L’Eucaristia, frutto di una fissione nucleare nel cuore dell’essere. Le sorprendenti meditazioni di Benedetto XVI. (1)

Fra i libri che non dovrebbero mancare nella biblioteca personale di un cultore di liturgia, senza dubbio vi è il volume dedicato agli scritti liturgici dell’Opera Omnia, in corso di edizione, di J. Ratzinger[1]. In esso sono raccolti contributi diversi e di svariata portata: insieme ad alcuni studi più corposi, i curatori dell’opera hanno inserito nel volume anche scritti minori, e pure alcune omelie. Per questo ci permettiamo di segnalare una lacuna.

Fra le memorabili ed inarrivabili sintesi di cui era capace Benedetto XVI, spicca – a proposito del mistero eucaristico – l’omelia tenuta in occasione della Messa conclusiva della sua prima Giornata Mondiale della Gioventù, nella sua Germania, a Colonia, il 21 agosto 2005.

Già nella sera precedente – nella grande veglia nella spianata di Marienfeld -, aveva offerto una lettura del viaggio dei Magi (a Colonia si venerano alcune reliquie di questi Saggi dell’Oriente) davvero sorprendente per la profondità esistenziale e la freschezza: le centinaia di migliaia di giovani presenti ne furono affascinati, a giudicare dal silenzio e dall’attenzione con cui seguivano la meditazione papale. Nella celebrazione conclusiva della Giornata, la domenica, Benedetto XVI ampliò il tema della meditazione della vigilia, continuando il tema dell’adorazione. Ebbe così modo di offrire una meditazione sul mistero eucaristico e sulla dinamica pasquale sottesa nella santa Comunione.

Oltre ad usare con estrema facilità categorie esistenziali, Benedetto XVI sorprese tutti, facendo proprio un concetto desunto dalla fisica molecolare. Attraverso questa immagine, declinò in modo assai riuscito i vari momenti della dinamica eucaristica, dall’Ultima Cena all’offerta della nostra stessa vita, in unione con Cristo.

Una sintesi magistrale, di cui solo Ratzinger poteva essere capace.

Per rendersi conto di quanto abbiamo affermato, a seguire una parte del testo dell’omelia di Benedetto XVI, offriamo una prima parte (la seconda parte sarà pubblicata in un post successivo) di una meditazione del Card. Vanhoye, sicuramente conosciuta a Ratzinger, dove possiamo trovare analoghe riflessioni. Si direbbe che Benedetto XVI abbia attinto dagli scritti del biblista, aggiungendo il suo personale tocco geniale, con l’accostamento ai dati delle scienze naturali, riferimento che spesso ha caratterizzato la riflessione e la predicazione di Ratzinger, cultore e difensore della dimensione “cosmica” della liturgia.

«Con la Celebrazione eucaristica ci troviamo in quell’“ora” di Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni. Mediante l’Eucaristia questa sua “ora” diventa la nostra ora, presenza sua in mezzo a noi. Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d’Israele, il memoriale dell’azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele dalla schiavitù alla libertà. Gesù segue i riti d’Israele. Recita sul pane la preghiera di lode e di benedizione. Poi però avviene una cosa nuova. Egli ringrazia Dio non soltanto per le grandi opere del passato; lo ringrazia per la propria esaltazione che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione, parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti: “Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue”. E così distribuisce il pane e il calice, e insieme dà loro il compito di ridire e rifare sempre di nuovo in sua memoria quello che sta dicendo e facendo in quel momento.

Che cosa sta succedendo? Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale – la crocifissione -, dall’interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l’atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Poiché questo atto tramuta la morte in amore, la morte come tale è già dal suo interno superata, è già presente in essa la risurrezione. La morte è, per così dire, intimamente ferita, così che non può più essere lei l’ultima parola. È questa, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, la fissione nucleare portata nel più intimo dell’essere – la vittoria dell’amore sull’odio, la vittoria dell’amore sulla morte. Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso.

Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l’unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L’adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo».

(Per il testo integrale dell’Omelia si veda: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050821_20th-world-youth-day_it.html)

 

Ecco, infine, il testo del card. Vanhoye, frutto di un corso di esercizi spirituali.

l. Quando il profeta Geremia (nel cap. 31) annuncia la nuova alleanza, ne fa una descrizione bellissima: la legge di Dio scritta nei cuori, una relazione reciproca tra Dio e il suo popolo, una relazione personale tra Dio e ciascuno nel popolo di Dio, il perdono generoso dei peccati… Tuttavia Geremia non ne descrive il fondamento. Orbene, perché si stabilisca un’alleanza nuova, occorre che ci sia un fondamento nuovo. Il NT colma la mancanza di Geremia, mostrando che Gesù si e rivelato sacerdote della nuova alleanza quando nell’ultima cena “prese il calice e disse: ‘Questo calice é la nuova alleanza nel mio sangue, viene versato per voi” (Lc 22,20). Una formula simile si trova nella prima lettera ai Corinzi (11,25), il testo più antico dell’istituzione dell’Eucaristia.

