Salmo 77(78): Liturgia fidelitatis ?

Alcuni cenni facevamo nel post precedente agli incisi, «titoli» e «sentenze», premessi al testo del salmo 77. Possiamo dire qualche parola in più a proposito di questi elementi, introdotti nel libro liturgico delle Ore in seguito alla riforma post-conciliare, come aiuti per una preghiera più spirituale dei salmi.

Nelle premesse del Salterio ne viene offerta una piccola illustrazione:

«Nel salterio della Liturgia delle Ore, ad ogni salmo è premesso un titolo sul suo significato e la sua importanza per la vita umana del credente. Questi titoli, nel Libro della Liturgia delle Ore, sono proposti unicamente ad utilità di coloro che recitano i salmi. Per alimentare la preghiera alla luce della rivelazione nuova, si aggiunge una sentenza del Nuovo Testamento o dei Padri che invita a pregare in senso cristologico» (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 111).

 

Offriamo, a proposito, un testo inedito, alcuni paragrafi di uno degli schemi della fase di preparazione e redazione della Liturgia delle Ore di Paolo VI, lo schema n. 244 (De breviario, 59) del 20 settembre 1967, curato dal Coetus a studiis III, il gruppo di studio incaricato della nuova distribuzione dei salmi. Dopo la VI sessione plenaria del Consilium, il gruppo di studio modificò lo schema della distribuzione secondo le osservazioni emerse, e predispose uno specimen per i salmi delle festività e si cominciò a studiare la possibilità di inserire i «titoli» dei salmi. Due periti del gruppo di studio avanzarono dubbi su quest’aspetto. Il primo perché riteneva che per predisporre i titoli occorressero esperti competenti “in arte poetica”, il secondo perché temeva che l’apposizione dei titoli limitasse poi la libertà di chi avrebbe recitato i salmi. Nella riunione del gruppo di studio IX, che coordinava il lavori di tutti i gruppi coinvolti nella revisione del salterio, si decise di continuare con almeno un tentativo in tal senso. Lo schema 244, appunto, fra altre cose riporta un lungo elenco di titoli con una spiegazione previa, che riproduciamo in una nostra traduzione dall’originale latino, che riportiamo alla fine del post.

Assai interessante il titolo esteso assegnato al salmo 77: Liturgia fidelitatis. I periti avevano intuito un aspetto che le odierne scienze bibliche evidenziano: per il popolo di Israele una narrazione di fatti storici non è mai solo mera elencazione di avvenimenti, ma ha qualcosa di eminentemente “liturgico”. E quindi adatto per la preghiera.

Il titolo proposto, Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis, nella versione finale e tipica è stato reso Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis. Nella versione italiana della Liturgia delle Ore sembra ancora depauperato, Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio. Una piccola indagine potrebbe essere fatta su come le altre versioni in lingua volgare hanno deciso di rendere l’originale latino.

Si propongono qui due serie di Titoli ai salmi da aggiungere al Breviario: una secondo il senso letterale, l’altra secondo il senso cristiano. Questo senso cristiano si fonda in parte sulla teologia dei Padri, in parte sulla natura della salmodia. Riguardo alla natura del canto, affinché il testo sia accomodato al cuore di chi canta. Non fa meraviglia che il cuore del fedele ascolti nelle parole dei salmi le voci del Nuovo Testamento, la voce del Padre, del Figlio, della Chiesa etc. Lo studio dei Breviari dimostra sempre più con certezza che non sempre, in verità, ma nemmeno solo raramente, i salmi siano assegnati per motivi teologici. Ciò non è da biasimare. A tale fine vogliono servire i titoli. Ma si deve badare che con i titoli non sia limitata la libertà e l’ampiezza della risonanza nel cuore di chi salmeggia. Nel proemio del Breviario sia espressamente detto che i titoli non sono esclusivi. I titoli seguenti sono tratti dal Nuovo Testamento e dalle sue citazioni. Tuttavia sono tratti anche dai Padri e dalla restante tradizione tanto della Liturgia quanto dei titoli nei salteri del Medio Evo. I titoli sono di diversa qualità e molto, in questa materia, vale la sensibilità dei singoli. Nella serie seguente la qualità in qualche modo è indicata da alcuni segni che sono premessi.

[Nello schema segue una proposta di titoli per ciascuno dei 150 salmi, con una piccola didascalia che chiarisce i segni tipografici che talora li precedono:]

! L’interpretazione cristiana è chiaramente fondata nel N.T.

= meno chiaramente fondata nel N.T.

+ L’interpretazione cristiana è fondata nell’ottima tradizione della Chiesa

– meno chiaramente fondata nella tradizione

In tutti gli altri casi non si aggiunge alcun segno.

[….]

