Paolo VI, Bugnini e il Consilium. Un dettaglio esemplare ed eloquente, al di là di facili pregiudizi.

Intorno alla riforma liturgica post-conciliare, in certi ambienti e in certa pubblicistica, capita frequentemente che sia veicolata, senza alcuna prova, la vulgata secondo cui la riforma stessa fu un’operazione forzata all’insaputa di Paolo VI. Il responsabile principe di questa presunta macchinazione sarebbe mons. Annibale Bugnini, organizzatore e tessitore occulto del lavoro del Consilium, il gruppo di liturgisti e studiosi incaricati di studiare e preparare le bozze dei nuovi rituali[1]. A conferma di questa tesi viene normalmente citata la sorprendente assegnazione del Bugnini stesso alla nunziatura di Teheran[2]: tale inusuale spostamento viene letto, infatti, come una punizione inflitta dal Papa, una volta aperti gli occhi su quanto – di male – si era fatto, per attuare le indicazioni della Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia.

Non abbiamo la presunzione di affrontare questa complessa questione in tutte le sue implicazioni. Per la verità ci pare assai offensivo e irrispettoso immaginare il Papa talmente sprovveduto e ingannato per così tanto tempo, e che, per giunta, avendo scoperto il danno subito, non abbia saputo fare altro che spedire Bugnini “in esilio”, senza poi tentare di riparare o arginare la portata del suo operato. Ma certo non contribuisce alla ricerca della verità la nostra personale opinione. E non abbiamo riferimenti se non le personali memorie di una delle parti[3].

L’unica strada è quella di studiare le carte e la documentazione ufficiale. E, fortunatamente, in questi ultimi anni diventano sempre più frequenti le pubblicazioni che attingono e pubblicano fonti non facilmente reperibili o comunque inedite. La ricerca e lo studio minuzioso sui documenti, se forse da un parte non riesce a fornire un quadro globale e compiuto di tutta la vicenda della riforma nella sua complessità, su questioni più specifiche è assolutamente dirimente: avendo a disposizione il materiale documentario si possono in poco tempo relativizzare, se non ribaltare del tutto, letture ideologiche e pregiudiziali. Scrivere una storia generale di quegli anni e di quelle vicende è un’operazione assai complicata; rimane più facile concentrarsi su dettagli, per ricostruire tessere che poi potranno eventualmente comporre un più grande mosaico. Ma nella pur frammentaria e puntuale circonstanzialità, appare evidente che l’immagine di liturgisti ed esperti estremisti, guidati da Bugnini in un lucido e preordinato  progetto di imporre i loro progetti ed esperimenti studiati a tavolino, deve essere finalmente abbandonata.

I dettagli di cui vorremmo parlare qui – a titolo di esempio – sono i passaggi che portarono alla revisione del segmento iniziale dell’Ordo Missae. Analizzando come si arrivò alla decisione di inserire – come primo momento dialogato della Messa – il segno della Croce con le parole “In nomine Patris…” e la risposta “Amen”, si avrà una visione del tutto opposta, e questa volta documentabile, ufficiali, dei rapporti fra Paolo VI, Bugnini, e la riforma liturgica. Non possiamo certamente in questo poco spazio scrivere compiutamente la storia della riforma dell’Ordo Missae: vorremmo piuttosto mettere in primo piano alcuni passaggi di tale vicenda, oggi più facilmente ricostruibile grazie alla pubblicazione della documentazione relativa ai lavori del Consilium in questo ambito. Di questo, dobbiamo essere enormemente grati alla ricerca di M. Barba, La riforma conciliare dell’«Ordo Missae». Il percorso storico-redazionale dei riti d’ingresso, di offertorio e di comunione, Roma 2002. Tale volume riporta in appendice parecchi schemi relativi al lavoro di riforma del rito della Messa. Ad essi qui si fa riferimento, mentre si offre una nostra traduzione della documentazione, quasi integralmente in lingua latina.

