“Cristologia liturgica”: monofisiti vs nestoriani, altroché conservatori vs riformatori.

Uno dei portati del pensiero liturgico di J. Ratzinger – comunque la si pensi, se ne deve tenere conto – è l’avere ri-agganciato in modo inequivocabile  la liturgia alla cristologia. Non paia grossolana questa sintesi, non posso fermarmi ora a mostrarne la fondatezza (della sintesi stringata) e la genialità (del dato di Ratzinger, l’aver colto il legame strettissimo fra cristologia e liturgia). Sia sufficiente una sola citazione:

Negli anni del movimento liturgico così come all’inizio della riforma liturgica voluta dal Concilio potè sembrare a molti che la preoccupazione per una forma corretta della liturgia fosse una questione di pura prassi, una ricerca della forma di Messa più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo. Nel frattempo si è visto sempre più chiaramente che nella liturgia si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi. […] Solo uno stretto collegamento con la cristologia può permettere uno sviluppo fruttuoso della teologia e della prassi liturgica”. J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, Milano 1996, 10.

Questa piccola nota voleva solamente introdurre le considerazioni di un altro autore. Lo studio da cui sono tratte ha i suoi anni, ma le osservazioni sono quanto mai attuali. L’autore gode di una stima e di un’autorità indiscussa e generalizzata, direi: alcuni lo stimano per alcune sue osservazioni critiche a particolari aspetti della riforma liturgica post-conciliare; nello studio di cui stiamo per citare brani introduttivi, l’autore affronta la questione del rapporto fra religione naturale e liturgia cristiana, quindi una ricerca di taglio più “antropologico” che storico-liturgica, e questo approccio piace a studiosi di tutt’altra scuola rispetto a quelli che lo apprezzano come critico della riforma. Comunque, a noi pare assai interessante e utile riportare le considerazioni che aprono la sua ricerca, e notare collegamenti assai illuminanti.

“C’è da osservare che nostra comprensione del cristianesimo, della religione cristiana in tutta la realtà dei suoi riti e delle sue formule, è perennemente insidiata dai medesimi errori che in passato hanno dato luogo alle grandi eresie cristologiche. […] L’antichità ha conosciuto due grandi tipi di eresie riguardanti l’incarnazione. Nel monofisismo si è talmente messo l’accento sulla divinità da arrivare ad assorbire, a negare l’umanità del Salvatore. Nel nestorianesimo, al contrario, è stato così fortemente rivendicata l’autenticità di questa umanità da arrivare a misconoscere, a praticamente negare che essa fu l’umanità di una persona divina. Le eresie di Eutiche e di Nestorio risalgono a un passato lontano più di dieci secoli. Ma le tendenze di spirito che vi si mettono in luce appartengono a tutti i tempi. […] Lo sforzo di rinnovamento nella vita liturgica della Chiesa ne porta le tracce.

