L’occidente latino non è da meno: dopo Romano il Melode, Ambrogio: a proposito di “ironia del piano divino”

Le parole di Papa Francesco, nell’omelia tenuta nella cappella della Domus Sanctae Marthae il giorno dell’Esaltazione della S. Croce, hanno fatto risuonare alcuni testi, che si richiamano a vicenda. Tutti mostrano una sorprendente capacità di rileggere, facendo sintesi mirabili, ed esprimere in parole toccanti ed efficaci il mistero della salvezza, nei suoi aspetti paradossali e grandiosi.

Questo fa la liturgia; questo fanno i maestri, che tanto in oriente quanto in occidente, alla luce della fede, rileggono il dipanarsi della storia della salvezza – narrata nella Scrittura – e della storia attuale – nei tempi dell’anno liturgico -, con ammirabile sintesi e capacità di “ridire” il mistero, rivelato e celebrato, in un modo toccate ed efficace. Ecco allora sant’Ambrogio, che a proposito del mistero pasquale di morte e resurrezione di Cristo, ne afferma la sapiente lungimiranza, a discapito della pseudo-sapienza, arrogante e sicura di sè, del demonio. Questo Inno, ancora oggi, impreziosisce la Liturgia del Tempo di Pasqua, dalla domenica di Resurrezione fino all’Ascensione.

Hic est dies verus Dei                              E’ questo il vero giorno di Dio

[…]

Può esserci prodigio più grande:            Quid hoc potest sublimius,

che la colpa cerchi la grazia,                  ut culpa quaerat gratiam

la carità liberi dal timore,                       metumque solvat caritas

la morte ridoni la vita nuova?               Reddatque mors vitam novam?

 

La morte divori il suo pungiglione     Hamum sibi mors devoret

e si avvinca nei suoi lacci:                    suisque se nodis liget,

muoia la vita di tutti,                              moriatur vita omnium,

risorga la vita di tutti.                            resurgat vita omnium.

 

 

Certamente non si sottrae al male e al peccato tutta la sua drammatica realtà, Gesù stesso ne riconosce la presenza: «Viene il principe del mondo», però subito dopo aggiunge: «Contro di me non può nulla» (Gv 14,30). Il piano divino possiede un’ironia particolare: non è un lieto fine sciocco e banale, la serietà della sofferenza è reale, davvero – Gesù l’ha conosciuta, ogni uomo la conosce -, tuttavia proprio la vittoria del maligno, nel culmine della sua ora, l’ora delle tenebre, ne provocherà l’abbattimento definitivo e irrevocabile.

Vale per il diavolo quanto Sant’Ambrogio afferma della morte nel suo celebre inno, per la Pasqua, Hic est dies verus Dei. «La morte si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il Corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l’amo, restando, insieme, avviluppata nella stessa rete» (1).

Il tema non è nuovo in sant’Ambrogio. Nel commento al Vangelo di Luca si dice che il modo migliore per spezzare il laccio – teso dall’inganno del demonio – era quello di mostrare al diavolo la preda – appunto il corpo di Cristo -, “affinchè, slanciandosi d’impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete (suis laqueis ligaretur)” (Exp. Ev. sec. Luc. IV,12)

 

 (1) I. Biffi, Per ritrovare il mistero smarrito. Riflessioni su Gesù il Signore, l’intelligenza della fede, la scuola dei maestri, Milano 2012, 40.

Bibliografia: Ambrogio, Inni; edizione: Opera Omnia di Sant’Ambrogio, Inni – Iscrizioni – Frammenti, Milano – Roma, 1994.

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