazzaro e il perdono dei peccati.

Dopo alcuni testi agostiniani (cf. l’articolo precedente “Audiamus, et resurgamus”), presentiamo in questo post un altro riferimento all’episodio della resurrezione di Lazzaro, questa volta proveniente dal trattato di Sant’Ambroio sulla Penitenza.

Alcuni storici della liturgia vedono nel passaggio, che evidenziamo più sotto, un indizio di una particolarità della liturgia di Milano rispetto alle altre liturgie occidentali. La domanda “Tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti?” attesterebbe una prassi che, conosciuta e documentata in oriente, non può essere precisata per le chiese dell’occidente: la suddivisione dei penitenti, di per sé già raggruppati in una categoria a parte nella comunità ecclesiale, in classi o ordini, a seconda del tempo passato in penitenza, con diversi gradi di partecipazione alle assemblee liturgiche. I flentes, i piangenti, rimanevano fuori dalla chiesa a gemere e a chiedere preghiere, gli audientes, invece, potevano essere ammessi all’ascolto della Parola di Dio, ma erano congedati dopo l’omelia; in alcune chiese i penitenti rimanevano nella liturgia, distinguendosi dai fedeli con il rimanere prostrati tutto il tempo, altri invece rimanevano in piedi (stantes), pur non potendo partecipare alla comunione eucaristica.

Al di là di questi particolari, è assai interessante il fatto che anche Ambrogio rilegge l’episodio di Lazzaro in relazione alla penitenza. Possiamo sottolineare: l’invito a non temere, per disperazione o vergogna, il riconoscimento e la confessione delle proprie colpe; il pianto e l’intercessione di tutta la chiesa per i peccatori, aspetto – questo – assai trascurato oggi, eppure costante nella tradizione liturgica ed ecclesiale; infine troviamo anche in Ambrogio l’osservazione di come Cristo si serva anche dei circostanti per compiere il miracolo. Se Agostino vedeva nello scioglimento delle bende l’immagine del ministero ecclesiale, Ambrogio sottolinea il fatto che non è Cristo a rimuovere la pietra, ma ordina ad altri di toglierla dall’ingresso del sepolcro.
Lasciamo parlare il santo vescovo di Milano:

«Perché temi di confessare le tue iniquità al Signore, che è buono? […] A chi è ancora colpevole di peccato si propongono le ricompense della giustificazione: infatti viene giustificato chi riconosce spontaneamente il proprio misfatto. […] Il Signore conosce tutto, ma attende che tu parli, non per punirti, ma per concederti il perdono. Non vuole che il diavolo ti oltraggi e ti smascheri mentre cerchi di nascondere i tuoi peccati. Previeni il tuo accusatore; se sarai tu ad accusarti, non dovrai temere nessun accusatore; se ti denunzierai da te, anche se sarai morto, rivivrai. Cristo verrà alla tua tomba, e se vedrà piangere per te Marta, donna impegnata in un premuroso servizio, piangere Maria, che ascoltava la parola di Dio come la santa Chiesa, che ha scelto per sè la parte migliore, sarà mosso dalla compassione; quando vedrà che moltissimi piangono per la tua morte, chiederà: Dove lo avete messo?, cioè tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti? (in quo reorum statu est, in quo paenitentium ordine?). […] Verrà, dunque, e ordinerà di togliere la pietra che la caducità ha posto sul collo dei peccatori. Avrebbe potuto rimuoverla con un ordine impartito dalla sua parola [….] Preferì invece comandare a uomini di rimuovere la pietra nella realtà, affinché increduli credessero ciò che vedevano e osservassero il morto risorgere; in figura invece, per indicare che egli ci concedeva di scuotere il carico dei peccati che, come enormi pesi, gravavano sui colpevoli. Tocca a noi rimuovere il carico, spetta a lui risuscitare, a lui trarre dalla tomba quelli che erano stati liberati dai loro legami (in typo autem, quod nobis donaret, ut levaremus delictorum onera, moles quasdam reorum. Nostrum est onera removere, illius est resuscitare, illius educere de sepulchris exutos vinculis). […] Vieni fuori, cioè: tu che giaci nelle tenebre del rimorso e nella sozzura delle tue colpe, come in una prigione riservata ai peccatori, vieni fuori, confessa il tuo peccato, per essere giustificato. […] Se, all’invito di Cristo, tu confesserai, si spezzeranno i chiavistelli, si scioglieranno tutti i legami, quantunque il fetore del corpo corrotto sia terribile. […] E il morto si leva, e a coloro che sono ancora soggetti al peccato si dà ordine di sciogliere i suoi legami, di togliere dalla faccia il sudario, il quale oscurava la verità della grazia che aveva ricevuto. Ma siccome era stato perdonato, ha l’ordine di scoprire la faccia, di mostrare il volto: non ha di che arrossire colui al quale il peccato è stato rimesso (non habet enim, quod erubescat, cui peccatum remissum est).

Ambrogio, La penitenza, II, 7, 52-58.

P.S. Da notare l’ultimo passaggio: “non ha di che arrossire…”. In un momento importante della storia liturgica della penitenza, vi fu chi riteneva che la vergogna, l’erubescentia, fosse la vera penitenza che salva il peccatore, e l’accusa dei peccati diventava l’elemento principale del rito della penitenza. Ma, per ora, fermiamoci qui.

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