Ai monofisiti bisogna riavvicinare certi cattolici conservatori, “integristi”, per i quali nelle istituzioni ecclesiastiche, e specialmente nella liturgia, tutto sembra ugualmente sacro, e quindi immutabile. Questa tendenza, ordinariamente collegata a ciò che si chiama la mentalità rubricistica, ci porta a vedere nel culto cristiano un qualcosa dato in blocco dall’alto. Tale quale ce la dà l’autorità della Chiesa, assimilata essa stessa puramente e semplicemente all’autorità di Dio, la liturgia cattolica dovrebbe essere considerata completamente divina. Pertanto si vorrebbe che essa sfuggisse in qualche modo all’umanità. Cercare di comprenderne storicamente lo sviluppo sarebbe, per costoro, un diminuirla e un prepararsi ad alterarla; promuovervi effettivamente certe trasformazioni o adattamenti equivarrebbe a misconoscerne l’istituzione divina, l’autorità soprannaturale che hanno presieduto alla sua organizzazione. […] In simili condizioni, non c’è da stupirsi che con l’attaccamento rigido al latino vada di pari passo una volontà di conservare nello svolgimento dei riti un che di ieratico, di misterioso, sino a renderli inaccessibili ai fedeli. Sempre in latino, si reputerà necessaria la recita a bassa voce di certe preghiere, e specialmente di quelle più essenziali. Si farà feroce opposizione a tutto ciò che potrebbe mettere in evidenza ciò che di comune esiste tra i riti sacri e le azioni puramente umane: il dare all’altare la sua forma primitiva di mensa susciterà scandalo, e così pure tutto quello che mostra che la mensa è un banchetto. […] In una parola, tutto quello che rende viva la liturgia, tutto quello che mira a farne partecipe il popolo, sarà considerato come una profanazione: quasi che la liturgia non resti sacra se non quando sia sottratta all’umanità comune, immune da ogni contatto con questa. […] ..di fronte alla tendenza monofisita e in reazione contro di essa, si pone in luce la tendenza che possiamo chiamare nestoriana: cioè la tendenza a talmente insistere sull’umanità – e l’umanità comune – del cristianesimo che la sua specificità, nello stesso tempo che la sua divinità, rischia di scomparire. […] C’è tuttavia un’altra forma di nestorianesimo liturgico che oggi vediamo all’opera e che non è meno gravemente erroneo del precedente. Essa reagisce contro la confusione pura e semplice del sacro cristiano con il sacro naturale. Ma reagisce male: volendo anch’essa affermare l’umanità del cristianesimo, ma guardandosi dal confonderlo per questo con le altre religioni, pretende mostrarci nel cristianesimo una religione radicalmente nuova, precisamente perché essa rigetterebbe ogni sacralità, nel senso corrente, precristiano, dell’espressione. […] Incessantemente, con un solo movimento, dovremmo ritrovare nella messa la cena primitiva, e per questo, rigettato qualsiasi arcaismo e qualsiasi ieratismo, rifarne un banchetto il possibilmente simile ai banchetti fraterni degli uomini di oggi. Pertanto le letture bibliche e il loro commento, con le preghiere che le accompagnano, dovrebbero svolgersi così da rievocare più che sia possibile un trattenimento amichevole attorno alla mensa familiare, in cui il padre di famiglia espone ai suoi le proprie intenzioni, i propri progetti per la loro vita in comune, dato che la celebrazione, e in particolare la comunione, assume le forme oggi abituali a un banchetto di festa. […] In questa visione delle cose, arriviamo proprio agli antipodi di quello che avevamo indicato come la visione di tendenza monofisita. Nel primo caso, la messa non poteva restare la messa, senza che tutto in essa fosse differente dalla vita comune, radicalmente separato da questa: bisognava che l’altare non comparisse come una mensa, la comunione come un banchetto e che non vi si utilizzasse neppure la lingua comune. Qui, al contrario, tutto deve rammentare il banchetto, i trattenimenti profani. […] I liturgisti ultraconservatori, del tipo che abbiamo chiamato “integrista”, vogliono giustamente mantenere tale trascendenza e l’autorità sovrana di quest’unica personalità del Salvatore. Ma col volere per questo che la liturgia diventi inumana essi si ingannano. I nostri liturgisti riformatori e innovatori vogliono per reazione salvare l’umanità della liturgia e di tutta la religione cristiana, in nome del Vangelo: e hanno ragione in questo disegno. Tuttavia a loro volta s’ingannano anch’essi, al pari di quelli, nella misura in cui ritengono che salvare l’umanità significhi lasciarla tale e quale, cancellarvi persino qualsiasi distinzione fra sacro e profano“: Luis Bouyer, Il rito e l’uomo. Sacralità naturale e liturgia, Brescia 1964, 13-19.

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2 pensieri su ““Cristologia liturgica”: monofisiti vs nestoriani, altroché conservatori vs riformatori.

  1. Importante citazione. Oggi però si registra un altro tipo di contrapposizione, quella tra fede e religione, quasi rovesciando i termini della presentazione di Bouyer.
    L’enfasi dei teologi per la purezza della fede ha portato allo svilimento della sua forma religiosa (quasi fosse paganesimo, magismo, superstizione) e ciò ha comportato l’acritica adesione alle forme espressive secolari e il tentativo di introdurle in ambito liturgico.
    Solo grazie agli studi antropologico-culturali, i teologi hanno ricominciato a riconoscere l’ineludibilità e l’imprescindibilità del culto e del rito, per la strutturazione della fede stessa e a gettare le basi per una riconsiderazione globale dei pregi e dei difetti delle teorie e delle pratiche dell’ultimo cinquantennio.

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  2. Pingback: Cristologia e Liturgia. In memoria di un Dottore della Chiesa | sacramentumfuturi

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