 Intorno ai riti iniziali della Messa, già dalle prime discussioni il gruppo di studio preposto ( il Coetus a studiis X, costituito nell’aprile 1964) si trovò d’accordo sulla necessità di snellire il complesso di gesti e preghiere che oscuravano, appesantendone la fase preparatoria, il momento e l’importanza della proclamazione della Parola di Dio. Sembrava opportuno ridurre anche gli elementi dal carattere più “privato” e di apologia. Senza entrare nei singoli passaggi della preparazione, possiamo passare alla prima bozza di “Ordo Missae”, presentata il 19 settembre 1965. In essa si dice che «radunato il popolo, il sacerdote e i ministri si avviano verso l’altare, mentre si esegue il canto di ingresso. Giunti all’altare, fatta la debita riverenza, si segnano con il segno della croce e per un certo tempo rimangono fermi. Quindi il sacerdote saluta l’altare, e secondo l’opportunità incensa l’altare e il popolo. Dopo con i ministri si reca alla sede. Stando tutti in piedi, il sacerdote, rivolto al popolo ed estendendo le mani, lo saluta, cantando o con voce distinta dicendo: Dominus Vobiscum. Il popolo risponde Amen» (Schema n. 106, De Missali 12, del 19 settembre 1965).

Un analogo schema di “Ordo Missae” venne usato nelle celebrazioni nella Cappella Matilde (seconda loggia del Palazzo Apostolico), alla presenza del Papa, i giorni 11,12 e 13 gennaio 1968. Il Papa di seguito consegnò a Bugnini, in un udienza concessagli il 22 gennaio, una nota scritta con alcuni suoi rilievi, fra i quali segnaliamo il seguente: «Studiare una forma più organica e normale per l’introduzione (segno della Croce e parte penitenziale)». Negli schemi successivi è evidente la dinamica di adattamento ai desideri del Papa. In una primissima revisione (lo schema n. 271, De Missali 45, del 10 febbraio 1968) le rubriche riportano «Radunato il popolo, il sacerdote con i ministri si avviano all’altare, mentre si esegue il canto di ingresso. Giunto all’altare, fatta la debita riverenza, l’altare viene venerato con un bacio o un altro segno stabilito e, secondo l’opportunità il sacerdote incensa l’altare e il popolo. Dopo con i ministri si reca alla sede. Il sacerdote e i fedeli, in piedi, si segnano, dicendo: In nomine Patris…. Amen. Quindi il sacerdote, rivolto al popolo ed estendendo le mani, lo saluta, dicendo: Dominus vobiscum». Lo schema seguente, preparato per la presentazione alla plenaria del Consilium (è lo schema n. 281, De Missali 47, del 21 marzo 1968) apporta, in questa sezione, un’ulteriore modifica: «…Dopo con i ministri si reca alla sede. Il sacerdote e i fedeli, in piedi, si segnano. Il sacerdote dice: In nomine Patris… Il popolo risponde: Amen». Interessante è la relazione tenuta ai membri del Consilium, a spiegazione del nuovo schema: «Il mandato del s. Padre è che (dopo il canto di Ingresso) la messa abbia inizio dal segno di croce. Il rev.mo p. Bugnini ha spiegato il volere del s. Pontefice in tal modo che non sia sufficiente congiungere il segno della croce con un’altra formula, ad es. con la formula trinitaria biblica “gratia Domini nostri…” (2Cor 14,13), che già era presente nello schema (come in molte altre liturgie) ma con le parole “In nomine Patris…”, che dovrebbero essere le prime parole». Tuttavia, ai membri del Consilium, il coetus X evidenziò, anche a nome dei relatori degli altri coetus, la perplessità e la fatica di armonizzare il volere del santo Padre con alcuni principi base, come quello di evitare incongruenze e duplicati (due formule trinitarie una dopo l’altra, ossia la formula che accompagna il segno della croce e la formula di saluto). La questione fu quindi affidata allo studio di una speciale sottocommissione, che sorprendentemente ritornò a proporre il segno della croce, fatto in silenzio dal solo sacerdote, in nome della semplicità richiesta da Sacrosanctum Concilium e, soprattutto, poiché il segno della croce con siffatta formula trinitaria come inizio della messa avrebbe rappresentato un’assoluta novità nella tradizione liturgica. La Segreteria del Consilium (Bugnini, quindi) cercò una mediazione suggerendo una duplice possibilità: qualora non vi fosse il canto di ingresso, l’inizio della messa sarebbe potuto essere senza difficoltà il segno della croce con la formula, mentre se vi fosse stato il canto, il segno della croce poteva essere fatto in silenzio. Lo schema del coetus X del 24 maggio 1968 recepiva questa proposta, ma il Papa fu deciso nell’insistere: «E’ opportuno che la formula “In nomine Patris” sia detta a voce alta dal sacerdote, con risposta del popolo». Di fronte alle nuove incertezze del Consilium (una votazione ancora non unanime: 17 favorevoli alle osservazioni del Papa, 13 contrari, 1 favorevole sono nelle messe lette), la Segreteria adottò la rubrica che recepiva il pensiero del Pontefice: la messa inizia sempre con il segno di croce, fatto da tutti, mentre il sacerdote dice la formula trinitaria e il popolo risponde Amen.

