La natura della liturgia in SC: culto? virtù di religione?…La parola ad un testimone.

Nel corso degli anni, la rivista spagnola Phase ha raccolto insieme, in agili fascicoletti monografici, svariati e significativi interventi di importanti autori, apparsi nella letteratura internazionale, unendo ad una comoda ed utile tematicità la facilità dell’accessibilità nella propria lingua: i “Cuadernos Phase” contribuiscono in tal modo ad una divulgazione interessante ed importante [ci sarebbe da chiedersi come mai niente di simile possa accadere in Italia: è vero che la scientificità richiede lo studio e la citazione della versione originale, ma fino a quando tale requisito è un vezzo che non favorisce una più diffusa circolazione dei contributi migliori?]
In uno dei più recenti di tali fascicoli, sotto la direzione di Josep Urdeix, sono raccolti due interventi di due figure di rilievo del periodo della riforma Conciliare. Il primo e più articolato intervento è di L. Bouyer, uno dei più grandi teologi del secolo scorso. Il secondo autore, forse meno conosciuto ai più, almeno in Italia, è Ignacio Oñatibia Audela, professore di teologia dogmatica, patrologia e liturgia a Vitoria (Spagna). Membro di due sottocommissioni della Commissione De Liturgia preparatoria (I. De mysterio; IV De sacramentis), perito dell’episcopato spagnolo al Concilio, fu protagonista di primo piano anche in diversi coetus del Consilium (V, IX, XXII).
Nel paragrafo che riportiamo di seguito, in nostra traduzione dallo spagnolo, l’autore parla quindi come un testimone privilegiato: come membro della I sottocommissione preparatoria, partecipò alla primissima redazione del primo capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium.

Dal punto di vista dottrinale, la decisione più importante fu, senza dubbio, quella di iniziare presentando una visione teologica di ciò che è la liturgia, che servisse da base solida all’edificio che si voleva innalzare. Esisteva molta confusione in questo ambito. La maggioranza continuava a pensare la liturgia in termini di cerimonie, rubriche, protocollo: qualcosa di accessorio e ornamentale, qualcosa che appartiene alla superficie della Chiesa. In pieno Concilio, vescovi con fama di buoni teologi si scandalizzavano del fatto che i liturgisti ebbero l’ardire di considerare l’Eucaristia come parte della liturgia. Era necessario chiarire, se si voleva approfondire il lavoro. Si correva il rischio che si interpretasse il programma conciliare in chiave di archeologismo, estetismo o rubricismo. Il primo organigramma della Commissione liturgica preparatoria non contemplava una sottocommissione che si occupasse di aspetti dottrinali globali. Tuttavia, già nella prima riunione, il 12 novembre 1960, su suggerimento di mons. H. Jenny si decise di crearne una, che sarebbe stata, da allora in poi, la prima sottocommissione. Il titolo che ad essa diedero, “De mysterio sacrae liturgiae eiusque relatione ad vitam ecclesiae”, lasciava intuire che il suo compito sarebbe stato duplice: descrivere la natura autentica della liturgia e determinare il luogo che, di conseguenza, ad essa corrisponde nella vita della Chiesa. Per spiegare la natura della liturgia, la sottocommissione non partì, come si era soliti fare, dalla definizione di culto. Preferì prendere come punto di partenza la storia della salvezza, l’iniziativa divina di salvare l’uomo, iniziativa che culminò nel mistero pasquale. In questo modo situava la liturgia, fin dal principio, nel cuore della storia della salvezza. Questo cambio di prospettiva rappresentava una novità importante nella maniera di concepire la liturgia. Risultava superata quella visione parziale che considerava la liturgia solo come atto di culto, come glorificazione di Dio ad opera dell’uomo, come esercizio della virtù morale di religione (parte potenziale della virtù della giustizia). Nella nuova prospettiva, al contrario, la celebrazione liturgica appare anzitutto come “opus Dei”, come azione di Dio nei confronti dell’uomo, come santificazione dell’uomo per l’azione presente di Dio. Di conseguenza, la liturgia appare primariamente come presenza sacramentale di Cristo e della sua opera redentrice, come attuazione rituale-sacramentale del mistero pasquale di Cristo, che è ricapitolazione di tutta la storia della salvezza. Concepita in questo modo, la liturgia si muove di preferenza nell’ambito della fede, che, informata dalla carità, ci introduce nella comunione del Mistero di salvezza. Il Concilio si appoggiò su queste luminose premesse per definire il luogo che corrisponde alla liturgia, nel complesso delle attività della Chiesa e della vita spirituale dei cristiani. E lo fece con quella affermazione audace. “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore”. Questa affermazione poteva sorprendere solamente coloro che non avessero assimilato la dottrina del concilio sul mistero della liturgia.

I. OÑATIBIA, «El proyecto litúrgico del Concilio Vaticano II», in Cuadernos Phase 214, Barcelona 2013, 89-90.

Si potrebbe dunque affermare che quanti, nelle odierne trattazioni sulla liturgia, partono da considerazioni antropologiche o situano la liturgia nell’ambito della virtù di religione non abbiano recepito fino in fondo le affermazioni conciliari sulla natura della liturgia? Non si vuole, con ciò, ritenere che tali visioni non debbano rientrare in un discorso completo sul culto cristiano, ma dovendo centrare la questione, il punto di partenza dovrebbe essere altro, quello offerto da Sacrosanctum Concilium.

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