In Matteo e Marco non c’è l’espressione “nuova alleanza”, ma soltanto: “Questo é il mio sangue dell’alleanza”, pero é chiaro che si tratta di un’alleanza nuova, perché l`antica alleanza non era stabilita nel sangue di una persona che dava se stessa. L’atto fondamentale della liturgia della nuova alleanza consiste nel rendere di nuovo presente questo evento per mezzo della celebrazione eucaristica affinché il popolo cristiano possa entrare sempre meglio nel dinamismo di comunione della nuova alleanza. E’ importante prendere coscienza del dinamismo della nuova alleanza nell’Eucaristia e farvi entrare la gente. Cercheremo, perciò, di meditare sull’istituzione dell`Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare un’ammirazione e una venerazione sempre crescenti. Un fatto impressionante é che tutti i racconti dell`ultima cena mettano l’Eucaristia in rapporto con la passione di Gesù e più precisamente con il tradimento di Giuda.

Paolo dichiara che “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane.. ”. Nella preghiera eucaristica diciamo: “Nella notte in cui fu tradito”. E’ una sfumatura diversa. Paolo dicendo “veniva tradito” fa capire che il tradimento era in corso quando Gesù prese il pane.

Gli evangelisti Marco e Matteo riferiscono che, prima di istituire l’Eucaristia, Gesù si é mostrato consapevole del tradimento: “Disse: in verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà” (Mc 14, 18).

Ugualmente Luca vi fa accenno e anche Giovanni. Quindi, la catena degli avvenimenti che porteranno Gesù alla condanna e alla morte infame sulla croce ha già cominciato a mettersi in moto. Il Signore ne è consapevole; egli può ancora agire liberamente. Alcune ore più tardi sarà arrestato, legato e allora non potrà più muoversi con libertà, ancora meno potrà farlo quando sarà inchiodato sulla croce. Nell’ultima cena affronta consapevolmente questa situazione estremamente avversa. Il suo ministero di dedizione generosa a Dio e ai fratelli sta per essere brutalmente interrotto da un tradimento, la colpa più odiosa e più contraria al dinamismo di alleanza.

2. Quale sarebbe la reazione da aspettarsi in una situazione cosi odiosa?

Vediamo la reazione del profeta Geremia. Avvisato dal Signore di un complotto tramato contro di lui, Geremia esclama (11,20-21 e di nuovo 20,12): “Ora, Signore degli eserciti, giusto giudice che scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, perché a te ho affidato la mia causa”. Pin terribili e più dettagliate sono le imprecazioni del capitolo 18: “Abbandona i loro figli alla fame, gettali in potere della spada; le loro donne restino senza figli e vedove, i loro uomini siano colpiti dalla morte e i loro giovani uccisi dalla spada in battaglia…non lasciare impunita la loro iniquità” (Ger 18,21.23).

Notate che l’atteggiamento di Geremia costituisce già un certo progresso rispetto alla reazione umana istintiva, che sarebbe quella di prendere in mano la spada e di attuare la propria vendetta. Affidare a Dio la vendetta è già  una vittoria sulla tentazione della violenza.

Gesù però riporta una vittoria molto più radicale e positiva. Egli supera il turbamento interiore di cui parla Giovanni in 13,21 e, invece di rinunciare, come fa Geremia, al suo atteggiamento generoso lo spinge fino all’estremo. Giovanni scrive: “Dopo avere amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, cioè sino al punto estremo dell’amore (cf. Gv l3,1).

Gesù anticipa la propria morte rendendola presente nel pane spezzato, che diventa il suo corpo, e nel vino versato che diventa il suo sangue e trasforma la propria morte in sacrificio di alleanza per il bene di tutti. Non è possibile immaginare una generosità più grande di questa, né una trasformazione più radicale dell’evento stesso.

Quando si parla dell’Eucaristia, di solito si insiste sulla trasformazione del pane nel corpo di Cristo e del vino nel suo sangue, la transustanziazione, la cui importanza è evidentemente decisiva, in quanto, senza di essa, non ci sarebbe il sacramento.

Non si pensa pero a sottolineare un`altra trasformazione, non meno straordinaria e in un certo senso più importante per la nostra vita spirituale: la trasformazione di una morte da condannato in strumento di comunione e di alleanza; la trasformazione del sangue criminalmente versato dai nemici in sangue di alleanza; la trasformazione di un evento di rottura in mezzo di comunione.