 

Da queste vicende, che abbiamo riassunto forse in modo troppo frettoloso, si possono però dedurre considerazioni assai interessanti. Prima di andare avanti con altre testimonianze, fissiamole brevemente: 1) “Conservatori” e particolarmente attenti alla tradizione liturgica risultano essere, nel caso specifico, i periti e i consultori del Consilium, spesso dipinti, al contrario, come “novatores”, privi di qualsiasi scrupolo nell’alterare senza rispetto alcuno gli Ordines liturgici precendenti. 2) Il peso e il ruolo della Segreteria di Bugnini pare rivolto molto di più a far passare i desiderata di Paolo VI che ad assecondare i pareri degli esperti. 3) Infine, lo stesso Papa appare – documenti alla mano – molto più coinvolto e decisivo nelle questioni, di quanto spesso ci viene fatto credere.

 Possiamo ancora riportare una sintesi di Barba, tracciata in un altro studio precedente al volume citato sopra, volume che di fatto, a proposito del segno di croce, riprende in modo identico ciò che scrisse allora, se non appunto per quanto segue: «Le varie vicende legate all’elaborazione del segno di croce nella celebrazione eucaristica evidenziano la preoccupazione dei periti di essere quanto più fedeli alla tradizione che prevedeva l’inizio della celebrazione con il saluto. Il timore di introdurre elementi nuovi fece desistere o quanto meno rallentare il corso verso la formulazione di questo elemento rituale. La lungimiranza del papa Paolo VI, d’altra parte, che aveva chiaro il desiderio di inserire il segno di croce nella Messa, mentre i teologi discutevano su tale opportunità o meno, stimolò insistentemente su tale introduzione, vedendovi in questo particolare elemento dei riti introduttivi un momento significativo dal punto di vista simbolico ed efficace per ciò che concerne la partecipazione di tutta l’assemblea. […] Ciò che contava in quel preciso momento della riforma liturgica della Messa non era solo e soltanto un’investigazione di tipo storico degli elementi rituali, ma sulla base di questa, spingersi fino a cogliere il significato spirituale sotteso per evidenziare il legame fra i dinamismi celebrativi e quelli della vita concreta dell’uomo che celebra»[4]