77.       Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis

!           Liberatio de Aegypto imago redemptionis

Consilium ad Exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia, Coetus a studiis III, De Psalmis distribuendis, Schemata n. 244 (De Breviario, 59), 20 septembris 1967, 17-18.21.

 

Prima del testo latino dello schema, due contributi. Il primo è di V. Raffa, uno dei periti che lavorarono alla riforma del Breviario.

I titoli dei salmi e dei cantici

I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta e invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’ufficio del Tempo ordinario «per annum», quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta volta di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo dunque o gli apostoli che danno questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salmici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se quale titolo è tutt’altro che intuitivo.

V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 159.

 Sentenza. Si chiama «sentenza» (dal latino «sentire», opinione, massima) la frase cristiana che nella Liturgia delle Ore viene anteposta ai salmi per conferire loro un’interpretazione cristologica o ecclesiale. Mentre i «i titoli» (in rosso) sono di origine ebraica e servono ad inquadrare il salmo nel suo contesto umano e storico, le «sentenze», tratte dal NT o dai Santi Padri, ci aiutano a recitarlo in senso cristiano (cf. IGLH 111): per questo si chiamano anche «titoli cristiani». Un autore in particolare, P. Salmon, ha raccolto queste frasi nei diversi Salteri e le ha riunite in sei serie («Les tituli psalmorum des manuscrits latins», Du Cerf, Paris 1959). Tali titoli cristiani permettono di interpretare i salmi mettendosi dalla parte di Cristo (Cristo che si rivolge al Padre) o della Chiesa (la voce della Chiesa che si rivolge a Cristo: cf. IGLH 109). Nel Tempo Ordinario le antifone possono essere sostituite per un certo periodo con queste sentenze o frasi cristiane, che hanno tale finalità (cf. IGHL 114)

J. Aldazábal, «Sentenza», in Id., Dizionario sintetico di liturgia, Città del Vaticano 2001,421-422.

De Titulis psalmorum

98) Duae series Titulorum psalmis addendorum in Breviario hic proponuntur: Una secundum sensum litteralem, altera secundum sensum christianum. Hic sensus christianus partim in theologia Patrum, partim in natura psallendi fundatur. De natura cantandi est, ut sensus textus accomdetur cordi cantantis. Non mirum, quod cor fidele audiat in verbis psalmorum voces Novi Testamenti, vocem Patris, Filii, Ecclesiae etc.

Studium Breviarii demonstrat certo certius, non semper, immo raro tantum assignari psalmos ex causis theologicis. Quod non est vituperandum. Cui fini servire volunt tituli. Sed advertendum est, ne titulis restringatur liberta set amplitudo resonantiae in cordibus psallentium. In prooemio Breviarii expresse dicatur titulos non esse exclusivos.

Tituli sequentes sumuntur e Novo Testamento eiusque citationibus. Sumuntur autem e Patribus et reliqua traditione tam Liturgiae quam titulorum in psalteriis Medii Aevi. Tituli diversae qualitatis sunt et multum in hac re valet gustus singulorum. In serie sequenti qualitas aliquomodo indicatur quibusdam signis, quae praenotantur:

! Interpretatio christiana fundatur clare in N.T.

= minus clare fundatur in N.T.

+ Interpretatio fundatur in optima traditione Ecclesiae

– minus clare fundatur in traditione

In omnibus aliis casibus non additur signum.

 [….]

77.       Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis

!           Liberatio de Aegypto imago redemptionis

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Ancora sul Salmo 77(78)

Non sembri superflua l’insistenza su questo salmo: si tratta di uno dei salmi che rischiarono di non essere integrati nella nuova ripartizione della Liturgia delle Ore di Paolo VI. E abbiamo visto che non furono i periti del Consilium a fare difficoltà…

Nell’Ufficio delle Letture di oggi, Sabato dopo le ceneri, si è pregata la seconda parte di questo lungo salmo “storico”.

Partendo da un curioso dettaglio, vorremmo poi dire qualcosa di più sensato.

 Nella versione italiana del Salterio, fra la prima antifona e il testo del salmo vi sono due incisi, uno in colore rosso e il secondo in nero, ma in carattere corsivo.

Salmo 77,1-39 (venerdì) Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio

Salmo 77,40-72 (sabato) Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio

Ciò avvenne come esempio per noi (1Cor 10,6) (venerdì e sabato)

 

Una piccola differenza si nota nella versione latina

Psalmus 77(78),1-39 Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis

Haec figura fuerunt nostrae (1Cor 10,6)                                         [venerdì]

Psalmus 77(78),40-72 Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis

Haec in figura facta sunt nostri (1Cor 10,6)                                    [sabato]

 

E’ curiosa la differente citazione del passo paolino!

