A proposito di “alacritas” (Eucologia di Avvento, II)

C’è alacrità e alacrità. O meglio, non c’è una senza l’altra.

La colletta della terza domenica di Avvento presenta un’immagine curiosa: Dio che “guarda” il suo popolo che si prepara, tutto sollecito, a celebrare il mistero del Natale.

Guarda, o Padre, il tuo popolo,che attende con fede il Natale del Signore,

e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della Salvezza.

Deus, qui conspicis populum tuumnativitatis dominicae festivitatem

fideliter exspectare,

praesta, quaesumus, ut valeamus ad tantae salutis gaudia pervenire, et ea votis sollemnibus alacri semper laetitia celebrare.

Da una parte vi è la comunità dei fedeli, descritta nell’eucologia dei giorni precedenti, con note caratteristiche:

– con la volontà di andare incontro con le buone opere [a Cristo che viene]

– perseverante nel bene

– nell’attesa fervida e operosa

– instancabile nell’attesa

– impegnata a preparare le vie [del Figlio di Dio]

– vigile nell’andare incontro [al Figlio] con le lampade accese.

Insomma, si tratta di un attendere tutt’altro che immobile e passivo. E’ una preparazione sussultante e dinamica.

Esteriormente, si potrebbe pensare alla strana eccitazione dei giorni precedenti al Natale, nei quali le vie delle città si riempiono di persone frettolose e indaffarate alla ricerca frenetica di regali; e nei supermercati si allungano le file per le ultime spese, che arricchiranno i pranzi e le cene delle feste.

Naturalmente, non è solamente questo l’alacrità suggerita dalla colletta. Effettivamente, nel senso dell’aggettivo alacĕr vi è anche la sfumatura “agitato”, ma pure “eccitato”, “commosso”, “gioioso”, “allegro”, “pronto”, “disposto”, “agile”, “destro”, “svelto”, “pieno di vita”, anche “focoso”, “entusiasta”, “ardente”, “esuberante”. Alacrità è anche “foga”, “voglia”, “vivacità”.

In una prospettiva più interiore, Leone Magno descrive in modo completo l’alacrità cristiana e natalizia, nel suo celebre Sermone, proclamato nell’Ufficio delle Letture la notte di Natale:

Nessuno è escluso dalla partecipazione a questa gioia. Il motivo del gaudio è unico per tutti, perché il Signore nostro, che ha distrutto la morte, come non ha trovato nessuno immune dalla colpa, così è venuto a liberare tutti gli uomini. Esulti il santo, perché si avvicina al premio. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Riprenda animo il pagano, perché è chiamato alla vita. Nemo ab huius alacritatis participatione secernitur, una cunctis laetitiae communis est ratio, quia Dominus noster, peccati mortisque destructor, sicut nullum a reatu liberum repperit, ita liberandis omnibus venit. Exsultet sanctus, quia propinquat ad palmam. Gaudeat peccator, quia invitatur ad veniam. Animetur gentilis, quia vocatur ad vitam.

Essere alacre nell’intimo significa dunque gioire insieme, esultare, riprendere animo, per poi manifestare anche esteriormente tale stato d’animo in una vivezza allegra e in un’operosità non tanto frenetica e iperattiva, quanto entusiasta, serena e leggera.

Questo movimento da dove parte? E’ un’iniziativa dell’uomo? C’è qualcosa che ad esso corrisponde?

La colletta della prima domenica di Avvento bilanciava in modo assai equilibrato la sottolineatura dell’atteggiamento dell’uomo (volontà di andare incontro con le buone opere) con un chiaro termine (al tuo Cristo che viene). E’ Cristo che viene ad eccitare il fervore, la gioia e il dinamismo dei fedeli.

In altri luoghi, la liturgia lo afferma in modo assai chiaro e poetico: è Cristo il “vero alacre”:

Procedat e thalamo suo,pudoris aula regia,

geminae gigas substantiae

alacris ut currat viam.

Cf. Hymnus ad Officium lectionis (Tempus Adventus post diem 16 decembris)

Avanzi dal suo talamo,l’aula regia del pudore,

il gigante dalla duplice natura,

per percorrere veloce la sua via.

La versione italiana, presente nel Salterio, recita così: Come sole che sorge, come sposo dal talamo, Dio viene a salvarci.

Cristo, è Lui il zelante, sollecito e gioioso come uno sposo, che viene incontro all’uomo, è Lui che ha fretta, che è esultante e tutto desideroso di portare la salvezza, compiendo la sua via, la sua missione.

Il salmo 19(18), 5-7 (da cui Ambrogio ha preso queste espressioni) dice: “Là pose una tenda per il sole che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come prode che percorre la via. Sorge (egressius eius) da una estremo del cielo e la sua orbita (et occursus eius) raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore”. Anche quest’ultimo versetto è ripreso nell’inno santambrosiano (lamentabilmente tale strofa non è riportata dall’inno liturgico, per non renderlo eccessivamente lungo): “La sua uscita dal Padre e il ritorno al Pare, la sua discesa fino agli inferi e il suo ritorno al regno di Dio (Egressus eius a Patre, regeressus eius ad Patrem, excursus usque ad inferos, recursus ad sedem Dei)”. Questa è la via, il mistero della salvezza, che Cristo inaugura nell’Incarnazione, quando giunge la pienezza dei tempi.