 Alla luce di quanto spiegato sopra, può essere interessante rileggere un paragrafo di un agile libretto con il quale uno dei periti in questione offre una piccola storia della Messa e dei suoi valori spirituali. A proposito del segno di croce, l’esordio è curioso: «Paolo VI arriva a Bogotà, in Colombia, per il Congresso eucaristico. Questa gente non sa né leggere né scrivere, non ha una grande educazione religiosa, non conosce nulla dell’alta liturgia, ma è conscia della presenza del successore di Pietro. I cuori sono lieti di partecipare alla santa messa insieme con il Papa. Ecco che la voce del supremo pastore celebrante arriva attraverso gli altoparlanti. Non appena le prime sillabe delle note parole si fanno udire, tutti capiscono subito. Erompono in coro insieme col Santo Padre: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”. Sudamerica e Roma si uniscono con la professione di fede nella Trinità all’inizio della santa Messa. Da secoli la celebrazione della Messa comincia così. Prima, però, solo il celebrante pronunciava le parole, coperte dai canti di ingresso. Poi, da un paio di decenni, la Messa comunitaria adottò la recita piana e comune delle preghiere ai piedi dell’altare, ma quest’usanza non apparteneva alla Chiesa universale. Ora, in Colombia, viene introdotto il nuovo Messale. Non sono ancora cessate le discussioni circa la sua struttura e la sua forma. Ci si decide infine a Bogotà: la santa Messa non può che cominciare con la preghiera più semplice che ci sia, nient’altro che con il segno di croce. Il Papa viene sommerso e trascinato dal coro del popolo colombiano» (T. Schinitzler, Il significato della Messa. Storia e valori spirituali, Assisi 19933, 45). La religiosità e la spontaneità dei campesinos colombiani, riuniti con il Papa che volle celebrare una messa con loro, il 23 agosto 1968, devono aver davvero impressionato questo liturgista, se poi ne parla con tale entusiasmo. Probabilmente, a seguito di quell’evento, non avrà più sollevato obiezioni in nome della purezza della tradizione liturgica. Un peso importante della devozione e dell’uso popolare sulla decisione di introdurre la novità del comune gesto del segnarsi con la formula “dialogata” fra il sacerdote e il popolo lo riconosce anche Raffa, nel suo studio sulla Messa: nonostante quanto dicevamo sopra sulle difficoltà sollevate dai periti, «Paolo VI, richiamandosi all’uso dei cristiani di cominciare ogni cosa col segno della croce, volle che così fosse anche per la messa. D’altra parte il popolo, al di là delle rubriche, lo praticava in vari luoghi già da una quarantina d’anni con la messa cosiddetta “dialogata”, nella quale tutte le preghiere ai piedi dell’altare erano recitate molto spesso ad alta voce anche dall’assemblea. Il segno della croce iniziale comunitario era più o meno normale nei pii esercizi e perfino già ammesso ufficialmente con l’Istruzione sulla musica sacra del 1958 anche alla messa» (V. Raffa, Liturgia Eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, Roma 2003, 262).

 Per finire, ribadendo il carattere assi parziale e limitato di questa incursione nella documentazione, non possiamo che registrare con paradossale ironia il fatto che – in questo dettaglio particolarissimo – coloro che stigmatizzano la liturgia riformata in nome di una presunta continuità con la tradizione precedente si trovano sulle stesse posizioni dei periti del Consilium, spesso oggetto dei loro strali! E, ancora, quanti argomentano in nome della vitalità della liturgia, intesa come un organismo che si sviluppa organicamente, dovranno riconoscere che l’intervento dell’autorità papale suggellò una prassi che nasceva dal basso, superando gli ostacoli che proprio i puristi della tradizione liturgica opponevano a questa dinamica!

Tanto altro dovrebbe essere detto, e la questione merita certamente maggior approfondimento di quanto così brevemente abbiamo fatto qui: il nostro era semplicemente un tentativo di mostrare come i documenti spesso siano testimoni di una complessità tale da non potersi ridurre a schematiche e drastiche contrapposizioni.

P.S. da una pagina del blog del Prof. Augé, una conferma indiretta, proveniente da un’autorità insospettabile, ossia dalla parte di chi avversa la riforma liturgica:http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-chi-e-stato-l-artefice-della-riforma-liturgica-98403943.html

 

 

 


[1] C’è da dire subito che i membri veri e propri del Consilium erano vescovi. Ad essi spettava la decisiva valutazione di quanto i periti, cooptati per questioni specifiche, andavano, su mandato del Consilium, man mano proponendo.

[2] La nomina a Nunzio in Iran è del 5 gennaio 1976, ma già dall’estate 1975 Bugnini fu sollevato dal suo incarico, con l’accorpamento dei due Dicasteri dei Sacramenti e del Culto Divino.

[3] A. Bugnini, «Liturgiae Cultor et Amator, Servi la Chiesa». Memorie autobiografiche, ed. G. Pasqualetti, Roma 2012.

[4] M. Barba, «La redazione di alcuni elementi non verbali dell’Ordo Missae: il contributo del Coetus X alla partecipazione liturgica», in Actuosa participatio. Conoscere, comprendere e vivere la liturgia (ed. A. Montan), Città del Vaticano 2002, 22).

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