Per quel che riguarda la versione italiana, nel primo inciso è stata omesso, purtroppo, il riferimento alla storia della salvezza, esplicito nel testo latino. La traduzione del passo della prima Lettera ai Corinzi è coerente con il testo della Bibbia della Cei. E’ la traduzione più immediata, ma forse non la migliore. Illuminante è la nota della Bibbia di Gerusalemme, che restituisce all’espressione un significato più pregnante, rispetto al semplice “esempio”.

«10,6 esempio: lett.: «tipi», che Dio ha suscitato per raffigurare anticipatamente le realtà spirituali dell’era messianica («antitipi», 1Pt 3,21, ma cf. Eb 9,24). Benché oltrepassi la chiara coscienza degli autori ispirati, questo senso «tipico» (o «allegorico», Gal 4,24) dei libri sacri non è meno scritturistico, perché voluto da Dio, autore di tutta la Scrittura. Ordinato all’istruzione dei cristiani, è stato spesso evidenziato dagli autori del NT. Paolo lo inculca a più riprese (vv 11 e 9,9ss, Rm 4,23s; 5,14; 15,4; cf. 2Tm 3,16); interi scritti, come il quarto Vangelo o la Lettera agli Ebrei, sono fondati su una tipologia dell’AT».

 Sulla tipologia è fondata anche la liturgia.

 Dove questo non si comprende, molte cose diventano oscure. Come il fatto che un cristiano debba pregare con una composizione che apparentemente non ha nulla di cristiano né ha la forma di una preghiera. Le obiezioni fatte all’uso di questo salmo, nel corso della fase redazionale della nuova Liturgia delle Ore, trovano qui molte delle sue radici.

 Era questo tipo di impressioni che cercavamo di stimolare con il post precedente, https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/07/psalmus-7778-interessante-un-sondaggio/

Psalmus 77(78): interessante un sondaggio?

Sarebbe assai interessante, oggi, tentare di avere un piccolo riscontro sull’Ufficio delle Letture, fra i lettori del blog che abbiano avuto la possibilità aver già pregato tale Ora del corso giornaliero. Ancora più rilevante sarebbe il parere e il feed back di quanti lo avessero fatto in comune. In questo venerdì dopo il mercoledì delle ceneri, la salmodia è tratta dal venerdì della IV settimana del salterio. Nei tempi forti (Avvento, Quaresima e Cinquantina Pasquale) la distribuzione consueta subisce un piccolo cambiamento: si prega, all’Ufficio delle Letture, il salmo 77, e non come è più frequente nelle settimane del tempo per annum il salmo 54. Ad analoghe e piccole, ma non insignificanti, variazioni avevamo già dedicato alcuni post tempo fa.

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/20/il-card-bacci-era-dunque-protestante-dove-porterebbe-la-polemica/

Si potrebbe tentare di fare un quadro riassuntivo delle vostre impressioni, cari lettori. Anche perché il Salmo 77, nella sua seconda parte, lo pregheremo anche domani!

In attesa di vostri eventuali riscontri, offriamo una riflessione di un autore competente, nella quale abbiamo anche una citazione del nostro amato Daniélou. Nelle pagine finali del suo studio storico sulla Liturgia delle Ore[1], R. Taft dedica alcune pagine al significato teologico e all’importanza della stessa nella vita personale dei fedeli, delineando alcune caratteristiche della preghiera oraria come scuola di preghiera. Fra altre, Taft mette in rilievo la dimensione oggettiva della preghiera delle Ore e dei suoi contenuti. Da quest’ultimo paragrafo estrapoliamo le riflessioni riportate di seguito:

«Naturalmente per trarre profitto dalle ore come da una vera spiritualità, da una scuola di preghiera, bisogna essere una persona che prega e la cui vita è compenetrata dalle Scritture. La Bibbia è la storia dell’incessante chiamata di Dio, del suo disegno di salvezza e della costante ostinazione del suo popolo. I Padri e i monaci della Chiesa antica, nella loro meditazione su questa storia sempre ripetuta, compresero che essi erano Abramo, essi erano Mosè. Essi erano chiamati fuori dall’Egitto. Con essi era stipulata un’alleanza. Essi capivano che il vagabondaggio attraverso il deserto verso la terra promessa era pure il pellegrinaggio della loro vita. I diversi livelli di Israele, Cristo, Chiesa, noi, sono tutti lì. E i temi della redenzione, dell’esodo, del deserto, del resto fedele e dell’esilio, della terra promessa della Città Santa di Gerusalemme, sono tutte metafore della storia spirituale delle nostre vite. Gli uffici delle Chiesa possono essere pienamente vissuti solo da colui la cui vita è permeata da un tale lectio divina della Bibbia. Contemporaneamente la ricerca biblica è direttamente interessata nel Sitz im Leben di ciò che è riferito nel testo biblico. Ma nella vita della Chiesa la Sacra Scrittura ha anche un Sitz im Gottesdienst, nella vita spirituale un Sitz im meinem Leben. Come ha detto Jean Daniélou:

“La fede cristiana ha un solo oggetto, il mistero di Cristo morto e risorto. Ma questo unico mistero sussiste sotto diverse forme: è prefigurato nell’Antico Testamento, giunge storicamente a compimento nella vita terrena di Cristo, è contenuto in mistero nei sacramenti, è vissuto misticamente nelle anime, è realizzato comunitariamente nella Chiesa, è consumato escatologicamente nel Regno dei cieli. Così il cristiano ha a sua disposizione molti registri, un simbolismo pluridimensionale, per esprimere questa unica realtà. Il complesso della cultura cristiana consiste nel comprendere i legami che esistono tra Bibbia e liturgia, vangelo ed escatologia, misticismo e liturgia. L’applicazione di questo metodo alla Scrittura è chiamato esegesi; applicato alla liturgia è chiamato mistagogia. Essa consiste nel leggere nei riti il mistero di Cristo e nel contemplare sotto i simboli l’invisibile realtà”.

J. Daniélou, “Le symbolisme des rites baptismaux”, Dieu vivant 1 (1945) 17.

S. Paolo ci dice: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15,4). Ma non sarà per nostra istruzione fino a quando non impegneremo costantemente sul testo biblico il dialogo personale della nostra contemplazione privata. Poiché fino a quando la nostra salmodia non diviene risposta a una tale lectio divina, una vera meditatio nel senso originale di riandare lentamente più e più volte al testo rivelato per assaporarlo nelle sue profondità in relazione a noi stessi, l’Ufficio divino non raggiungerà mai la sua finalità piena nella nostra vita. Proprio come la lectio penetra le nostre vita con una visione dell’umana esistenza radicata nella storia della salvezza, così la salmodia dell’ufficio è la sua risposta cosmica ed escatologica. Poiché è soprattutto nell’ufficio che evochiamo quella visione di un universo salvato, trasfigurato in quell’inno di lode cosmica dinanzi al trono dell’Agnello che leggiamo nei capitoli finali del Nuovo Testamento (Ap 19-22): […] Questo è quanto sarà la nostra conclusione, e la Liturgia delle Ore, come gli altri simboli della vita cristiana, ci assicura il grandioso privilegio di anticiparla fin d’ora».


[1] R. taft, La Liturgia delle Ore in Oriente e in Occidente. Le origini dell’Ufficio divino e il suo significato oggi, Roma 1988, 474-476.

Un mercoledì che “riduce in cenere” tante teorie.

Per gli storici della liturgia, ricostruire con esattezza tradizioni e costumi spesso è un affare complicato, al limite dell’azzardo. Questo è ancora più vero nel caso della Quaresima, per origini, significato e durata. Si capisce che tutti abbiamo bisogni di sintesi chiare e di un sistema che ci permetta di organizzare in modo sensato i dati e gli elementi, ma spesso nel caso della storia liturgica questo non può accadere, pena la forzatura di alcuni aspetti o, addirittura, il non prendere in considerazioni tutti i particolari. Un vero rompicapo! Che mostra, d’altra parte, la grande libertà e creatività che ha accompagnato la liturgia nel corso dei secoli. Contaminazioni e intrecci di usanze, nuove significazioni aggiunte, creatività pastorale di alcune chiese locali e pronta capacità, di altre, ad accogliere nuove proposte ed integrarle in tradizioni antiche: tutto questo fa sì che teorie genetiche troppo schematiche non reggano l’urto con la realtà delle fonti. Più che continuare a divulgare interpretazioni riduttive converrà accettare la complessità della storia, cercando di non irrigidirci troppo nelle nostre teorie, e cogliere, con positiva sorpresa, tutta la ricchezza delle testimonianze.

Sarebbe certamente più semplice, ad esempio, spiegare in poche parole l’origine e il significato dell’imposizione delle ceneri il mercoledì detto, appunto, delle ceneri!

(Ad essere pignoli, solamente intorno al fatto che il mercoledì segni l’inizio della Quaresima, si potrebbe discutere ampiamente e con moltissimo materiale. Ma soprassediamo almeno su questo aspetto, per ora.)

E’ sull’origine della prassi di imporre le ceneri sul capo di tutti i fedeli, nel corso di un’azione liturgica, che vorremmo dire qualcosa qui.

E’ ricorrente, infatti, la spiegazione che vedrebbe in questo rito un’estensione, alla totalità dei fedeli, di un rito che veniva compiuto sui pubblici penitenti all’inizio del loro itinerario di conversione e riconciliazione. Si tratta di una estrema semplificazione? Se le cose fossero andate effettivamente così, ciò cosa apporterebbe al rito odierno? Viceversa, è una mistificazione del tutto infondata? Siamo qui, di nuovo, in presenza di veri e propri abbagli di liturgisti sognatori di un’età dell’oro? La prudenza e, soprattutto, lo studio delle fonti ci hanno insegnato che, nella storia liturgica, le cose non sono mai del tutto o bianche o nere: alcune affermazioni, pur non corrispondendo a verità, non sono nemmeno assolutamente false.