Azzardando un’espressione, osando un’analogia forse eccessiva, potremmo dire che come oggi i cristiani “non vedono l’ora che sia Natale”, così Cristo “non vedeva l’ora” di dare inizio temporale al mistero della salvezza.

Un altro riferimento a questa santa fretta, a questa santa alacrità si potrebbe forse trovare in altri versetti della Scrittura che la liturgia del tempo di Natale rilegge ed usa in modo affascinante. Cf. Sap 18,14-15: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò..”. L’antifona di ingresso del 30 dicembre (qualora non ricorra la domenica) e della II Domenica dopo Natale recita così: “Dum medio silentium teneret omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, de caelis a regalibus sedibus venit”. Il salmo che gli corrisponderebbe è il 93(92): “Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza”. Non è curioso che la strofa dell’inno di sant’Ambrogio che segue quella citata sopra reciti così: “Aequalis aeterno Patri, carnis trophaeo cingere, infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti”? (Consostanziale e coeterno al Padre, cingiti del trofeo della carne, rafforza con il tuo indefettibile vigore, rinsalda la debolezza del nostro corpo).

Ma siamo andati ormai troppo lontani, ammaliati dai luccichii e dagli echi della liturgia.

II settimana di Avvento, Sabato, Ufficio delle letture: un approdo non scontato per un salmo…

Chissà quanti, fra coloro che pregano regolarmente la Liturgia delle Ore, e ancor più specificamente anche l’Ufficio delle Letture, si saranno accorti di una particolarità dell’Ufficio delle Letture di questo sabato della II settimana di Avvento. Certo, si tratta di un dettaglio di non primissima evidenza e importanza, ma pur sempre significativo e, soprattutto, illuminante per mostrare alcune dinamiche interne alla preghiera delle Ore e alla sua riforma negli anni successivi al Concilio Vaticano II. Vediamo di che si tratta, dopo un piccolo preambolo.

Non occorre una frequentissima familiarità con la preghiera oraria della Chiesa perché si intuisca che i salmi sono distribuiti in un ciclo di quattro settimane. Tutto ciò è facilmente dedotto anche prendendo in mano un qualsiasi libretto di preghiera, del tipo di quelli conosciuti come “La preghiera del mattino e della sera”, in uso nelle parrocchie, nei gruppi, nelle case di esercizi e di ritiri. Conosciamo lodevoli signore ormai molto avanti negli anni, le quali, nel preparare la preghiera comunitaria delle Lodi in parrocchia, si destreggiano fra salmi della prima settimana, o della terza, o dal comune dei santi etc. con una competenza e abilità assai maggiore di quella di alcuni religiosi!

I salmi, poi, sono distribuiti in questo ciclo di quattro settimane secondo alcuni criteri, che non sono solo espedienti tecnici per comporre un complesso sistema di numeri, ma anche tracce di tradizioni secolari e indicazioni per una preghiera sempre più contemplativa e di adorazione, da una parte, e fonte di pietà e arricchente, dall’altra.

Conoscere le motivazioni per cui la sapienza della madre Chiesa ha posto quel salmo in quel giorno e in quell’Ora non è mera erudizione spicciola da liturgisti oziosi, ma potrebbe diventare un modo di apprezzare meglio la missione e il combattimento della preghiera.

Semplificando molto e fatta eccezione per i giorni particolarissimi delle solennità e dei tempi eccezionali come le ottave, e i comuni dei santi, nelle loro diverse connotazioni, la distribuzione dei salmi segue fondamentalmente due principi: salmi selezionati (in base a criteri che non possiamo spiegare ora) e salmi disposti in ordine semi-continuo e successivo. Questi principi trovano applicazione, in modo non rigido e mutuamente esclusivo, nelle diverse Ore del ciclo di preghiera giornaliera: la disposizione di salmi secondo una selezione di salmi particolari è più evidente nelle Lodi e nei Vespri, mentre la disposizione dei salmi secondo un ordine progressivo è più evidente nell’Ufficio delle Letture; l’Ora media e la Compieta hanno una distribuzione salmodica ancora più diversificata.

Forse ci stiamo attardando troppo nell’introdurre quello che vorremmo segnalare in modo peculiare in questo post. Tuttavia dovevamo accennare a questa disposizione ciclica e dei salmi per far emergere la novità presente in questo sabato della seconda settimana di Avvento.

All’Ufficio delle letture lo schema per 4 settimane prevede in genere il salmo 135, per la sua lunghezza diviso in tre parti. Oggi, invece, si è pregato con il salmo 105.