Questa trasformazione è veramente straordinaria.

3. Per l’AT la morte era rottura radicale e definitiva, con gli uomini e con Dio. Non la possiamo più intendere così proprio perché Gesù l’ha trasformata nell’ultima cena. Sperimentiamo tuttavia ancora che la morte non unisce le persone, ma spezza i legami umani. Non è più possibile comunicare con il morto, a nulla serve parlargli, non si può avere nessun contatto personale reciproco. Questo provoca tristezza e dolore. Sappiamo però nella fede che i legami spirituali rimangono.

Nell’AT invece la rottura era percepita come completa, perché la morte provocava anche la rottura delle relazioni con Dio. Questo era il suo aspetto pin tremendo per gli Ebrei religiosi: la morte come castigo del peccato, come ultima conseguenza del peccato, estremo grado di rottura tra la persona umana e Dio. Quando nell’AT pensavano alla morte, pensavano a questa rottura tremenda. Ad esempio il re Ezechia colpito da una malattia mortale esclama: “Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi”. Il Signore si vede sulla terra dei viventi, non nello Sceol dei morti. “Non vedrò più nessuno tra gli abitanti di questo mondo” (Is 38,11). Nell’AT si percepiva un contrasto completo e una incompatibilità assoluta tra il Dio vivente e l’uomo morto e non si riteneva possibile nessuna relazione positiva tra loro.

Nel salmo 88, ad esempio l’orante si rivolge a Dio con queste parole: “Già vado tra chi scende nella fossa, mi sento uomo finito, relegato tra i morti, come gli uccisi che giacciono nel sepolcro e che tu più non ricordi, dalla tua mano recisi per sempre” (Sal 88,5-6). Dio non ha nessun ricordo dei morti, c’è una rottura completa. In altri salmi leggiamo queste espressioni: “Nel regno della morte nessuno ti invoca, nell’abisso chi ti rende grazie?”; “I morti non lodano il Signore né quelli che scendono al silenzio” (Sal 1 16, 17). Secondo la concezione dell’AT i morti vanno a finire nello Sceol, cioé un luogo sotterraneo dove vivono una vita da larve, una vita indegna dell’uomo e naturalmente ancora di più indegna di Dio. Sono dimenticati da Dio. Non ci può essere nessun contatto tra il Dio della vita e la corruzione della morte. Questo duplice aspetto di rottura provocata dalla morte diventava ancora più tragico quando si trattava della morte di un condannato. La morte di una persona cara

causa negli altri dolore e afflizione, si vorrebbe che non fosse morta; invece il condannato é rigettato dalla società che non lo vuole più e lo condanna a morte proprio per rompere con lui in modo definitivo. Nel popolo eletto la condanna veniva fatta secondo la legge di Dio, quindi il condannato era considerato maledetto da Dio. Tale doveva essere la situazione tragica di Gesù, il quale è stato respinto dalle autorità del suo popolo e perciò San Paolo non esita a dire che “Cristo è diventato maledizione” (Gal 3,13), perché è stato crocifisso e si legge nella Scrittura: “Maledetto chi pende dal legno”. E’ proprio questa situazione di rottura completa che Gesù deve affrontare. Egli l’assume e ne fa l’occasione di un amore estremo, ne fa uno strumento di comunione con Dio e con i fratelli, un mezzo per fondare l’alleanza.

Circostanze più contrarie alla fondazione di un’alleanza non si potevano immaginare. Gesù sa che é tradito, egli prevede che sarà abbandonato da tutti i discepoli, rinnegato da Pietro, accusato falsamente, condannato ingiustamente, schernito, ucciso… e proprio questi eventi crudeli e ingiusti egli li anticipa nel momento dell’ultima cena e li trasforma in dono di amore e di offerta di alleanza. Il suo sacerdozio consiste in questo.

Se ci pensassimo bene, questa realtà dovrebbe lasciarci profondamente stupefatti. Non ci rendiamo più abbastanza conto della straordinaria trasformazione operata da Gesù in quel momento e della generosità di cuore con cui egli ha concepito ed attuato tale trasformazione.

Non ci rendiamo più conto del dinamismo di amore vittorioso che riceviamo in noi quando celebriamo l’Eucaristia e facciamo la comunione; un dinamismo che ci dovrebbe rendere facile la vittoria su tutti gli ostacoli all’amore e darci la forza di trasformare gli ostacoli in occasioni di progresso nell’amore. (Continua)

A. Vanhoye, Cristo sommo sacerdote della nuova alleanza, Treviso 2002, 77-82.


[1] J. Ratzinger, Opera Omnia, 11. Teologia della Liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana, Città del Vaticano 2010.

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