“chi chiama sta per salvare…”

C’è una bellissima espressione di sant’Ambrogio che si può associare alla lettura biblica assegnata a questo giorno, mercoledì della prima settimana del Tempo Ordinario (Anno II), dal ciclo biennale delle letture biblico-patristiche per l’Ufficio delle Letture.

Era la pagina della Genesi in cui viene narrato il peccato originale, il primo peccato che soggiace ai singoli e puntuali peccati di ogni uomo. Il brano proposto si chiudeva con la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, alla cui custodia sono posti cherubini con spade fiammeggianti.

Se da una parte è facilmente riscontrabile che la “dinamica” del peccato è sempre analoga e in ogni genere di tentazione si cela sempre il dubbio primordiale riguardo all’amore di Dio (cf. CCC 2119), è vero anche che quanto si narra riguardo alla “risposta” di Dio ha caratteri anch’essi tipici. Come nei nostri singoli e, ahinoi, ripetuti peccati non vi è nulla di nuovo – potremmo dire nulla di “originale” -, altrettanto continua è l’opera di Dio, a riparazione e a restaurazione della comunione paradisiaca.

Questa pagina della Genesi veniva quasi ri-attualizzata negli antichi rituali della penitenza pubblica. Il fedele, responsabile di peccato grave e pubblico, all’inizio della Quaresima veniva “cacciato” dall’assemblea liturgica, proprio come Adamo dal Paradiso. I riferimenti a tale pagina della Scrittura erano esplicitati sia dai testi che dai gesti. Anche se non si può attestare con sicurezza una proclamazione liturgica della Genesi in queste liturgie di inizio della penitenza, sicuramente ad essa venivano fatti ripetuti cenni nelle parole che dovevano ammonire il penitente, e al canto di alcune antifone tratte da Genesi 3 esso era accompagnato, per mano, alla porta della Chiesa.

Questa liturgia di espulsione[1] assume caratteri sempre più amplificati, e quasi mimetici: si impone il cilicio, a ricordo delle tuniche di pelli confezionate per Adamo ed Eva, e la cenere, secondo la terribile parola “polvere tu sei e in polvere tornerai”, ci sono lamenti e sospiri e, una volta usciti dalla Chiesa i penitenti, si chiude la porta da cui sono passati, che non per caso viene chiamata porta di Adamo.

La liturgia della Chiesa, quindi, per qualche tempo ha conservato tutta la drammaticità della pagina della Genesi, modulando su di essa un rito assai solenne e significativo.

Ma la perenne vivezza della Scrittura non è frutto solamente dell’uso liturgico e dell’attualità celebrativa della liturgia che la usa nei suoi testi e nei suoi gesti. Essa è tale perché in essa si rispecchia l’attualità dell’operare di Dio. Alla costante e ripetuta debolezza di Adamo e della sua stirpe si oppone l’ancora più costante forza riconciliatrice di Dio, che sempre di nuovo si mette in cerca dell’uomo.

Un brano di un Inno di Romano il Melode per il Battesimo di Gesù, che abbiamo da pochi giorni celebrato, immagina il Signore alla ricerca di Adamo:

«Dio non ebbe disprezzo per colui che fu spogliato del paradiso a causa di inganno perdendo così la veste che Dio stesso gli aveva intessuta. Di nuovo gli viene incontro, chiamando con la sua santa voce l’irrequieto: “Dove sei, Adamo? Non nasconderti più: ti voglio vedere anche se sei nudo, anche se povero; non provare più vergogna, ora che io stesso mi sono fatto simile a te. […] Vinto dalle mie viscere, io, che sono misericordioso, sono accorso verso la creatura mia porgendo le mani per abbracciarti. Non provare dunque vergogna avanti a me: è per te, nudo, che mi spoglio e ricevo il Battesimo»[2].

La pagina della Scrittura non ha perso nulla della sua efficacia: essa oggi è la modalità con cui di nuovo il Signore cerca l’uomo. Come dice meglio Sant’Ambrogio:

«“Poi udirono – dice la Scrittura – la voce del Signore che passeggiava sul far della sera ” (Gn 3,8). Che cosa significa questo passeggiare di Dio, Lui che è sempre presente in ogni luogo? Ritengo che ci sia appunto come un passeggiare di Dio nel corso degli avvenimenti narrati dalle Scritture divine, nelle quali aleggia quasi la presenza di Dio.[…] Quindi quando un peccatore legge queste Scritture, sente la voce di Dio che passeggia sul far della sera (Quae est ambulatio Dei, qui ubique semper est? Sed puto deambulationem quandam esse Dei per divinarum seriem scripturarum, in quibus Dei quaedam versatur praesentia. […] Ergo cum legit peccator has scripturas, audit vocem Dei quasi ambulantis ad vesperum)».

Questa voce, che provoca tale paura che Adamo vorrebbe sottrarsene, è una voce in cui risuona già il perdono:

«Ma consideriamo che cosa dice: Adamo, dove sei? Ancora vi è una possibilità di salvezza in coloro che ascoltano la Parola di Dio. […] Inoltre il fatto stesso di chiamare è indizio che chi chiama sta per salvare, poiché il Signore appunto chiama coloro di cui ha misericordia (hoc ipsum quod vocat indicium sanaturi est, quia Dominus quos miseratur et vocat)»[3].

La Parola, che scuote Adamo e che corregge e ripara l’ordine della creazione, è una parola dura, ma è una parola di Amore.

Per dirla con un sapiente titolo di uno studio esegetico che contiamo di presentare in prossimi post, «Quelli che amo io li accuso»[4].


[1] Si veda, ad esempio, il Pontificale Romano-germanico (X sec.), nelle sezioni 71-73: «Hic mittendus est cinis super caput penitentis et dicendum: Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris [cf. Gen 3,19]. Statimque imponedum cilicium et dicendum: Convertere cor tuum et humilia animam tuam in cinere et cilicio. Cor enim contritum et humiliatum Deus non despicit [cf. Sal 51(50),19]. Sequitur oratio […] Post hanc eiciendus est ab sanctae ecclesiae propter peccatum tuum sicut Adam primus homo eiectus est a paradiso propter transgressionem suam. Sequitur responsum: In sudore vultus tui vesceris pane tuo, dixit dominus ad Adam, cum operatus fueris terram, non dabit fructus suos, sed spinas et tribulos germinabit tibi [cf. Gen 3,18-19]. Versus. Pro eo quod obedisti voci uxoris tuae plus quam meae, maledicta terra in opere tuo [cf. Gen 3,17]. Non dabit».

[2] Romano il Melode, Inno XVIII,2-3.

[3] Ambrogio, Il Paradiso terrestre, 14,68.70.

[4] M. Cucca – B. Rossi – S.M. Sessa, “Quelli che amo io li accuso”. Il rîb come chiave di lettura unitaria della Scrittura. Alcuni esempi, Assisi 2012.

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