Il Natale del Signore è il natale della pace. Papa Leone Magno: ben più di un pacifista.

iportiamo integralmente il Sermone 6 (26) [Sul Natale del Signore] di san Leone Magno, di cui nell’Ufficio delle Letture del 31 dicembre viene riportato un brano selezionato. Vi si trovano moltissimi spunti di teologia liturgica, di teologia della storia; alcune espressioni, mirabili per sintesi e per contenuto, sono vere perle: “il Natale del Capo è il Natale anche del Corpo”, “Il Natale del Signore è il Natale della pace”. Vale la pena rileggere tutto il Sermone, anche per evitare facili fraintendimenti e banali moralismi: in vista della Giornata della Pace, da Paolo VI voluta per il 1 gennaio, una sana lettura, fra tanti e banali moralismi pseudo-pacifisti!!

Il testo non presente nel brano offerto dall’Ufficio delle Letture viene evidenziato dal colore rosso.

In ogni giorno e in ogni tempo, carissimi, all’animo dei fedeli che meditano sulle cose di Dio si fa presente la nascita del Signore e Salvatore nostro dalla Vergine madre. E la mente sollecitata alla glorificazione del suo Creatore espressa sia nel pianto di una supplica, sia nell’esultanza della lode o nell’offerta del sacrificio, nulla riesce ad intuire nella sua interiorità con più frequenza e con maggior fiducia di questo: Dio, Figlio di Dio, generato dal Padre a Lui coeterno, è nato anche con un parto umano. Ma questa nascita che deve essere adorata in cielo e in terra, nessun giorno più di questo ce la fa rivivere, e con una nuova luce che investe anche gli elementi della natura, infonde nei nostri sensi lo splendore dello stupendo mistero. Perché non è soltanto alla nostra memoria, ma in certo modo ai nostri occhi che si fa presente il dialogo dell’angelo Gabriele con Maria piena di stupore, concepimento per opera dello Spirito Santo con una promessa tanto meravigliosa quanto la fede che l’accoglie, il Creatore del mondo partorito da un grembo verginale, e Colui che ha creato tutti gli esseri divenuto figlio di colei che Egli ha creato. Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne, e Lui che mai occhio umano ha potuto vedere si è reso palpabile dalle mani dell’uomo. Oggi i pastori appresero dalla voce degli angeli la nascita del Salvatore nella sostanza della nostra carne e della nostra anima, e per i custodi del gregge del Signore oggi è stato costituito il modello di evangelizzazione. Ripetiamo pertanto anche noi con le schiere della milizia celeste: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

L’infanzia, che il Figlio di Dio non ha ritenuto indegna della sua maestà, si sviluppò con il crescere dell’età nella piena maturità dell’uomo. Certo, compiutosi il trionfo della passione e della risurrezione, appartiene al passato tutto l’abbassamento da lui accettato per noi: tuttavia la festa d’oggi rinnova per noi i sacri inizi di Gesù, nato dalla Vergine Maria.

E mentre celebriamo in adorazione la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare il nostro inizio: la nascita di Cristo segna l’inizio del popolo cristiano; il natale del Capo è il natale del Corpo. [ et, dum Salvatóris nostri adorámus ortum, invenímur nos nostrum celebráre princípium. Generátio enim Christi orígo est pópuli christiáni, et natális cápitis natális est córporis. ] Sebbene tutti i figli della Chiesa ricevano la chiamata ciascuno nel suo momento e siano distribuiti nel corso del tempo, pure tutti insieme, nati dal fonte battesimale, sono generati con Cristo in questa natività, [ Hábeant licet sínguli quique vocatórum órdinem suum, et omnes Ecclésiæ fílii témporum sint successióne distíncti, univérsa tamen summa fidélium, fonte orta baptísmatis,..] così come con Cristo sono stati crocifissi nella passione, risuscitati nella risurrezione, collocati alla destra del Padre nell’ascensione. Ogni credente, che in qualsiasi parte del mondo viene rigenerato in Cristo, rompe i legami con la colpa d’origine e diventa uomo nuovo con una seconda nascita. Ormai non appartiene più alla discendenza del padre secondo la carne, ma alla generazione del Salvatore che si è fatto figlio dell’uomo perché noi potessimo divenire figli di Dio. Se egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a lui.

