Le “frequentazioni” della vedova..

Il brano evangelico di questa domenica (Luca 18,1-8) ci presenta una donna, vedova, che si trova necessitata di chiedere giustizia. Luca dice che la donna, per nulla scoraggiata dalla malvagità del giudice, «andava da lui». Dalla prospettiva del giudice, la stessa azione viene letta in altro modo, e induce finalmente l’attenzione e la soluzione del caso: «perché non venga continuamente a importunarmi».

L’andare insistentemente della vedova, immagine parabolica dell’andare insistentemente nella preghiera, potrebbe essere rivisto, in altri termini, nella preghiera dopo la comunione.

Il testo latino dice: «Fac nos, quaesumus, Domine, caelestium rerum frequentatione proficere, ut et temporalibus beneficiis adiuvemur, et erudiamur aeternis», tradotto dal Messale italiano in questo modo: «O Signore, questa celebrazione eucaristica, che ci hai fatto pregustare le realtà del cielo, ci ottenga i tuoi benefici nella vita presente e ci confermi nella speranza dei beni futuri».

I traduttori hanno scelto «celebrazione» per rendere il termine «frequentatione». In effetti, l’etimologia di celebrazione, in latino ha a che fare con qualcosa che è frequentato, affollato, visitato spesso (da cui poi il significato traslato di solennità, maestosità, glorificazione). Dal punto di vista concettuale, quindi, nulla da eccepire. Una più aderente traduzione forse sarebbe stata più intrigante: «questa celebrazione» sottolinea maggiormente il fatto puntuale e concreto della presenza all’azione liturgica che si sta ormai concludendo, «frequentazione» – tradotto con «ripetuta partecipazione» avrebbe permesso un legame interessante con il testo evangelico. Di cui tuttavia rimane un eco, a prescindere dalle scelte dei curatori dell’edizione italiana del messale. La partecipazione all’assemblea liturgica domenicale è una modalità con cui alimentare la preghiera costante del cristiano. Partecipazione ripetuta che produce una grazia attuale, e non solamente una conferma nella speranza. Nell’ultima parte della preghiera, ci pare, la traduzione, invece, non è del tutto corretta: «ci confermi nella speranza dei beni futuri» rende il latino «et erudiamur aeternis». L’italiano sceglie una parafrasi, il latino «erudiri» è più semplice e immediato: istruire, rendere edotti, più letteralmente rendere meno rozzi, meno inesperti. E’ certamente vero che la postcommunio ha spesso una prospettiva escatologica, ma qui la preghiera, nell’originale latino, fa riferimento all’acquisizione di una scienza, un’esperienza: la frequentazione ha un esito, produce una realtà che, pur rimanendo certamente aperta all’escatologia e al compimento, è precisata, perché dei beni futuri se ne riceve scienza, se ne diventa istruiti.

P.S. La fonte della preghiera è un testo del Sacramentario Veronense, il formulario n. 982: «Gaudeat, Domine, quaesumus, populus tua semper benedictione confisus, et caelestium rerum frequentazione proficiat; ut et temporalibus beneficiis adiuvetur et erudiatur aeternis».

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