Cominciamo ad addentrarci in questo “cinereo” mistero.

Il rito di espulsione dei penitenti dalla comunità eucaristica conosce uno sviluppo in direzione di una crescente “drammatizzazione”. Sembra che il primitivo quadro biblico, all’interno del quale prendeva significato l’allontanamento dei penitenti, fosse la separazione delle pecore dai capri (Mt 25), e da qui l’imposizione del cilicio ai pubblici penitenti: il cilicio, fatto di crini di capra, evocava la collocazione dei rei alla sinistra del Re giudice matteano. Questo primo stadio corrisponderebbe al periodo in cui la penitenza cominciava il lunedì dopo la prima domenica di Quaresima. Il Sacramentario Gelasiano (750 ca.) riporta l’inizio della penitenza (e della quaresima – abbiamo accennato sopra alla complicata questione dell’inizio della quaresima -) il mercoledì precedente alla prima domenica di quaresima. Quali erano le letture proclamate in quella celebrazione? Non si hanno risposte certe. Un dato sicuro è che le fonti liturgiche successive cominciano a testimoniare riferimenti alla pagina genesiaca della cacciata di Adamo dal Paradiso. Onestamente non si può essere certi di una proclamazione liturgica, come la intendiamo noi oggi, di quella pagina della Scrittura, ma senza dubbio antifone, versetti e esortazioni esplicite aiutano il penitente a collocarsi nello stesso stato di Adamo espulso dall’Eden, con la speranza di potervi tornare grazie al duro lavoro della penitenza e della conversione. In un crescendo di drammatizzazione, un testo di Reginone (†915), abate dell’abbazia di Prüm, riporta per primo la novità dell’imposizione delle ceneri sul capo dei penitenti, come ulteriore elemento di assimilazione con il progenitore decaduto dallo stato di grazia. Che singolarmente e privatamente penitenti si cospargessero di cenere pare assai probabile, ma qui si sta parlando di imposizione solenne e liturgica. Il rito di inizio della penitenza pubblica conoscerà ulteriori arricchimenti nelle fonti successive e nel Pontificale Romano-Germanico (950-961/963) si trova il rito arricchito dalla formula “Memento, homo, quia pulvis es et in polvere reverteris”. Paradossalmente, però, in parallelo alla sua crescente solennità gli studiosi ne sottolineano la progressiva decadenza nella prassi: già ai tempi di Reginone era un rito assai ben poco praticato in casi specialissimi e rari. Agli occhi di un liturgista odierno, il rito può risultare assai interessante e significativo, ma per chi veniva sottoposto a tale processo di riconciliazione tutto ciò risultava gravoso e talora anche infamante. Pare dunque assai improbabile l’estensione a tutti i fedeli di un rito, sviluppatosi non prima del X secolo, praticato di rado e che i più rifuggivano.

E’ possibile un’altra spiegazione?

In effetti, in uno testo dello Pseudo-Alcuino (De divinis officis Liber, primo decennio del sec. X), in margine alla prolissa descrizione del rito della penitenza privato – che aveva appunto soppiantato il troppo oneroso iter della penitenza pubblica – si trovano alcune righe che descrivono un rito particolare del mercoledì di inizio quaresima, con una processione alla chiesa stazionale di santa Sabina, in Roma. Durante la processione si cantava l’antifona: “Immutemur habitu in cinere et cilicio…”. Appena prima della citata antifona, il testo riporta: “Interim ponendi sunt cineres super capita, sicut antiphona testatur”. L’antifona, creata in tema con la lettura del giorno (Gl 2,12-19), presenta vari riferimenti biblici (cf. Gl 2,13; Dan 9,3; Mt 11,21; Lc 10,13 ecc.). Il tema è assai diverso, non vi è alcun accenno ad Adamo e al Paradiso perduto, significato dall’esclusione dalla comunione eucaristica e da altri interdetti. Qui l’imposizione della cenere ha a che fare con il voler conferire un aspetto esterno all’idea della conversione e della penitenza spirituale come rinnovamento interiore: prima che il popolo si avviasse in processione verso la chiesa della statio, tutti ricevevano quel segno penitenziale esterno, che l’antifona cantata durante la processione aiutava ad interiorizzare.