A cosa è dovuta questa variazione? Il Salmo 105 in sé non ha alcun riferimento particolare al tempo dell’Avvento; per di più, se ne si potesse controllare l’occorrenza, si constaterebbe il fatto che tale variazione accade anche nel tempo di Natale, come pure nel tempo di Quaresima e di Pasqua! Curiosa, questa selezione per il tempo di Avvento e per il tempo di Pasqua! Tuttavia, non è il caso di pensare a particolari legami teologici con questo o quel tempo liturgico particolare: una spiegazione più fondata la si trova studiando la riforma post-conciliare.

Il salmo che la liturgia conta come 105 [la numerazione biblica corretta è 106(105)], oltre alla lunghezza, è di un genere che gli specialisti chiamano “storico”, cioè si tratta di una “confessione nazionale”, una narrazione prolissa delle opere divine in favore del popolo di Israele. Altri due salmi hanno caratteristiche analoghe, lunghezza e genere letterario “storico”: i salmi 77 e 104. Anch’essi non si trovano nel ciclo di quattro settimane “classico”, ma solamente nei tempi forti.

Sull’uso e sull’ubicazione di questi salmi nella corrente liturgia delle Ore si discusse lungamente nella fase di studio e di preparazione della nuova salmodia. Insieme alla questione dei salmi cosiddetti “imprecatori”, fu una delle maggiori criticità polemiche nel corso dei lavori.

Interessante notare che su questa tematica intervenne direttamente il Santo Padre[1]. Il carattere di dettaglio, nella ben più complessa opera di riforma generale della liturgia, di questa problematica dimostra che Paolo VI era costantemente informato e al corrente di quanto si stava progettando, e non di rado esprimeva pareri e chiedeva che venissero accolte le sue istanze. Chi millanta un’estraneità papale alla riforma post-conciliare, insinuando colpi di mano di periti che lavoravano nel segreto come una setta di carbonari, o semplicemente ignora come andarono in realtà le cose oppure, ed è ben più grave, mente sapendo di mentire. Le carte e i documenti testimoniano altro.

Riproduciamo alcuni paragrafi del verbale, redatto da mons. Igino Rogger, di una delle Adunanze del Coetus IX incaricato della struttura generale del Breviario[2]. Il neretto sottolinea frasi che ci sembrano assai significative, considerato anche la finalità del nostro piccolo blog.

“Il Coetus IX, radunato a Genova presso l’Abbazia di S. Maria della Castagna per la sua sessione ordinaria di lavoro, il 28 febbraio 1968 è stato informato dal Relatore generale Mons. G. A. Martimort della lettera recentemente inviatagli dall’Eminentissimo Cardinale Gut e del desiderio comunicato allo stesso Eminentissimo Presidente dal S. Padre circa “la scelta dei salmi più adatti alla preghiera cristiana, omettendo quelli “imprecatori” e quelli “storici” (salvo per questi ultimi, l’opportunità di usarli in certe particolari occasioni).

Accettando con la dovuta riverenza l’indicazione espressa dal Santo Padre e nella viva aspirazione a corrispondere nel migliore dei modi alla Sua intenzione, il Coetus si è dedicato con tutta la premura al riesame dell’intera questione. Furono riveduti e discussi i motivi che avevano determinato la scelta precedente, fu attentamente considerata l’esigenza pastorale che oggi si esprime in un senso meno favorevole alla conservazione di taluni salmi nell’Ufficio. Nella volontà di ponderare adeguatamente l’uno e l’altro aspetto, il Coetus si è venuto a trovare innegabilmente di fronte a un problema non facile, la cui soluzione presenta ancor sempre degli aspetti alquanto preoccupanti.

Si osserva che il Salterio integro, come espressione di una meditazione orante di tutta la Scrittura, è stato fino ad oggi un elemento incontrastato della tradizione liturgica. L’esclusione di una determinata categoria di salmi, come quelli detti imprecatorii, potrebbe dare argomento a coloro che sul piano dottrinale sostengono che questi salmi non siano pregabili nel Nuovo Testamento o addirittura che certi temi e certi testi della Scrittura non abbiano un senso nell’economia della Salvezza. Una volta aperta la porta alla discriminazione, qualcuno potrebbe reclamare la soppressione di altri salmi, come poco rispondenti alla mentalità attuale, prendendo come criterio un punto di vista che è necessariamente [p. 2] soggettivo ed effimero.