Nulla di tenebroso la sapienza terrena induca nel cuore degli eletti, né la polvere delle opinioni terrene, destinata a ricadere nell’abisso, si levi contro la sublimità della grazia di Dio. Si è compiuto alla fine dei secoli ciò che era stabilito prima dei tempi eterni, e alla presenza delle realtà, scomparendo ormai il valore delle figure, la legge e la profezia si sono fatte verità, [Impletum est in fine saeculorum quod erat ante tempora aeterna dispositum, et sub praesentia rerum signis cessantibus figurarum, lex et prophetia veritas facta est. ] per cui Abramo è divenuto padre di tutte le nazioni e nella sua discendenza è stata data al mondo la benedizione promessa; e così costituiscono l’Israele non soltanto coloro che nascono dal sangue e dalla carne, ma l’intera comunità dei figli dell’adozione entra in possesso dell’eredità promessa ai figli della fede. Cessino le grida calunniose di inutili discussioni, e il ragionamento umano non metta in questione l’efficacia realizzatrice dell’opera divina. Noi crediamo a Dio con Abramo, né siamo esitanti per mancanza di fede, ma siamo anche assolutamente certi che quanto Dio ha promesso ha anche il potere di farlo. Orbene carissimi, alla nascita del Salvatore, non da seme umano ma dallo Spirito Santo, non soggetto perciò alla condanna del primo peccato, <….>La grandezza stessa del dono ricevuto esige da noi una stima degna del suo splendore. Il beato Apostolo ce l’insegna: Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (cfr. 1 Cor 2,12). La sola maniera di onorarlo degnamente è di offrirgli il dono stesso ricevuto da lui. Ora, per onorare la presente festa, che cosa possiamo trovare di più confacente, fra tutti i doni di Dio, se non la pace, quella pace, che fu annunziata la prima volta dal canto degli angeli alla nascita del Signore? La pace genera i figli di Dio, nutre l’amore, crea l’unione; essa è riposo dei beati, dimora dell’eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male. Perciò l’Apostolo ci stimola alla ricerca dei questo bene dicendo: “Una volta giustificati per mezzo della fede, abbiamo pace con Dio”. Nella concisione di questa massima è racchiuso il compimento di quasi tutti i comandamenti, perché là dove c’è vera pace non potrà mancare alcuna virtuù. Che vuol dire, carissimi, avere pace con Dio se non volere ciò che Egli comanda e non volere ciò che Egli proibisce? In realtà, se le amicizie umane richiedono uguaglianza di sentimenti e volontà concordi, e mai la divergenza nella condotta di vita può giungere ad una solida concordia, come potrà essere partecipe della pace divina colui che ama ciò che a Dio dispiace ed è proteso alla ricerca del piacere in quelle cose che, come egli sa, offendono Dio? Non è questa la disposizione d’animo dei figli di Dio, né la dignità della nostra adozione comporta una sapienza di questo genere. La stirpe eletta e regale sia in accordo con la dignità della sua rinascita, ami ciò che il Padre ama, e in nulla si distacchi dal suo Creatore, perché il Signore non dica ancora: “Ho generato e fatto crescere i miei figli, ma essi mi hanno disprezzato. Il bue riconosce il suo padrone e l’asino la greppia del suo padrone, Israele invece non mi ha conosciuto il mio popolo non mi ha compreso”. Grande, o carissimi, e superiore a tutti gli altri doni è il mistero di questo dono, che cioè Dio designi l’uomo col nome di figlio e l’uomo chiami Dio con il nome di padre. Infatti questi appellativi ci fanno vedere e apprendere chi è che può raggiungere una vetta così alta dell’amore. Perché, se nella generazione secondo la carne e nell’ambito della stirpe terrena i vizi di una condotta perversa gettano ombra sui figli di genitori illustri, e se una prole indegna trova motivo di vergogna proprio nel nome illustre dei suoi antenati, a quale rovina non andranno incontro coloro che per amore del mondo non esitano a rinunziare alla nascita in Cristo? Se poi risulta motivo di lode da parte degli uomini che la gloria dei padri si ritrovi luminosa nei figli, quanta maggior gloria vi sarà nel fatto che i figli di Dio facciano risplendere in se stessi l’immagine del Creatore, e manifestino nella propria persona Colui che li ha generati! Dice