Soltanto a partire dal XII sec. nei rituali di imposizione generale delle ceneri comincia ad apparire anche la formula “Memento”, forse non da subito pronunciata ad ogni imposizione, come stabilirà poi il Messale di s. Pio V nel 1570. Ricordiamo che la formula ispirata dal libro della Genesi era adoperata originariamente nel rito di espulsione dei penitenti, sullo sfondo biblico-catechetico della cacciata di Adamo dal Paradiso. Quindi una certa commistione si deve ammettere fra le due tradizioni, imposizione per i soli penitenti e imposizione a tutti i fedeli. Nonostante queste sfumature, pare da rigettare l’interpretazione che vede nella seconda una semplice estensione della prima. La storia del rito delle ceneri conosce altre successive vicissitudini. Dall’essere un segno espressivo dell’impegno di conversione e rinnovamento, a cui si aggiunge un ulteriore significato penitenziale (“Memento”), segno che però rimane un elemento di un momento liturgico più articolato (ricordiamo la processione e la statio), l’imposizione delle ceneri viene staccata dal contesto globale della liturgia penitenziale: la cenere benedetta viene vista come una cosa sacra, da ricevere come mezzo contro il mal di testa!

L’odierno rito delle ceneri, collocato all’interno di una celebrazione, raccoglie tutta la ricchezza del portato della storia e delle diverse tradizioni, anche se rimangono piccole incongruenze (si benedicono i fedeli o le ceneri? Quale formula usare?….). Lo studio della liturgia e della complessa vicenda della tradizione della stessa può aiutare a tener insieme – cattolicamente – sfumature e accenti diversi, senza irrigidirsi su schemi troppo artificiali, che rischiano, a proposito di “ceneri”, di finire “inceneriti” da nuovi studi e approfondimenti.

Buon Mercoledì delle Ceneri!

P.S. Per un più approfondito, e serio, studio della questione, oltre ai vari manuali si può con profitto vedere l’articolo di V. Raffa, «Verifica storica sul rito delle ceneri», in Mysterium et Ministerium. Miscelanea en honor del profesor Ignacio Oñatibia Audela en su 75° cumpleaños, Vitoria, 1993, 320-352.

“I miei progenitori seguii nella loro rivolta…”. Eccoci di nuovo con Adamo.

Ecco alcune strofe del Grande Canone di sant’Andrea di Creta, di cui si parlava nel post https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/02/26/sulla-soglia-della-quaresima-con-adamo-in-viaggio-si-ritorna-in-paradiso/ . Ne riportiamo una parte, lasciando le altre per i prossimi giorni.

 Su quale gesto di mia vita darò inizio al pianto? Quali note scriverò a preludio di questo mio lamento? Nella tua misericordia, o Cristo, dei miei peccati dammi il perdono. Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

Anima mia, col tuo corpo vieni a glorificare il Creatore d’ogni cosa. La saggezza ritrova e a Dio presenta lacrime di pentimento. Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

I miei progenitori seguii nella loro rivolta, e della grazia divina come Adamo fui spogliato; il Regno persi e la sua gioia senza fine a causa del mio peccato. Misericordia…

Infelice e triste anima mia, perché la prima Eva imitasti? I tuoi stessi cupidi occhi infersero su di te ferite. All’albero tendesti la mano, mangiasti il frutto e assenzio ne gustasti. Misericordia…

Nel profondo del mio essere una nuova Eva ha preso dell’antica il posto, bramosia che di dolcezza s’ammanta e senza sosta l’amaro cibo assapora. Misericordia…

Per un solo comando trasgredito Adamo fu giustamente scacciato dal Paradiso. Che sarà di me che ogni giorno irrido le tue parole di vita? Misericordia…

Le orme di Caino ricalco per libera scelta e assassino diventai dell’anima mia, poiché schiavo di morte vissi nelle mie azioni perverse. Misericordia…

La giustizia non imitai di Abele né doni graditi ti offersi, Gesù, gesti secondo il volere di Dio e il sacrificio di un’integra vita. Misericordia…

Al Creatore dell’universo opere corrotte abbiamo offerto quali nuovi Caini, o misera anima mia, un vile sacrificio, una vana vita, e meritammo giusta condanna. Misericordia…

O mio Creatore, quale vasaio che docile argilla plasma, carne e ossa, alito e vita mi donasti. Signore che mi creasti, mio Giudice e mio Salvatore, a te oggi riconducimi. Misericordia…

Davanti a te le mie colpe grido, o mio Salvatore. Ai colpi del nemico ho prestato il fianco. Le piaghe guarda che i miei pensieri di morte come briganti su strada deserta l’anima mia hanno lacerato e il mio corpo. Misericordia…

Peccai, mio Salvatore, eppure so che l’uomo ami. Per tenero amore tu ci colpisci e con ardore di fiamma brucia la tua misericordia. Le mie lacrime vedi e a me affrettati come il Padre che tra le braccia il figlio dissoluto accoglie. Misericordia…

Fin dalla mia giovinezza i tuoi comandamenti disprezzai, o mio Salvatore, e i giorni di mia vita dipanai tra passioni e dissoluta incoscienza. A te il mio grido innalzo: salvami, prima che morte giunga. Misericordia…