Per quanto riguarda i salmi cosiddetti storici è innegabile che vi sia un senso di ripulsa abbastanza diffuso contro di essi, anche se poi è molto oscillante la determinazione dei salmi che entrerebbero in questa categoria. Si ha motivo di temere però che in troppi casi tale senso di ripulsa provenga da un misconoscimento del carattere che essi hanno di preghiera laudativa e di preghiera intenta a riconoscere i sacramenta salutis attraverso i mirabilia Dei. Dietro l’obiezione corrente, spesse volte si palesa già troppo diffusa l’incapacità di concepire la preghiera come risposta all’insegnamento della Scrittura e l’incapacità di utilizzare i fatti dell’Antico Testamento come un mezzo necessario per la penetrazione dei misteri del Nuovo e dell’intera storia della salvezza. Una ulteriore indulgenza verso l’aspetto naturale e soggettivo della preghiera non può essere guardata senza preoccupazione, perché favorisce inevitabilmente un atteggiamento non favorevole alla maggior comprensione di quel genere singolarissimo e indispensabile di preghiera che è il Salterio. Necessario sembrerebbe invece un ampio lavoro di catechesi e di formazione spirituale, intento a riconquistare maggiormente il senso della preghiera salmodica, fino al punto che questi salmi cessino dal creare difficoltà.

La volontà di conciliare le opposte esigenze, quali esse si presentano oggi nella vita della Chiesa, avevano guidato i Consultori del Coetus IX a cercare una soluzione come quella già proposta. Essa prevedeva per il salmi “imprecatorii” la possibilità di una sostituzione, e, per i versetti a contenuto imprecatorio la possibilità di omissione, operabili a scelta di chi prega il Breviario. In tal modo nessuno veniva costretto a pregare i testi in questione, se questi gli riuscivano incomprensibili; ma d’altronde il Salterio rimaneva integro ed era sempre a disposizione di chi possedeva una sufficiente percezione del senso teologico di essi. Per i salmi “storici” si credette di aver trovata una soluzione buona per il fatto che essi non si addensavano più nelle due giornate di venerdì e sabato, generando così facilmente il tedio, ma erano stati distribuiti in modo molto più sparso nel corso di quattro settimane. Certo, [p. 3] al di la di queste misure, si confidava anche nel diffondersi di un maggior senso di comprensione per il valore di questo genere di preghiera, tutta concepita nella prospettiva della storia della salvezza.

Riconsiderando ora il problema di fronte alle indicazioni espresse dal Santo Padre, il Coetus IX trova di poter formulare una nuova proposta, che si articola in modo diverso per i salmi cosiddetti imprecatorii e per quelli storici.

[…]

[p. 4]

2. Salmi “storici”.

Il Coetus consente nel proporre che i salmi cosiddetti “storici”, intendendo per tali i salmi 77,104 e 105, non vengano inseriti nel Salterio ordinario, ma vengano riservati ai tempi speciali dell’Avvento, della Natività, dell’Epifania, della Quaresima e della Pasqua. Per tale riserva infatti si può allegare una giustificazione intrinseca e oggettiva, che eviti ogni nota negativa a carico dei detti salmi e del loro genere di preghiera: in tali tempi infatti la storia della salvezza dell’Antico Testamento come dimostrativa di quella del Nuovo è posta maggiormente in evidenza, come del resto avveniva già in passato, quando detti salmi si pregavano il sabato, in vista del dies dominicus. Dal canto suo la coincidenza di questi salmi con i suddetti tempi liturgici potrebbe anch’essa favorire una maggiore comprensione del loro genere di preghiera.

Dal lato editoriale infine la cosa si presenterebbe abbastanza facile, qualora il nuovo Breviario assegnasse un apposito volume ai tempi speciali, i quali anche per le altre ragioni hanno fra loro delle caratteristiche affini, assegnando invece un volume distinto al tempo per annum. In quest’ultimo l’edizione dei tre salmi suddetti potrebbe mancare.”

[Verbale della Riunione del Coetus IX De Breviario sul tema riproposto De psalmis “imprecatoriis” et “historicis” sic dictis,

Fondo Braga, Roma]

Dopo essere passata al vaglio dei Padri del Consilium, la proposta venne presentata al Santo Padre nell’udienza concessa al Segretario il 18 maggio 1968: Paolo VI accettò le chiarificazioni e i suggerimenti proposti. Nell’Institutio Generalis della Liturgia delle Ore fu inserito un numero apposito che spiegasse la decisione di variare il normale corso salmodico distribuito in quattro settimane: “Sono riservati ai Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua tre salmi, cioè il 77, il 104 e il 105, che più chiaramente mettono in luce la storia della salvezza nell’Antico Testamento come preannuncio di quella che è portata a compimento nel Nuovo” (IGLH 130).