infatti il Signore: “Splenda la vostra luce dinanzi agli uomini in modo che essi vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Certo, noi sappiamo, come dice l’apostolo Giovanni, che “tutto il mondo è soggetto al Maligno”, e per le insidie del diavolo e dei suoi angeli è travagliato da infinite tentazioni perché l’uomo nel suo sforzo di tendere alle cose celesti o si perda d’animo per la contrarietà o si lasci corrompere nelle prosperità; ma Colui che è in noi è più grande di chi è contro di noi: e quanti hanno pace con Dio e di tutto cuore dicono al Padre: “Sia fatta la tua volontà”,  nessuna lotta può farli soccombere, né alcun conflitto potrà loro nuocere. In verità, accusando noi stessi nelle nostre confessioni, e rifiutando il consenso dell’animo alle concupiscenze della carne, certo provochiamo contro di noi l’inimicizia di colui che è padre del peccato, ma rendiamo solida ed invincibile la pace con Dio assecondando la sua grazia; sicchè potremo non solo sottometterci al nostro RE con l’obbedienza, ma anche unirci intimamente a Lui. Poiché se il suo pensiero è anche il nostro, se vogliamo quel che Egli vuole, e rifiutiamo ciò che Egli riprova, Egli stesso per noi sosterrà tutte le nostre guerre, Lui stesso che ci ha dato di volere, ci darà anche di potere, per essere così suoi collaboratori e poter dire nell’esultanza della fede col profetico salmista: “Il Signore è la mia luce e la mia salvezza. Di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita. Di chi avrò paura? Quelli dunque che non da sangue né da volere di carne né da volere d’uomo, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1,13), offrano al Padre i loro cuori di figli uniti nella pace. Tutti i membri della famiglia adottiva di Dio si incontrino in Cristo, primogenito della nuova creazione, il quale venne a compiere non la sua volontà, ma quella di chi l’aveva inviato. Il Padre infatti nella sua bontà gratuita adottò come suoi eredi non quelli che si sentivano divisi da discordie e incompatibilità vicendevoli, bensì quelli che sinceramente vivevano ed amavano la loro mutua fraterna unione. Infatti quanti sono stati plasmati secondo un unico modello, devono possedere una comune omogeneità di spirito. Il Natale del Signore è il natale della pace.  Lo dice l’Apostolo: Egli è la nostra pace, egli che di due popoli ne ha fatto uno solo (cfr. Ef 2,14), perché, sia giudei sia pagani, «per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18), per mezzo di Lui che prima del giorno volontariamente scelto per la sua passione, istruì in modo tutto speciale i suoi discepoli su questa dottrina dicendo: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace”. E perché la peculiarità della sua pace non rimanesse velata sotto una generica denominazione, aggiunse: “Ve la do non come la da il mondo”. Il mondo, Egli dice, ha le sue amicizie, e stringe molti in un legame di concordia con amore depravato. Animi concordi s’incontrano anche nei vizi, e l’affinità dei desideri produce l’uguaglianza delle passioni. E se mai vi sono uomini che non accettano la malvagità e la disonestà, e che escludono dai loro rapporti di amicizia accordi iniqui, tuttavia, se si tratta di Giudei o di eretici o di pagani, essi non rientrano nell’amicizia di Dio ma nella pace del mondo. La pace invece degli uomini spirituali e cattolici, pace che viene dal cielo e conduce al cielo, non consente a noi di intrecciare alcuna comunione con gli amanti del mondo, ma c’impone di resistere ad ogni sorta di ostacoli, e staccandoci dai piaceri funesti innalzarci a volo verso le vere gioie, secondo quanto dice il Signore: “Là dove sarà il tuo tesoro, vi sarà anche il tuo cuore”; come dire che se l’oggetto del tuo amore è in basso, tu andrai a finire nel profondo, se invece quanto ami è in alto, tu giungerai alle vette più alte. Lassù ci guidi e ci conduca lo Spirito Santo, tutti uniti nel volere una stessa cosa, in unità di sentimenti, e unanimi nella fede, nella speranza e nella carità, perché tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio, che regna col Figlio e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

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