“Ipse lignum tunc notavit”; ancora sulla teologia della storia, a partire dal “legno della croce”.

Abbiamo commentato nell’articolo precedente una perla catechetica di Papa Francesco, che accennava a un tema patristico: “nel mistero della croce si ritrova la storia dell’uomo e la storia di Dio, sintetizzate dai Padri della Chiesa nella comparazione tra l’albero della conoscenza del bene e del male, nell’Eden, e l’albero della croce”.

La liturgia riecheggia tale dato, e citavamo, come esempio, il prefazio proprio della festa dell’esaltazione della santa croce.

Non è il solo. C’è un altro testo della liturgia che si può ricondurre a quella sintesi storico-misterica, che abbraccia tutto il percorso che va dal primo Adamo al Nuovo Adamo.

Si tratta di un inno di Venanzio Fortunato, attualmente usato nella Liturgia delle Ore, per l’Ufficio delle Letture della Settimana santa. Ma vedremo anche un altro testo sorprendente. Cominciamo, però, con il Pange lingua gloriosi proelium certaminis:

[…]

De parentis protoplasti                   Il Creatore si dolse per la colpa

fraude Factor condolens,                del primo uomo, nostro progenitore,

quando pomi noxialis,                     per il morso dato al frutto del peccato,

morsu in mortem corruit,               questi precipitò verso la morte;

ipse lignum tunc notavit,              Egli designò allora il legno (della Croce),

damna ligni ut solveret.                 per riscattare i peccati del legno (dell’Eden).

Hoc opus nostrae salutis                 Quest’opera della nostra salvezza

ordo depoposcerat;                           l’ordine divino aveva richiesto;

multiformis proditoris                     perché il piano (di Dio) facesse fallire il piano

ars ut artem falleret:                        del multiforme Traditore

et medelam ferret inde,                     e recasse guarigione di là,

hostis unde laeserat.                          da dove l’Avversario aveva provocato la ferita.

Ipse lignum tunc notavit. Notavit da noto, as, -avi, -atum, -are può significare designare, scegliere come anche osservare, rilevare. Osservando che dal legno era iniziata la sciagurata caduta dell’uomo, Dio Padre scelse il legno come mezzo per risollevare dalla morte, mediante il Figlio obbediente fino alla Croce, Adamo ingannato dal nemico e caduto.

E’ «tipico», caratteristico dello “stile” di Dio non solo vincere, ma vincere con “arte”, con fine sapienza, e sbaragliare le macchinazioni del Nemico superbo.

Assai interessante è notare una simile lettura della storia della salvezza, pur espressa in linguaggio molto più lirico e drammatico, in un inno liturgico di Romano il Melode (VI sec.), in ambiente e tradizione bizantini.

L’autore immagina un dialogo fra l’Ade, impersonificazione della Morte, e il Serpente, l’astuto (?!) diavolo.

L’Ade è il primo ad accorgersi del pericolo rappresentato dalla Croce di Cristo, e inizia a gemere temendo la sconfitta: «Oh! Miei sensi! Resto senza fiato, costretto a vomitare Adamo ed i figli di Adamo, che dal legno mi erano stati donati! E ora il legno (di Cristo, ndr) loro riporta al Paradiso». Il Diavolo ancora presuntuoso interviene: «A queste parole l’astuto Serpente sopravviene strisciando e sibila: “Che hai, Ade? Perché questi lamenti insesati? Perché questi discorsi? Il legno che ti mette spavento io l’ho architettato per il Figlio di Maria, io l’ho suggerito ai Giudei  a comune vantaggio nostro: si tratta di una croce alla quale essi hanno inchiodato il Cristo, perché voglio distruggere, attraverso il legno, il secondo Adamo”. […]». Di nuovo prende la parola l’Ade: «Hai di colpo perduto il senno, da accorto serpente quale eri prima? L’intero tuo equilibrio è stato annientato dalla croce e ti sei lasciato prendere al cappio del tuo stesso tranello? Alza gli occhi e renditi conto che sei inciampato nella fossa da te scavata: sul legno che dici secco e sterile ecco spunta un frutto che il Ladrone ha assaggiato divenendo così erede dei beni dell’Eden». Alla fine il Diavolo deve riconoscere la sua sconfitta e piangere, folle, con l’Ade: «Allora insieme, come era naturale, piangono la caduta dicendo: “Proprio questa caduta doveva capitarci? Come è potuto avvenire che siamo caduti su questo legno? La nostra perdizione è derivata dalla pianta che ha radici in terra. Abbiamo pur tentato di innestarvi getti di amarezza, ma non ne abbiamo potuto alterare la dolcezza. Ahimè! Compagno di sventura! Ahimè, compare! Abbiamo fallito insieme, insieme lamentiamoci: perché Adamo di nuovo ritorna al paradiso. Oh! Come abbiamo potuto dimenticare i segni premonitori di questo legno? In più occasioni ci sono stati mostrati e sotto diverse forme..[…] Quel legno che donò dolcezza alle acque di Mara, ha forse insegnato che cosa fosse e di quale albero fosse la radice? No! Non lo disse allora, perché non lo voleva. Adesso soltanto egli lo rivela a tutti. Adesso tutto è diventato soave. Noi, invece, ci amareggiamo. Dalla nostra radice è spuntata la croce, ma, piantata in terra, è divenuta tanto dolce quanto prima produceva soltanto spine. Adesso, come il vitigno di Sorec, ha emesso tralci che sono trapiantati nuovamente nel paradiso. Ora puoi anche gemere, Ade. Io ne farò altrettanto, in tuo appoggio. Piangiamo alla vista della pianta da noi stessi messa a dimora, trasformata da sé in tronco sacro sotto il quale accampano, e nei cui rami fanno il proprio nido, i ladri, gli assassini, i percettori, le donne di mala vita, raccogliendo un frutto dolce nella evidenza di un legno secco”».

Bibliografia:

Romano il Melode, Inni; edizione a cura di G. Gharib, Roma 1981, 387-394.

Per l’omelia di Papa Francesco (14 sett. 2013): http://www.vatican.va/holy_father/francesco/cotidie/2013/it/papa-francesco-cotidie_20130914_albero-della-croce_it.html

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