Non viene dunque negata la possibile difficoltà nell’uso di questi salmi per la preghiera. Alcuni, fra i quali lo stesso Paolo VI in una sua primissima posizione, ipotizzava che questi salmi fossero usati come letture, perché pareva difficile trovare in essi spunti che favoriscano l’orazione. Tuttavia la preghiera cristiana non può prescindere dalla storia e dalla storia della salvezza. La rilettura della storia della salvezza antico testamentaria proposta in questi salmi può diventare contemplazione orante delle opere compiute da Dio nell’Antica Alleanza, contemplazione che prepara a vivere meglio le opere di Dio nel presente, nell’hodie della liturgia, e in questo caso nel presente del tempo dell’Avvento. La scelta di usare questi salmi nell’Ufficio delle Letture pare del tutto conforme con quanto l’Instiutio generalis afferma al n. 29: “…Celebrino anche fedelmente l’Ufficio delle letture, che è in gran parte celebrazione liturgica della Parola di Dio; in tal modo adempiranno ogni giorno il loro compito particolare di accogliere in sé la Parola di Dio, per diventare discepoli più perfetti del Signore e gustare più profondamente le insondabili ricchezze di Cristo”. I tempi forti sono, per di più, momenti particolari del ciclo liturgico: in essi la storia della salvezza si contempla con maggior intensità, e i salmi storici sono una meditazioni su alcuni dei fatti principali della historia salutis. Quindi, ancora una volta, si mostra come il travagliato e faticoso iter della riforma abbia portato a soluzioni apprezzabili e sensate.

Da una parte la conoscenza della liturgia e certamente molto di più la pratica della preghiera liturgica favorisce sempre di più la scoperta e il gusto del senso pieno della Scrittura. Dall’altra, i tesori della Parola di Dio offrono le loro ricchezze alla preghiera cristiana che non è solamente preghiera “naturale”, non nasce solamente dalla “virtù di religione”, ma è una preghiera fondamentalmente “rivelata” anch’essa, e per parlare a Dio ha bisogno di Parola di Dio.


[1] Cf. P. Farnés, «Los salmos “proprios” para el Oficio de Lectura en Adviento, Navidad, Cuaresma y Pascua», in Oracion del las Horas 21 (1990) 343-350.

[2] Per un’inquadramento generale si può vedere A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), 19972, 483-503. Cf. anche V. Raffa, «I salmi imprecatori e storici nell’iter della riforma liturgica», in Mens concordet voci, J. Dutheil – C. Dagens (edd.), Paris 1983, 663-678.

L’inno “Conditor alme siderum”: un curioso caso di “riforma della riforma”

Nell’attuale ordinamento della liturgia, il primo impatto con il tempo dell’Avvento per il clero e per i fedeli ben formati, probabilmente è stato l’inno dei Vespri Conditor alme siderum, O creatore degli astri. Non male, come impatto!

In effetti il testo, di autore sconosciuto (anteriore al X secolo), è di grande ricchezza e liricità. La riforma post-conciliare ha scelto di riproporlo nella sua forma originale. In effetti dal 1632 fino al Vaticano II veniva usata una versione modificata. Anche allora, dunque, si intervenne per alterare un testo venerabile per antichità: non sarebbe solo la riforma post-conciliare ad essere passibili di critiche e delegittimazioni, con l’attribuirle devastazioni e alterazioni di testi antichi e plurisecolari.

Nel caso dell’inno Conditor alme siderum questa accusa non può valere solo per i periti del Consilium, perché sotto Papa Urbano VIII si fece la stessa cosa, privando per di più l’inno di un prezioso riferimento biblico e della sua interpretazione patristica.

Ci si riferisce alla terza strofa, di cui riporto in sinossi la versione originale (ed attuale) e quella del Breviarium romanum.

Vergénte mundi véspere,

uti sponsus de thálamo,

egréssus honestíssima

Vírginis matris cláusula.

Commune qui mundi nefas

ut expiares, ad crucem

e Virginis sacrario

intacta prodis victima.

 In questa strofa si avverte l’assonanza con un altro inno, di chiara attribuzione santambrosiana: nell’inno per il Natale Intende, qui regis Israel (o, se viene disconosciuta l’autenticità della prima strofa, Veni, redemptor gentium), si interpreta in senso cristologico il prode che esce dalla stanza nuziale, quest’ultima intesa in senso mariologico, descritto nei versetti 5 e 6 del salmo 19 (18): «Là pose una tenda per il sole, che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come prode che percorre la via». Ambrogio «identifica il talamo con il grembo di Maria, definito “aula regale del pudore”, da cui è uscito il “gigante”, il Verbo, per correre incontro alla natura umana, con la quale avrebbe stretto un’unione nuziale»[1]: «Procedat e thalamo suo, pudoris aula regia, geminae gigas substantiae alacris ut currat viam (Esca da questo talamo nuziale, aula regale di santo pudore, il Forte che sussiste in due nature, per percorrere sollecito il suo cammino)».