Sulla soglia della tua casa giaccio, o mio Salvatore. Anche se vento di deserto sono non gettarmi nell’inferno al termine dei miei giorni, ma prima che morte mi ghermisca i miei peccati perdona, o amico degli uomini. Misericordia…

Le ricchezze dell’anima mia nel vuoto senza fondo dissipai. Frutti di buon volere non posseggo e la fame mi attorciglia le viscere. Io grido: Vieni, Padre di tenerezza e nella tua misericordia abbracciami. Misericordia…

Sono io il misero che i ladri assalirono e ladri sono i miei pensieri che mi colpiscono e feriscono. Ma chinati su di me, Cristo Salvatore, e guariscimi. Misericordia…

Mi scorse il sacerdote e da me gli occhi distolse. nudo e dolorante mi vide il levita e affrettò oltre il passo. Ma tu, Gesù, da Maria nato, accanto a me ti arresti e il soccorso mi presti. Misericordia…

Agnello di Dio che del peccato del mondo ti carichi il greve peso del mio peccato togli dalle mie spalle e nel tuo grande amore avvolgimi nel tuo perdono. Misericordia…

Ai tuoi piedi mi getto, Gesù, contro il tuo amore ho peccato. Liberami da questo troppo greve peso e nella tua misericordia accoglimi. Misericordia…

Contro di me non intentare processi, non svelare le mie azioni né moventi soppesa e desideri. Ma nella tua misericordia, Onnipotente, gli occhi distogli dai miei peccati e salvami. Misericordia…

[…]

La tempesta delle passioni m’assale. Tendimi la mano, Signore, come un giorno a Pietro sulle onde. Misericordia…

La tunica della mia carne gettai nel fango e la tua immagine e somiglianza imbrattai, mio Salvatore. Misericordia…

A brandelli feci la mia tunica di bellezza dal mio stesso creatore tessuta e ora nudo mi ritrovo. Con sfilacciati stracci la volli sostituire, opera del serpente seduttore, e ora di vergogna sono ricoperto. Misericordia…

Pure io le lacrime della prostituta, o Compassionevole, ti offro. Nella tua misericordia perdonami, tu che salvi. Misericordia…

Mi sedusse la bellezza dell’albero, che la mia mente ottenebrò. Ora nudo sono e di vergogna

Profondi solchi hanno sul mio dorso tracciato le forze del male, dilaniato coi loro artigli d’iniquità. Misericordia…

M’ha il peccato rivestito di tuniche di pelle. Dopo avermi di dosso strappato la tunica tessuta da Dio. Misericordia…

L’abito della vergogna indosso, le foglie di fico a segno d’essermi ridotto schiavo delle passioni. Misericordia…

[…]

Le passioni in me travolsero la bellezza della primitiva immagine. Ma tu la dramma perduta cerchi e ritrovi, o mio Salvatore. Misericordia…

Come la prostituta grido a te: ho peccato, contro te solo ho peccato. Le mie lacrime accogli, mio Salvatore, come il profumo accettasti della peccatrice. Misericordia…

“Perdonami” a te grido come il pubblicano. Perdonami, Salvatore, poiché tra i figli di Adamo come me nessuno ha peccato. Misericordia…

Sono caduto come David e di fango mi sono impiastrato. Ma come lavacro gli furono le sue lacrime così lavami, o mio Signore. Misericordia…

Lacrime non posseggo, né pentimento, né spirituale dolcezza. Ma alla tua creatura fanne grazia, mio Dio e Salvatore. Misericordia…

Bellezza dell’inizio ho perduto e nobiltà. Nudo sono e ricoperto di vergogna. Misericordia…

Non chiudermi la porta, Signore, al mio pentimento aprila. Misericordia…

Al mio spirito gemente presta ascolto e al mio cuore che languisce; accogli le mie lacrime e salvami, mio Salvatore. Misericordia…

L’uomo ami e salvezza di tutti tu vuoi. Nella tua bontà chiamami, nella tua bontà accoglimi, delle mie colpe mi pento. Misericordia…

[…]

Guardate, guardate che io sono Dio; ascolta la voce del Signore, anima mia, esci dalla tua radicata iniquità e temi il tuo Dio che è pronto a giudicarti. Misericordia…

A chi somigli, anima smarrita? Fattezze di Caino, il primo assassino, e di Lamech tu porti; si sfalda il corpo e lo spirito agonizza nella fornace del peccato. Misericordia…

L’esempio dei giusti di fronte alla legge ignorasti, anima mia. Non Set, non Enos, non Enoch il rapito in cielo, imitasti, né il santo patriarca Noè. E come vissero questi giusti tu ignori. Misericordia…

Tu solo il diluvio dell’ira hai scatenato, anima mia. La tua carne sommersero le tue opere inique come sommersa fu un tempo la terra, E tu esclusa ti ritrovi dall’arca della salvezza. Misericordia…