 Il riferimento biblico soggiacente alla strofa dell’inno, il salmo 18,6, è letto in modo analogo anche da Sant’Agostino.  Ecco il  suo commento a questo salmo: «Nel sole ha posto il suo tabernacolo: il Signore, che doveva inviare non la pace ma la spada sulla terra, per combattere contro i regni degli errori temporali, ha posto nel tempo, ovvero nel suo manifestarsi, come una sua tenda militare, cioè il dono della sua Incarnazione. Ed egli stesso come sposo che esce dal suo talamo: egli stesso cioè esce dal seno verginale in cui Dio si è unito alla natura umana, come uno sposo alla sposa. È balzato esultante come un gigante per correre la via. È balzato esultante come il più forte di tutti, che per la sua incomparabile forza vince ogni altro uomo, non per fermarsi lungo la via, ma per correrla. Non si è infatti fermato sulla via dei peccatori. (In sole posuit tabernaculum suum: Dominus autem ut adversus regna temporalium errorum belligeraret, non pacem, sed gladium missurus in terram, in tempore vel in manifestatione posuit tamquam militare habitaculum suum, hoc est dispensationem incarnationis suae. Et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo: et ipse procedens de utero virginali, ubi Deus naturae humanae tamquam sponsus sponsae copulatus est. Exsultavit sicut gigas ad currendam viam: exsultavit sicut fortissimus, et caeteros homines incomparabili virtute praecedens, non ad habitandam, sed ad currendam viam. Non enim in via peccatorum stetit). O anche il Discorso 291, 6: «E il Verbo si congiunge alla carne, e il Verbo si unisce alla carne; ed il talamo di questo così grande connubio è il tuo grembo. Ripeto, il talamo di un così grande connubio, cioè del Verbo e della carne, è il tuo grembo: da dove quale sposo esce dalla stanza nuziale (Et Verbum iungitur carni, et Verbum copulatur carni; et huius tanti coniugii thalamus, uterus tuus; et huius, inquam, tanti coniugii, id est Verbi et carnis thalamus uterus tuus: unde ipse sponsus procedit de thalamo suo)».

 Senza nulla togliere alla legittimità dell’introduzione della sottolineatura del carattere espiatorio e sacrificale,  operata dalla strofa sostitutiva del 1632, pare tuttavia una perdita notevole aver omesso tutto il portato tradizionale legato al salmo 18. Sull’opera di riforma di Urbano VIII, Righetti riporta questo commento: «Letterato e poeta, imbevuto di idee umanistiche, ma di scarso senso liturgico, egli si sentiva urtato […] dalla rozzezza ed ineleganza dei venerandi inni dell’antichità cristiana e si propose di correggerne la forma. Ma l’opera sua, in generale, anziché una correzione, riuscì una deformazione, della quale si disse con ragione accessit latinitas, sed recessit pietas. Gli inni corretti, editi nel 1629, vennero da Urbano VIII introdotti (e perciò resi obbligatori), nel Breviario riformato, che pubblicò ufficialmente nel 1632 con la Bolla Divinam psalmodiam»[2]. Per una volta le critiche non sono rivolte ai periti della riforma liturgica del Vaticano II!!

Si dovrà pertanto ammettere senza difficoltà che in questo segmento particolare non è la Liturgia delle Ore di Paolo VI a non rispettare la sana ed antica tradizione.

 La traduzione in lingua italiana proposta nell’innario purtroppo riassume due strofe in una, con una parafrasi che riprende anche elementi del vecchio testo: «Per redimere il mondo, travolto dal peccato, nascesti dalla Vergine, salisti sulla croce». Il riferimento alla croce nel testo tipico latino non c’è[3], ma c’era nella precedente versione: «ut espiares, ad crucem». Anche la versione inglese presenta questa commistione fra il nuovo e il precedente testo: Thou camest, the Bridegroom of the Bride, as drew the world to evening tide, proceeding from a virgin shrine, the spotless Victim all divine»; meglio quella spagnola: « Y así como sale el Esposo de su tálamo, naciste, en el atardecer del mundo, del seno purísimo de una Madre Virgen». Una traduzione italiana più fedele – quale potrebbe essere questa: « Mentre scendeva la sera del mondo, come uno sposo uscito dal letto nuziale, (nascesti) dal castissimo grembo della Vergine Madre» -, senza comprendere il retroterra biblico e patristico soggiacente potrebbe risultare astrusa. Anche se dopo aver pregato con questo inno nella prima parte dell’Avvento, la liturgia dell’Ufficio delle Letture del Natale pregherà come secondo salmo proprio il salmo 18, con la significativa antifona propria: «Tamquam sponsus Dominus procedens de thalamo suo» («Come uno sposo il Signore esce dalla stanza nuziale»). Echi e reciproci rimandi impreziosiscono la trama della liturgia delle Ore in modo davvero mirabile. Quanto bene farebbe approfondire sempre di più questo tesoro e farne partecipi tutti i fedeli!!

La melodia è rimasta identica, nonostante i mutamenti testuali. Ecco due versioni:

http://www.cantualeantonianum.com/2009/11/melodie-dellavvento-1-conditor-alme.html


[1] Sant’Ambrogio, Inni, Introduzione, traduzione e commento di A. Bonato, Milano 1992, 164-165.

[2] M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1969 (ed. anastatica 1998), 679.

[3] In questo caso, non avrebbe nulla da obiettare l’esame spesso assai critico fatto da L. Bianchi alla traduzione italiana dei testi liturgici presentato in L. Bianchi, Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?, Casale Monferrato (Al) 2002!!

Dalla liturgia delle Ore un prezioso scorcio sulla fase attuale della storia.

I criteri di composizione della Liturgia delle Ore di Paolo VI sono vari e articolati, e non si può presumere di descriverne la ricca complessità in poche righe. Si dovrebbe parlare del tono e della qualità delle singole Ore, del criterio di distribuzione dei salmi, per fare solo un esempio di due fra le questioni da affrontare. Con questo piccolo post si vorrebbe mostrare una semplice coincidenza di questi fattori nell’aver cesellato una celebrazione assai significativa e assolutamente ben riuscita.

 Prendiamo come esempio l’Ufficio delle Letture del Martedì della seconda settimana di Avvento (come si sa, il Consilium aveva predisposto un ciclio biennale di letture bibliche e patristiche, che tuttavia per ragioni “editoriali-tipografiche” risultò troppo complesso e rimase in sospeso in un Supplemento facoltativo).

Il tempo di Avvento, dice il calendario romano al n. 39, “ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi”. In particolare, “le ferie del 17 al 24 dicembre sono ordinate ad una più diretta preparazione al Natale del Signore” (ibid., 42), mentre soprattutto la prima parte dell’Avvento ha sottolineare l’aspetto escatologico della vita cristiana, con gli inviti alla vigilanza, alla sobrietà, all’attesa operosa che ci vengono dalle letture bibliche della Messa e della stessa Liturgia delle Ore.

La liturgia del tempo ci invita, quindi, ad un’attenzione al mistero della storia, ad una sapienza nel saper discernere i “segni dei tempi” e la presenza del Signore nella vita del mondo e dei singoli, in attesa della piena manifestazione del Regno di Dio.

Questo atteggiamento “sapienziale”, meditativo, attento alla storia è tipico dei salmi scelti per quell’Ora particolare che è l’Ufficio delle Letture (per la quale non vale il principio della “verità dell’ora” che per gli altri momenti del cursus di preghiera quotidiano viene applicato con più stringente fedeltà). A questa celebrazione vengono in genere assegnati i salmi più lunghi (avendo a disposizione tre sezioni salmodiche e non essendo inseriti cantici, è logicamente più facile distribuire in quest’Ora un salmo più consistente per numero di versetti). Ma il criterio non è solamente la lunghezza: i salmi dell’Ufficio sono di fatto appartenenti al genere “sapienziale”, nei quali la preghiera si compenetra ad una riflessione sulla storia e sulle vicende umane, sia di tono storico sia con sfumature più moraleggianti. Di modo che la meditazione della Scrittura e delle migliori pagine degli autori spirituale sia favorita da una preghiera nutrita da una salmodia con un tono più pacato e riflessivo rispetto ad un salmo di lode o di altro genere letterario.

Chi prega con unzione e senza fretta quest’Ora del “Breviario” apprezzerà senz’altro la possibilità di una meditazione più sostanziosa della Sacra Scrittura, e questo tesoro della rivelazione e della tradizione ivi contenuto sarà di grande profitto per lo spirito. I sacerdoti, poi, saranno favoriti da tale ricchezza nel loro dovere di distribuire a tutti la Parola di Dio, che essi stessi hanno ricevuto, e per fare della dottrina che insegnano, il nutrimento per il popolo di Dio. E tutto questo in un clima di vero colloquio fra Dio e l’uomo: quando preghiamo parliamo a lui e quando leggiamo i divini oracoli ascoltiamo lui (cf. PNLO, 55-56).

Per tornare alla feria che si intendeva mostrare come esempio:

Non diciamo ora nulla sull’inno; il Salmo, diviso in tre sezioni, è il salmo 36 (la didascalia proposta è “Il destino dell’empio e del giusto”; le antifone sono di fatto riconducibili al testo del salmo stesso, anche se con piccolissime variazioni). Si tratta di un’esortazione sapienziale a saper attendere la giustizia di Dio e la sua fedele opera di salvezza, che garantisce la benedizione a chi confida in lui, mentre la caducità dell’empio sarà ben presto evidente a tutti. Nella preghiera di questo salmo si smorza l’ansia e la frettolosa pretesa di vendetta che il fedele può avvertire di fronte alla prepotenza degli empi o di fronte al mistero dell’iniquità.

La lettura biblica del profeta Isaia inserisce tale preghiera nel contesto e nel clima dell’Avvento: “Arrossirà la luna, impallidirà il sole, perché il Signore degli eserciti regna sul monte Sion e in Gerusalemme e davanti ai suoi anziani sarà glorificato. Signore, tu sei il mio Dio; voglio esaltarti e lodare il tuo nome, perché hai eseguito progetti meravigliosi, concepiti da lungo tempo, fedeli e veri…”.

Come seconda lettura, un brano della Costituzione Dogmatica Lumen Gentium chiude la riflessione in modo mirabile, rendendo la preghiera aperta ad un respiro davvero ampio, sulla storia cosmica e sul presente dell’oggi liturgico ed esistenziale: Viviamo con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, aspettando la beata speranza e la manifestazione della gloria del nostro grande Dio (Responsorio). Il testo della Costituzione merita di essere riportato più sotto.