Per la mia ferita un uomo ho ucciso e un giovinetto per le mie piaghe, confessava Lamech in pianto. Ma tu non tremi, anima mia, per avere carne e spirito imbrattato. Misericordia…

Oh, si, l’assassino Lamech imitai, ciecamente travolto dalle passioni, e quale un uomo il mio spirito uccisi e come un giovinetto la mia anima. Oh, sì, l’assassino Caino imitai uccidendo con la violenza delle passioni il mio fratello corpo. Misericordia…

Una torre hai cercato di innalzare e fortificare con la tua cupidigia, anima mia. Ma sconvolse il tuo progetto il Creatore e distrusse la tua costruzione. Misericordia…

Fece piovere un tempo fuoco su Sodoma il Signore. E tu, anima mia, riarsa di cupidigia, da te stessa appicchi il fuoco che ti divorerà. Misericordia…

Tutto ferite e piaghe io sono. I colpi del nemico anima e corpo hanno trafitto: ferite e mutilazioni inferte dalle mie coscienti passioni. Misericordia…

[…]

Dei contemporanei di Noè l’incoscienza imitai, la loro condanna della mia eredità è parte e il diluvio mi inghiotte. Misericordia…

Il padre suo Cam disprezzò e tu, anima mia, non ti voltasti, non nascondesti la vergogna del tuo prossimo. Misericordia…

Non ti fu eredità la benedizione di Sem, misera anima mia, non ricevesti, come fu per Iafet, abbondante parte nella terra della gioia. Misericordia…

Abramo, come sai, anima mia, abbandonò un giorno il paese dei suoi padri e s’avventurò pellegrino in terra straniera. Pure tu non tardare la tua decisione. Misericordia…

Carran abbandona, terra di peccato, anima mia. Pianta la tua tenda sulla terra che eredità divenne di Abramo, terra irrigata d’immortalità. Misericordia…

[…]

Per la tua schiavitù, anima mia, ad Agar assomigli, l’egiziana, e nuovo Ismaele tu generi Misericordia…

Ismaele, il figlio della schiava, dalla casa paterna fu scacciato come ben sai, anima mia. Mòderati, se stessa sorte vuoi evitare. Misericordia…

Sotto la quercia di Mamre tre angeli Abramo accolse e il frutto ricevette della promessa, egli, già greve di lunghi giorni. Misericordia…

Come Lot, l’incendio fuggi del peccato, anima mia, fuggi Sodoma e Gomorra, il fuoco fuggi del desiderio che l’ordine della creazione sovverte. Misericordia…

[…]

Non voltarti indietro, anima mia, se in statua di sale non vuoi tramutarti come fu per la moglie di Lot. Ti spiri orrore la sorte dei sodomiti; a Zoar, tra le montagne, cerca la tua salvezza. Misericordia…

Convèrtiti e piangi, povera anima mia, prima che il banchetto abbia fine e il Signore le porte chiuda della camera nuziale. Misericordia…

Isacco, tu ben sai, anima mia, il figlio nuovo, l’unico, offerto fu in misterioso sacrificio al Signore. Imita questo fiducioso abbandono. Misericordia…

La scala di Giacobbe contemplasti, anima mia, che la terra lega al cielo. Perché l’ascesa non iniziasti nell’amore di Dio? Misericordia…

Della spirituale ascesa immagine mediante azione e contemplazione è la scala che un tempo il patriarca vide. Rinnòvati, anima mia, se conoscenza ti preme d’azione e di contemplazione. Misericordia…

Per ottenere le sue due spose sopportò il patriarca il calore del giorno e il freddo notturno. Lavorava, serviva e moltiplicava con astuzia i suoi greggi sempre più. Misericordia…

 Simbolo dell’azione e della contemplazione racchiudevano quelle due spose: Lia, la feconda azione; la difficile conoscenza, Rachele. Oh sì, non senza grandi pene, anima mia a te vengono azione e contemplazione. Misericordia…

Svégliati, anima mia, e lotta come il patriarca Giacobbe, per congiungere ascesi e conoscenza fino a che Dio vedrai in luminosa tenebra: questa è l’inestimabile perla. Misericordia…

Generando i dodici patriarchi ti suggerisce Giacobbe nel mistero la scala dell’ascesi spirituale, anima mia: dodici figli quali dodici gradini per scalare la sapienza. Misericordia…

Lo spregevole Esaù imitasti, anima mia, della tua prima bellezza vendesti al Mentitore il diritto di primogenito, e dalla benedizione paterna decadesti. È tempo ormai per te di penitenza. Misericordia…

Per le sue passioni divoratrici Edom fu chiamato Esaù. Il fuoco del desiderio, dalla cupidigia alimentato, il nome di Edom gli impose, significante la bruciante illusione di un’anima incantata dal peccato. Misericordia…