Come non essere grati a chi ha voluto (il Concilio) e chi ha cesellato (il Consilium) tali ricchezze e le ha messe ha disposizione di tutto il popolo di Dio (Paolo VI)??

Dalla Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa. (n. 48). Dal testo offerto nel libro della Liturgia delle Ore sono state omesse le citazioni bibliche.

Indole escatologica della Chiesa pellegrinante

La Chiesa, alla quale tutti siano chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, avrà il suo compimento solo nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e insieme all’umanità anche tutto il creato, ch’è intimamente unito all’uomo e per mezzo di lui raggiunge il suo fine, sarà perfettamente ristabilito in Cristo.

Cristo infatti, innalzato da terra, attirò tutti a sé; risorto dai morti, inviò sui discepoli il suo Spirito vivificante e per mezzo di lui costituì il suo corpo, la Chiesa, quale universale sacramento di salvezza, assiso alla destra del Padre, opera incessantemente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e per mezzo di essa unirli più intimamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa nutrendoli con il suo Corpo e il suo Sangue.

Quindi la promessa restaurazione, che attendiamo, ha già avuto inizio in Cristo, è portata avanti con l’invio dello Spirito Santo e continua per mezzo di lui nella Chiesa, nella quale mediante la fede veniamo istruiti anche sul senso della nostra vita temporale, mentre portiamo a termine, nella speranza dei beni futuri, la missione affidataci nel mondo dal Padre e realizziamo la nostra salvezza.

E’ già dunque arrivata per noi la fine dei tempi ed è stata irrevocabilmente stabilita la rinnovazione cosmica e in un certo modo reale è anticipata nella fase attuale: infatti la Chiesa già ora sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta.

Tuttavia fino a quando non vi saranno cieli nuovi e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia, la Chiesa pellegrina, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono al tempo presente, porta l’immagine passeggera di questo mondo e vive tra le creature che gemono e soffrono fino ad ora nelle doglie del parto e attendono la rivelazione dei figli di Dio.

…ed è il tuo grembo il talamo del grande connubio.

Il grande Agostino Trapè, padre agostiniano e massimo conoscitore di Sant’Agostino, compose, con una centonizzazione di espressioni agostiniane, una bellissima preghiera alla Madonna. (dopo aver pregato con questo testo, può essere interessante dare un’occhiata qui: http://www.agostinotrape.it/concilio/concilio_esterno.htm)

Preghiera alla Vergine Maria

Celebriamo con gioia, o Maria,
il giorno in cui hai partorito il Salvatore:
tu, sposa, il creatore delle nozze;
tu, vergine, il principe dei vergini.

Felice, perché ancor prima di dare alla luce il Cristo,
hai accolto il Maestro,
ha ascoltato la Parola di Dio
e l’hai messa in pratica.

Hai accolto la verità nella mente
più che la carne nel ventre.
Beata per averlo concepito,
ma ancor più beata
per averlo accettato con la tua fede.

Con la carità fervente della tua fede
hai meritato che in te sbocciasse quel santo Germe,
Egli il Creatore che ti ha eletto
e ti ha eletto per essere tua creatura.

In te si è formato Colui che ti ha creato;
in te si è fatto carne il Verbo di Dio.
Il Verbo si è congiunto alla carne,
ed è il tuo grembo il talamo del grande connubio.

Vergine ti ha trovato nel suo concepimento,
vergine ti ha lasciato nella sua nascita.
Ti ha concesso la fecondità,
ma non ti ha privato dell’integrità.

Sei vergine, sei santa.
Molto è quanto hai meritato,
perché molto ti è stato donato,
molto hai ricevuto.

Hai meritato di dare alla luce
il Figlio dell’Altissimo,
ma eri umilissima.
Hai fatto al volontà del Padre,
e l’hai fatta per intero.
Per questo sei santa,
per questo sei beata!

Ascolto il saluto dell’angelo
e riconosco che in te è la mia salvezza.

Ave, piena di grazia!

Storia sacra? Anche quella presente.

La storia sacra si stende, ci dice S. Agostino, “usque ad praesentia tempora”. Questo punto merita d’essere sottolineato. La storia sacra non è soltanto quella che costituisce i due Testamenti. Essa continua in mezzo a noi. Noi viviamo in piena storia sacra. Dio continua a portare a compimento le sue grandi opere, quelle della conversione, della santificazione delle anime. Questo punto è importante. La teologia protestante della storia tende ad identificare la storia sacra con quella che la Scrittura ci riporta e a non vedere nella Chiesa la continuazione dell’azione di Dio, esprimentesi nel magistero della Chiesa e irresistibilmente nell’efficacia sacramentale.

(J. Daniélou, Saggio sul mistero della storia, Brescia 20123, 20)